inclusione

Kerala, India

Ieri mi è arrivata la storia di un musicista che rompe lo strumento durante un’importante esecuzione. Per un attimo si ferma tutto. Ci si attende che chieda un nuovo violino: invece lui fa segno all’orchestra di proseguire e esegue una musica meravigliosa con le corde che gli sono rimaste.

Era proprio la storia che aspettavo per definire una cosa che mi sta succedendo: credo di aver imparato ad amare le mie ferite. Ad includerle nelle mie giornate. A fare programmi che ne tengano conto. E da quando questo accade stanno molto meglio, e sto molto meglio anche io. Sta molto meglio il ginocchio lievemente incrinato. E anche il cuore, che ha smesso di mettere nel mezzo del presente le cose del passato.

Un tempo mi pareva di dover sempre attendere che le cose fossero completamente a posto prima di iniziare a fare sul serio. Ora invece so che tutto quello che c’è in questo momento è perfetto per la musica che devo suonare ora. Anche le cose fragili che mi fanno procedere un po’ di sghembo sono importanti e portano un colore unico, che non ci sarebbe senza di loro.

Chiamo questa inclusione amore, porta guarigione e rende piena la vita.

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Giulia

La mia più grande fortuna è stata quella di non realizzare i sogni che avevo da bambina, in un piccolo paese del Friuli: la vita ha avuto più fantasia di me. Non avrei mai pensato di studiare letteratura, poesia, teatro a Padova, Parigi, Pavia e poi di viverle con i protagonisti. La scrittura era una passione segreta ed è diventata il mio lavoro, negli ultimi undici anni per i periodici Rizzoli. Da dieci mi occupo anche di comunicazione per il teatro. Mi si trova spesso con la valigia in mano e tappetino da yoga sotto braccio: mete preferite Sud America, Africa, Sud Est asiatico dove faccio reportage sociali. Ultimamente anche in India, dove ho trovato uno dei luoghi che chiamo casa. Case sono per me posti in cui l'anima respira: tra questi ci sono sempre le mie Dolomiti, certi colli dell'Umbria e il mio divano a Milano.

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