La guarigione parte dai pensieri

Giovane del Kerala, Monti Ghats

Qualche mese fa, mentre stavo correndo senza limiti, ho iniziato a sentire un dolorino nella parte interna delle ginocchia. All’inizio mi è parsa una seccatura, un ostacolo da saltare per poter continuare la mia corsa. Però più il tempo passava e più questo disagio si metteva tra me e la vita che stavo facendo. Ad un certo punto non è stato più possibile ignorarlo, e la mia mente si è messa in ascolto. In particolare l’orecchio era teso all’interno del ginocchio destro, che improvvisamente, sotto lo zoom dei pensieri, ha iniziato a peggiorare, a peggiorare, e a peggiorare. E più mi sentivo carica mentalmente, e mi infastidivo per l’impaccio fisico, più questo carico gravava sul dolore.

Poi la puntura è diventata uno scricchiolio molto evidente e seccante, quando insegnavo yoga. E poi anche lo scricchiolio è passato ed è diventato solo un dolore acido e rigido, il mio ginocchio si era trasformato in un luogo estraneo che non mi seguiva più, che non obbediva più ai miei ordini, che voleva darne di suoi. Decidendo cosa potevo fare e cosa no. Ancora non ho voluto cedere e ho cercato di fare la vita di prima, tamponando il dolore con tutori e con balsami. Ma in realtà niente era più come prima, e questa separazione dal mio corpo stava creando altre divisioni e disarmonie nelle mie giornate. Non c’è stata più altra scelta: ho dovuto rallentare, poi fermarmi. Iniziare il viaggio a ritroso. La diagnosi intanto si era fatta chiara: lesione al menisco. Soluzioni: operazione al ginocchio.

A quel punto, appena mi hanno confermato che stavo male, ho iniziato davvero a stare male. Sono precipitata in fondo a siti su casi simili, dove si finiva sempre con le stampelle ad attendere la ripresa. E più facevo incetta di questi casi d’altri che dovevano per forza raccontare anche il mio, e più il ginocchio si bloccava, doleva e faceva il malato grave. Sapevo che non era una cosa rara o grave in realtà: ma per me che faccio e insegno yoga, che  non prendo mai neppure medicine, era difficile da accettare. Intanto, però, avevo un biglietto in mano per l’India, ed era troppo tardi per cancellare. Con il mio tutore, con un kit di anti infiammatori, una serie di preghiere e speranze, mi sono dunque messa sull’aereo.

Come ho raccontato, la meta era un ashram ayurvedico, dove in generale speravo di guarire uno stato complessivo di stress, di cui il ginocchio era stata l’ultima goccia. Ma naturalmente pensavo che, come mi avevano detto all’ospedale, la prima cosa che avrei dovuto fare al rientro, sarebbe stata comunque quella di fissare la fatidica data dell’operazione. Invece lì è iniziato il viaggio vero, diverso da quello dell’immaginazione. E per prima cosa ho visto con una chiarezza nuova che prima del danno nel corpo il danno era stato nella mente. Lì mi sono caricata di pensieri pesanti, e al corpo non è rimasta altra scelta che di manifestarli. E che se volevo guarire, dovevo cambiare quei pensieri.  

Quello che è successo durante le cure l’ho raccontato in altri pezzi, qui, mentre lo vivevo. Ma quanto questo viaggio interiore fosse la vera cura l’ho constatato poi al ritorno. Sono andata all’ospedale e la dottoressa stentava a credere al mio ginocchio ritornato mobile e felice. Certo, sempre con la piccola lesione al menisco, ma con un’armonia nuova che includeva anche questo piccolo urlo del mio corpo dentro al mio nuovo stile di vita. Più calmo, più attento ad ogni passo ed ad ogni gesto. “Per ora non si opera. Aspettiamo ancora tre mesi e vediamo se continua a migliorare, se un po’ alla volta la natura ripristina da sola, limando e adattando, un equilibrio”. Mi ha detto l’ortopedica, al congedo.

Ora non sono più quella che ero, quella che andava di corsa e costringeva il corpo a starle dietro. Sono comunque una persona che, prima di muoversi, deve consultarsi anche con le proprie ginocchia. Ma, da quando sono dentro ai miei programmi, non vivo più questo come un ostacolo. Ma come un messaggio disperato che era arrivato fino a me, per farmi rallentare. Ho capito che è un discorso tra me e loro, che non può finire sui siti medici e i rimedi generali. Ed anzi proprio quella piccola puntura, che a volte si fa sentire più forte, ora la tengo molto cara: come una bussola per comprendere se sto procedendo con amore e con rispetto per me stessa.

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Giulia

La mia più grande fortuna è stata quella di non realizzare i sogni che avevo da bambina, in un piccolo paese del Friuli: la vita ha avuto più fantasia di me. Non avrei mai pensato di studiare letteratura, poesia, teatro a Padova, Parigi, Pavia e poi di viverle con i protagonisti. La scrittura era una passione segreta ed è diventata il mio lavoro, negli ultimi undici anni per i periodici Rizzoli. Da dieci mi occupo anche di comunicazione per il teatro. Mi si trova spesso con la valigia in mano e tappetino da yoga sotto braccio: mete preferite Sud America, Africa, Sud Est asiatico dove faccio reportage sociali. Ultimamente anche in India, dove ho trovato uno dei luoghi che chiamo casa. Case sono per me posti in cui l'anima respira: tra questi ci sono sempre le mie Dolomiti, certi colli dell'Umbria e il mio divano a Milano.

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