Esercizi di gentilezza

fragilità

Oggi sono stanca di una stanchezza strana: perché non è stanchezza, è dolore. Non un dolore qualsiasi, è il pianto dell’anima quando la espongo ad una situazione di poco rispetto. E allora lei spegne la luce, si raggomitola in un angolo, si fa trascinare come un peso. Un retrogusto scuro e amaro, anche se fuori il viso ride, cerca di far finta di nulla e di nascondere quel che dentro è rotto.

Da un po’ di giorni camminavo sulla fune, ero a rischio di cadere. O di imparare a volare. Così credo sia ogni volta che la vita si avvicina con una sfida nuova, per forgiarci, per aiutarci a liberare un percorso automatico tanto inciso nel nostro pensarci che crediamo di essere noi, ma non è così: è solo il modo in cui ad un certo punto abbiamo deviato un ostacolo o una ferita.

La mia sfida era chiara: se tutto era bloccato in una certa cosa, non dovevo spingere, dovevo fidarmi. Volare, appunto. Ma di là di questo blocco c’era il mio modo di pensarmi, il risultato che attendevo, dove io ero quella che riusciva sempre bene e non deludeva mai nessuno. Così ho spinto, sono andata contro la natura delle cose. Sono caduta e ho rotto un muro oltre il quale c’erano urla, c’era un vuoto di comprensioni e di gentilezze.

Alla fine avevo in parte avuto quello che mi ricompattava con l’idea più rassicurante di me, che allontanava la paura di dover fallire in qualcosa. Ma mi sembrava di avere i lividi nell’anima, che qualcosa dentro fosse stato preso a pugni. Ho cercato di capire perché ci fosse in me la disponibilità ad anteporre un risultato al rispetto per la me più intima e vera. E ho provato anche a capire perché la mancanza di gentilezza fosse stata così violenta per me.

Per tutto il resto del giorno, un po’ tramortita, ho sentito in quanti piccoli, impercettibili modi, ogni giorno possiamo ferire qualcuno, farlo cadere dalla sua fune, dalla sua sfida con cose che non conosciamo, e quanto coltivare la gentilezza sia una disciplina rigorosa, che richiede di tenere il muscolo del cuore sempre tonico.

Ho provato a pensare quante persone nella mia vita erano in attesa di una risposta da me, anche piccola, anche presenze lontane che avevo creduto di poter trascurare. Quanto quella risposta poteva invece far respirare, allargare un po’ la fune su cui camminare. E ho iniziato anche improvvisamente a notare quante gentilezze si ricevono in un giorno, e solo perché non sono altisonanti, spesso le lasciamo nello sfondo e teniamo gli occhi fissi solo sulla cosa che attendiamo.

Oggi ho cercato di prendermi cura di ognuno di questi istanti preziosi. Di illuminarli a mia volta, con altra gentilezza, di sollevarli in cielo. Di fare della gentilezza la mia cura, il balsamo. Credere fino in fondo che è così che un po’ alla volta potrà diminuire il buio. Se ogni giorno, in ogni momento portiamo nutrimento alla luce.

Questa sera c’è ancora questa stanchezza che non è stanchezza e che fa male. Ma dai tagli sta già entrando nuova luce: e tra un po’ di nuovo l’anima risplenderà, sarà pronta a risalire sulla fune, ad aprire le ali. A conversare con le stelle.

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Giulia

La mia più grande fortuna è stata quella di non realizzare i sogni che avevo da bambina, in un piccolo paese del Friuli: la vita ha avuto più fantasia di me. Non avrei mai pensato di studiare letteratura, poesia, teatro a Padova, Parigi, Pavia e poi di viverle con i protagonisti. La scrittura era una passione segreta ed è diventata il mio lavoro, negli ultimi undici anni per i periodici Rizzoli. Da dieci mi occupo anche di comunicazione per il teatro. Mi si trova spesso con la valigia in mano e tappetino da yoga sotto braccio: mete preferite Sud America, Africa, Sud Est asiatico dove faccio reportage sociali. Ultimamente anche in India, dove ho trovato uno dei luoghi che chiamo casa. Case sono per me posti in cui l'anima respira: tra questi ci sono sempre le mie Dolomiti, certi colli dell'Umbria e il mio divano a Milano.

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