inclusione

Kerala, India

Ieri mi è arrivata la storia di un musicista che rompe lo strumento durante un’importante esecuzione. Per un attimo si ferma tutto. Ci si attende che chieda un nuovo violino: invece lui fa segno all’orchestra di proseguire e esegue una musica meravigliosa con le corde che gli sono rimaste.

Era proprio la storia che aspettavo per definire una cosa che mi sta succedendo: credo di aver imparato ad amare le mie ferite. Ad includerle nelle mie giornate. A fare programmi che ne tengano conto. E da quando questo accade stanno molto meglio, e sto molto meglio anche io. Sta molto meglio il ginocchio lievemente incrinato. E anche il cuore, che ha smesso di mettere nel mezzo del presente le cose del passato.

Un tempo mi pareva di dover sempre attendere che le cose fossero completamente a posto prima di iniziare a fare sul serio. Ora invece so che tutto quello che c’è in questo momento è perfetto per la musica che devo suonare ora. Anche le cose fragili che mi fanno procedere un po’ di sghembo sono importanti e portano un colore unico, che non ci sarebbe senza di loro.

Chiamo questa inclusione amore, porta guarigione e rende piena la vita.

La guarigione parte dai pensieri

Giovane del Kerala, Monti Ghats

Qualche mese fa, mentre stavo correndo senza limiti, ho iniziato a sentire un dolorino nella parte interna delle ginocchia. All’inizio mi è parsa una seccatura, un ostacolo da saltare per poter continuare la mia corsa. Però più il tempo passava e più questo disagio si metteva tra me e la vita che stavo facendo. Ad un certo punto non è stato più possibile ignorarlo, e la mia mente si è messa in ascolto. In particolare l’orecchio era teso all’interno del ginocchio destro, che improvvisamente, sotto lo zoom dei pensieri, ha iniziato a peggiorare, a peggiorare, e a peggiorare. E più mi sentivo carica mentalmente, e mi infastidivo per l’impaccio fisico, più questo carico gravava sul dolore.

Poi la puntura è diventata uno scricchiolio molto evidente e seccante, quando insegnavo yoga. E poi anche lo scricchiolio è passato ed è diventato solo un dolore acido e rigido, il mio ginocchio si era trasformato in un luogo estraneo che non mi seguiva più, che non obbediva più ai miei ordini, che voleva darne di suoi. Decidendo cosa potevo fare e cosa no. Ancora non ho voluto cedere e ho cercato di fare la vita di prima, tamponando il dolore con tutori e con balsami. Ma in realtà niente era più come prima, e questa separazione dal mio corpo stava creando altre divisioni e disarmonie nelle mie giornate. Non c’è stata più altra scelta: ho dovuto rallentare, poi fermarmi. Iniziare il viaggio a ritroso. La diagnosi intanto si era fatta chiara: lesione al menisco. Soluzioni: operazione al ginocchio.

A quel punto, appena mi hanno confermato che stavo male, ho iniziato davvero a stare male. Sono precipitata in fondo a siti su casi simili, dove si finiva sempre con le stampelle ad attendere la ripresa. E più facevo incetta di questi casi d’altri che dovevano per forza raccontare anche il mio, e più il ginocchio si bloccava, doleva e faceva il malato grave. Sapevo che non era una cosa rara o grave in realtà: ma per me che faccio e insegno yoga, che  non prendo mai neppure medicine, era difficile da accettare. Intanto, però, avevo un biglietto in mano per l’India, ed era troppo tardi per cancellare. Con il mio tutore, con un kit di anti infiammatori, una serie di preghiere e speranze, mi sono dunque messa sull’aereo.

Come ho raccontato, la meta era un ashram ayurvedico, dove in generale speravo di guarire uno stato complessivo di stress, di cui il ginocchio era stata l’ultima goccia. Ma naturalmente pensavo che, come mi avevano detto all’ospedale, la prima cosa che avrei dovuto fare al rientro, sarebbe stata comunque quella di fissare la fatidica data dell’operazione. Invece lì è iniziato il viaggio vero, diverso da quello dell’immaginazione. E per prima cosa ho visto con una chiarezza nuova che prima del danno nel corpo il danno era stato nella mente. Lì mi sono caricata di pensieri pesanti, e al corpo non è rimasta altra scelta che di manifestarli. E che se volevo guarire, dovevo cambiare quei pensieri.  

Quello che è successo durante le cure l’ho raccontato in altri pezzi, qui, mentre lo vivevo. Ma quanto questo viaggio interiore fosse la vera cura l’ho constatato poi al ritorno. Sono andata all’ospedale e la dottoressa stentava a credere al mio ginocchio ritornato mobile e felice. Certo, sempre con la piccola lesione al menisco, ma con un’armonia nuova che includeva anche questo piccolo urlo del mio corpo dentro al mio nuovo stile di vita. Più calmo, più attento ad ogni passo ed ad ogni gesto. “Per ora non si opera. Aspettiamo ancora tre mesi e vediamo se continua a migliorare, se un po’ alla volta la natura ripristina da sola, limando e adattando, un equilibrio”. Mi ha detto l’ortopedica, al congedo.

Ora non sono più quella che ero, quella che andava di corsa e costringeva il corpo a starle dietro. Sono comunque una persona che, prima di muoversi, deve consultarsi anche con le proprie ginocchia. Ma, da quando sono dentro ai miei programmi, non vivo più questo come un ostacolo. Ma come un messaggio disperato che era arrivato fino a me, per farmi rallentare. Ho capito che è un discorso tra me e loro, che non può finire sui siti medici e i rimedi generali. Ed anzi proprio quella piccola puntura, che a volte si fa sentire più forte, ora la tengo molto cara: come una bussola per comprendere se sto procedendo con amore e con rispetto per me stessa.

La luce che è nata

Payyambalam beach, Kannur

Ti chiedo scusa se oggi, per un momento, avrei voluto dimenticare quello che ho imparato, quello che mi hai insegnato. Se avrei voluto cedere semplicemente alla nostalgia. A memorie di sole, di mare, di balconi aperti alle palme, e al vento, e all’infinito. A parole in cui mi sono sentita a casa. Al nostro modo di sorridere dentro un mondo inventato. Cedere persino a più luce di quella che c’è stata. Di appoggiarmi a te, di pensare che sia quel tuo lontano il luogo in cui riposare quando la vita qui è al freddo e al buio.

Credevo infatti che fossero ancora fissi lì, sulla tua fronte, gli occhi che non trovo più nello specchio. E’ un fenomeno strano che mi capita in certi istanti di grazia: il marrone se ne va dalle pupille e lascia emergere un bulbo quasi trasparente, che sembra sporgere direttamente dall’origine di ogni luce. Credevo anche che fosse ancora lì, con te, la parte del mio cuore che ora è calma, aperta, fiorita. Con te anche la pace del sonno, la morbidezza dei risvegli. La lentezza dei gesti che seguono ogni dettaglio del giorno.

E allora ti ho cercato, per sapere se anche una parte di te era rimasta seduta sotto l’ombra del grande albero, dove mi aspettavi mentre io entravo nel mare. Per fortuna che tu hai capito subito quello che stava accadendo e mi hai ricordato la libertà che ci siamo regalati. Così ho ritratto la presa, sono tornata a me, e ho visto che non si spegneva il trasparente dagli occhi. Che non è qualcosa o qualcuno a intingerlo di luce, ma lo scorrere della vita stessa, quando in me c’è fiducia, apertura, amore abbastanza per stare con tutto ciò che mi porta. E per sapere che il flusso delle cose buone e giuste non è finito con la felicità che c’è stata.

Ho ripensato allora a quell’augurio pazzo che ci siamo scambiati prima di partire. A te che imponevi le mani sui miei occhi da cui già un po’ di pupilla si era trasformata in luce, e pensavi a tutto il bene che poteva farmi crescere, e non ti mettevi tra le cose del mio futuro. Poi è stato il mio turno e anche io ho trovato più forte la voglia di cose vere, rispetto al possesso che non te le lascerebbe incontrare: “ti auguro che arrivino ogni cosa e ogni persona che compiono il tuo cammino”, ho concluso, e non è finito il mondo e non è scesa un’ombra dal cuore. Ho sentito di camminare in uno strano, perfetto equilibrio: se avessi fatto solo un passo maldestro ti avrei stretto di nuovo dentro i palmi delle mani, per non lasciarti andare.

Invece ci siamo salutati un’altra volta così, senza una data nel futuro. Perché me lo hai insegnato tu, e quella conoscenza più alta che tutti e due più di ogni altra cosa cerchiamo, che nessuno può portarti via quello che è tuo. Che in nessun modo al mondo puoi trattenere quello che tuo non è.