Riprendersi il proprio potere

All’improvviso ieri mi è stato chiaro quello che cercavo di dire da tanti giorni e quello che stava succedendo dentro di me: ero riuscita a riprendere il mio potere. Avevo riunito dentro al mio centro la capacità di scegliere, di decidere, di rispettarmi, e vedevo di nuovo chiara anche la strada da fare. Prima, invece, era tutto disordinato in una serie di vortici che cercavano come dita disperate risposte fuori di me, e questo mi aveva reso molto fragile.

Ho capito che in realtà io ho sempre considerato il potere come una cosa pericolosa, mentre è una meravigliosa e innata qualità dell’anima, dovuta alla sua natura divina. Solo del potere nelle mani dell’ego c’è da aver paura, perché può continuamente oscillare da una posizione di debolezza ad una di prepotenza. Ma ad un livello più alto, in quanto frutti della stessa sorgente creatrice, noi siamo potenti e a nostra volta creatori, e nulla sarebbe peggio che mortificare questa discendenza.

Per ignoranza, molto spesso, in una situazione che mi metteva in difficoltà, ho preferito fare la parte della buona: ovvero piuttosto ricevere un po’ di male anziché farlo. Forse perché ho una natura forte, e temo che se la usassi potrei ferire e per me è insopportabile sapere che qualcuno soffre per colpa mia. Ma all’improvviso ora ho compreso che questo non è un circuito virtuoso ma è un altro trabocchetto dell’ego e soprattutto non è verità.

Finché giochi nei ruoli di vittima o di carnefice, di mendicante o di superiore, non importa da che parte stai, sei comunque nell’illusione che spezza ogni cosa in polarità, e che ci lega l’un l’altra con una rete di catene che creano dipendenze. Solo al di là di questa dualità si può veramente fare il bene, cioè essere veri in quanto liberi. E questo accade se rimetti tutte le attese, la fiducia, l’ascolto, le azioni per proseguire nel tuo centro, nello yoga si direbbe nella spina dorsale.

Il risultato è che quando tu hai liberato te stesso dalle catene, liberi anche chi era incatenato nel gioco con te. Perciò questo potere alto è benefico ed è l’unica vera soluzione. Soluzione vera. Quando ti pare di non sapere più come uscire da una situazione, allora devi fermarti, respirare, pazientare finché tutta la tua attenzione non sia stata staccata da ciò che accade fuori, con la vera intenzione di capire ciò che invece è accaduto dentro di te. Allora arrivano le risposte e ogni momento e ogni sfida possono portare crescita.

 

Non serve a nulla fare confronti con il passato

Tramonto, Assisi

Questa sera, ad un certo punto, mentre frugavo dentro al cielo che imbruniva, mi sono ritrovata a dire: “Però lo scorso anno c’erano le lucciole…”. La casetta di legno in mezzo ai colli è uno dei miei posti preferiti al mondo, e in questa stagione è un trionfo di profumi, colori, luci, che cerco di celebrare ogni anno, da un po’ di anni. Ho lasciato in questo luogo momenti sublimi. Espansioni d’amore e di gratitudine. Fusioni estatiche con la natura. Per questo, quando qualche cosa non va, il mio primo istinto è di venire qui: di ricercare quelle sensazioni di pienezza intoccabile.

Così ho fatto anche questa volta. Ero veramente provata, la città a lungo andare mi sfinisce, mi mette delle lenti che non mi permettono più una visione limpida, che si dirama da un centro che tiene: e tutto diventa caotico e teso. Appena l’auto ha girato nella stradina del bosco, ho cercato di aggrappare gli occhi alle cose che in passato mi hanno guarito e mi hanno fatto levitare l’anima. I cespugli infiammati di giallo delle ginestre, il profumo di fiori nell’aria, l’abbraccio totale dei colli e del cielo, i lunghi tramonti che si estenuano dentro i profili degli alberi. Cioè avrei voluto in un istante ritrovare la modalità aperta e felice che avevo già provato. 

Ma non funziona così, e tutto è diverso quest’anno, come è giusto che sia ogni volta. Lo sono io che ho attraversato nuove esperienze, lo sono le persone che c’erano e ci sono nella mia vita, e le domande e le risposte che mi servono ora ad andare avanti. Ho provato, ad esempio, a ravvivare la voce di una persona cara, che lo scorso anno era parte dell’avventura di bellezza di questo luogo. Ho cercato quella gioia passata, rompendo un silenzio, per l’impazienza di non stare in compagnia del piccolo vuoto che avevano lasciato le sue parole spente. Ma è sgorgata più tristezza che gioia, e il passato non può guarire il presente, tanto meno preparare il futuro.

Ed è proprio l’aggrapparsi alle cose che ci sono state, invece, a non permettere alla vita di scorrere. Di lasciar andare le forme e le presenze che hanno fatto il loro corso nella tua vita, per lasciare il posto a quello che deve arrivare. Dunque è un peccato di sfiducia non voler abitare lo spazio aperto e nuovo che dovrebbe essere ogni istante, e invece rassicurarlo con delle sensazioni già vissute. Ma soprattutto questo è un peccato contro la verità: e ogni volta che preferisci una via facile ad una vera, questa dovrà per forza poi venire alla luce nel dolore, portando via tutto ciò che non ha ragione di stare nella tua vita.

Così, questa sera mi sono ritrovata per un attimo a rimpiangere le mille scintille volanti che lo scorso anno abitavano il cielo bruno. E a rimpiangere anche quella pienezza che ho provato. Poi, però, ho riconsegnato la mia vita in braccia più alte, e ho sentito la forza di questo momento presente, con quello che ha, con quello che non ha più: è la culla perfetta per tutta la bellezza che non ho ancora conosciuto e che di certo mi attende.



Non pre-occupiamoci di nulla

 

Assisi, ginestre e luce

In questi giorni ho dovuto più volte constatare l’inutilità del preoccuparsi, di fronte alla fantasia e alla potenza della vita. Pre-occuparsi significa, infatti, occuparsi in anticipo di qualche cosa che non è del tempo presente, ovvero uscire da quello che è reale e vivo, per paura del futuro. In genere per paura che il futuro ripeta alcuni dolori che ci hanno già segnato, e che siamo tentati automaticamente a mettere ancora davanti alla strada, anziché lasciarli indietro.

In questo modo accade che, tendendoci e restringendo il passaggio della vita, rendiamo davvero difficile il fluire di quello che ci aspetta e che vorrebbe arrivare. La paura attira solo conferme allo spavento e il mondo ha sempre il colore degli occhi con cui lo guardiamo. E se è il colore del dubbio, della pesantezza, dell’oscurità, niente di lieve, luminoso e facile si può avvicinare. Non può farlo finché non detergiamo il nostro sguardo interiore, anziché appenderci a qualche cosa fuori che ci rassicuri e che ci risollevi da questo esserci fatti mendicanti del tempo.

La gioia non ritorna perché qualcuno deposita una moneta nella mano da cui aspettavamo con ansia una risposta, ma solo quando ci saremo risollevati, con tutte le nostre forze e tutte le nostre tecniche, alla sua altezza. Fuori, non facciamo che incontrare continuamente i nostri compagni di pianerottolo: in basso o in alto, dipende da dove ci troviamo. Allora, quando ci capita di cadere in questi stati di tensione e di ossessione, l’unica cosa da fare è staccare, tacere, raccogliersi. Tenersi all’albero di energia interiore: indirizzarla di nuovo verso l’alto con pensieri, parole, respiri. 

E poi, da quell’altezza, dopo che abbiamo fatto tutto quel che potevamo, mollare la presa e ammorbidire quel che è stretto: cercare lo spazio per accogliere ogni cosa, ogni risultato. Tutto quello che è giusto per noi. Vedere in ogni strada il lato buono che si apre, non quello atteso che si chiude. E affidare le nostre domande – se ancora non siamo pronti alle risposte – in un grembo più alto. Dove lo sguardo è lungo e si sa meglio di come vedano i nostri occhi miopi dove dobbiamo andare. Nel frattempo, se è la gioia che è venuta meno in un canale, è bene donarla in abbondanza in tutti gli altri: questa energia circola e ritornerà a noi.

Ho attraversato momenti così nell’ultimo periodo, e non credevo che sarebbero mai più arrivati. E proprio mentre stavo liberando il futuro dalla responsabilità di corrispondere alle mie aspettative, non lì dove era fisso il mio sguardo affilato e pre-occupato, ma nell’angolo che meno sorvegliavo del giardino delle possibilità, dove la vita aveva spazio per scorrere, improvvisamente sono nati i fiori. Le risposte a tutto ciò che si appuntiva nelle notti insonni. Mi sono unita una volta di più alla risata dell’universo che deve continuamente tollerare la nostra sfiducia e attendere il nostro assenso a farci felici.