Diario ayurvedico 3 – strati di sé (verso il centro)

Mar Arabico, Trivandrum


Sono arrivata in Kerala con la mente sovraccarica di pensieri, ora me ne rendo proprio conto. Come una foresta fitta fitta, che crea una copertura alla luce, e a cui ad un certo punto ti abitui e credi sia tutta la luce possibile. E ora quello che sta accadendo, un poco al giorno, è che il lavoro sul corpo, sta in realtà ripulendo la mente. Panchakarma si chiama la sequenza delle 5 fasi di purificazione con cui l’ayurveda elimina il disequilibrio e le tossine, per riportare a galla la vera natura.

Ma questo si traduce anche in un viaggio profondissimo dentro gli strati di sé, sotto alle coperte della mente, fino al punto più dolente dell’essere, quello che fa da centro a tutte le abitudini, le strategie, le posture distorte, con cui hai adattato il tuo dolore al mondo, per stare in piedi. E che ha creato in questo modo quasi un altro sé, che finiamo per prendere per vero. Disinnescare il meccanismo non è semplice: richiede la volontà ferma di guardare in faccia ogni cosa che voglia emergere, metterla alla prova del giorno per vedere se regga, o se si tratti di un altro strato di illusione da dissolvere per andare ancora più a fondo.

Così, appena arrivata qui, mi tormentavano dei pensieri ronzanti, come degli insetti che impedivano la chiarezza della visione e la possibilità di darmi un punto di vista diverso, ma erano solo fumo appoggiato sul groviglio cresciuto intorno alla mia verità, ho capito. Ripulendomi, ho incontrato infatti varie altre famiglie di pensieri, a varie profondità. E mi pare di aver capito che la geografia della mente sia più o meno fatta così: ci sono in superficie questi pensieri molesti, che sono rabbie, rancori, perdoni non completati, frustrazioni per il fatto di sentire sbilanciata la giustizia a nostro sfavore in qualche cosa, e sono spesso dovuti a fatti recenti, o meglio agli esiti più vicini del modo in cui si è costruita la nostra visione del mondo. E determinano il nostro umore e il colore dei nostri giorni.

Accanto a questi, con radici più lunghe che si aggrappano anche alla salute, ci sono i pensieri sul futuro e sul passato. I primi sono essenzialmente legati all’ansia, ovvero alle insicurezze dell’ignoto. Al tentativo di controllarlo, alle contrazioni della paura che cerca di trattenere quello che conosce già e fa stringere il morso sul già stato. Gli altri, più a fondo, sono i pensieri nati dai traumi vissuti, per lo più legati ad un’energia bassa, depressa, che ci mette delle idee fisse su come vadano inevitabilmente le cose, e quindi agiscono anche sui primi. Questi dolori sono identificati con fatti, memorie, persone della nostra esperienza in questa vita, ma, quando vengono a galla, senti spesso che il dolore e i volti dei ricordi non collimano più, e non bastano più a riempire quell’emozione incisa nei nervi.

Se riesci a tenere la rotta, perché a questo punto tutto inizia a fare male, avvicinandosi le stanze vere del dolore, arriva infatti anche la sensazione forte che quella sofferenza fosse già in te, e che semplicemente in questo attraversamento del mondo hai creato le situazioni e hai attirato le persone per riviverla, forse per chiuderla, ma non sempre ce l’hai fatta, soprattutto quando sei arrivata alle matrici del tuo sentire, o alla ferita madre, che ha originato poi tutto. Poiché il suo contatto brucia e potresti sempre restare folgorata. Ma è solo lì che può avvenire la vera guarigione, che può iniziare un’altra vita: la tua vera vita.

Proprio questo è ciò che succede ora, un po’ alla volta, se non cedi. E questo è ciò che sto sperimentando, mentre dall’ampolla penzola sopra la mia testa e cola il liquido medicato sulla mia fronte. Negli ultimi giorni, un po’ alla volta ho sentito dissolversi, strato dopo strato, molta illusione. Come uno svaporare che libera il cielo.  Quello che però non prevedevo era di trovarmi ad un certo punto dentro una stanza di tristezza profondissima, che a fatica potevo tollerare. Non pensavo neppure che una tale tristezza ci fosse in me. E più volte sono crollata in ginocchio, chiedendo la clemenza della morbidezza, chiedendo una tregua, di poter fuggire. Ma non era più possibile, ormai ero faccia a faccia con il mio dolore originale.

Altre volte gli ero arrivata vicina, ma alla fine avevo implorato una gioia per poterlo tollerare e si era allontanato. E allora avevo dato credito agli strati più affrontabili: a tutta la commedia di stanchezza, di resistenza, di coraggio che avevo messo in piedi come idea di me, e che invece nasceva dal nucleo dolente, come sua conseguenza. Questa volta, allora, non voglio perdere l’occasione: voglio andare fino in fondo, disinnescarlo, cercare di capire chi sono io senza i condizionamenti che da questa radice si sono diramati. In visione mi appare sempre la stessa scena: ad un certo punto prendo le mie cose e devo scappare. Perché sono stata cacciata, perché non mi hanno voluta. Lì mi morde una contrazione al cuore fortissima. Una voce da implorazione. E divento debole e mendico sicurezze a chi mi vive intorno, indebolendomi ancora di più.

Una mattina, il peso sul petto si era fatto così forte che ho compreso di avere un solo modo per sostenerlo: diventare solo corpo. Il corpo e il respiro che avveniva dentro. Lasciar andare ogni altro controllo. E come spesso fa con me, la verità mi prende per stanchezza: finalmente ho pianto. Poi ho finalmente disteso anche i nervi e ho riposato, e sono riemersa alle mie parti più luminose. Ora so che dentro di me c’è anche questo urlo. Che richiede la cura dell’amore, dell’attenzione. Che l’adulto che è cresciuto a lato di quella ferita, dovrà un po’ alla volta accogliere, abbracciare, finire di attraversare il tunnel. Di là c’è la luce e tutta la mia vita, quella che forse non ho ancora mai vissuto.

Intanto sono fioriti alcuni dei semi gettati in quei momenti disperati: avevo chiesto un regalo al cielo, un segno che non ero abbandonata. E’ stato così che per caso, se il caso esistesse, il giorno dopo ero tra le braccia di Amma, uno dei più grandi canali viventi dell’amore incondizionato, che è la terra a cui far approdare al suo termine ogni soffrire. Il resto lascerò che sia. Ora la pelle è finalmente distesa, aperta, può attraversarla la vita.

Diario ayurvedico 2 – Un indovino mi disse

Visioni naturali, Kerala

Oggi ho salito una rampa di scale sopra la mia camera nell’ashram e si è aperto questo spazio di vento, di sole, di vastità. Ho sentito che la mia guarigione inizierà da qui. “Julia, no operation, I promise”, mi ripete ogni giorno Lakshmi, un’indiana piccola e rotonda, che ha un viso fatto quasi solo di sorriso, mentre mi spalma olio lungo le gambe e bisbiglia parole in sanscrito dentro il mio ginocchio. Lakshmi significa fortuna, e ho deciso di crederle. Di fidarmi. Ho deciso che fiducia e buoni pensieri non potranno far fallire le sue cure.

Ogni tanto lo prendo anche io tra le mani il mio ginocchio, e mi scuso con lui per averlo costretto a sorreggere pensieri troppo pesanti. Perché sono certa che è stato proprio così. Ad un certo punto ho talmente riempito la mia mente di affermazioni di fatica, di paure di non farcela a fare tutto, di fretta, di abitudini a prendermi anche carichi di altri, di illusione, anche, che nessuno mi possa aiutare incondizionatamente, che la parola ‘sovraccarico’ ha dovuto manifestarsi dentro il mio corpo, spezzettando qualche cosa all’interno del ginocchio destro. E ora sono qui a curare quei pensieri, innanzi tutto, per riavere così di nuovo la salute.

Questo processo di sfiducia è iniziato circa 15 anni fa, lo ricordo bene. Me ne andavo da un luogo in cui mi ero lasciata riposare, mi ero aperta e affidata. Tutta la vita dentro un’auto, uno zaino. Sull’altro sedile il mio amato cane Artù. Ripartivo da lì. C’era una lezione importante da imparare: tutto quel che ci serve è dentro di noi, e non si trova mai appoggiandosi a qualcuno. Ma in qualche modo mentre la mia anima cercava di espandersi nel nuovo insegnamento, un’altra parte di me si contraeva. Stringere i denti, fare tutto da sola, resistere. Questo mi ripetevo mentre procedevo solo avanti, senza sapere dove dovevo arrivare.

Questo pensiero ha creato un solco, che è diventato un’abitudine, che ho creduto di essere io. In fondo alla pianta di questa prova di resistenza ci sono tante radici. Parole come ‘abbandono’, ‘dolore’, ‘paura di affidarsi ancora’, ‘nessuno si può prendere cura di me’, ‘se non sono la più brava non mi amano’. Resistenza in cose piccole e in cose grandi, che si raccolgono nell’idea di non poter mai ricevere un regalo non meritato con fatiche, anche se tantissime volte la vita ha dimostrato di volermene dare a mani piene, ed è pure riuscita spesso a consegnarmeli, quando ero abbastanza distratta da non opporle il mio coraggio a denti stretti. In questa parte del cammino, ho conosciuto la mia forza, ho imparato tante cose di cui sono grata: ma ora è tempo di andare oltre. Di riaprirsi alla fiducia.

“Entusiasmo, forza di volontà, determinazione”, indicava con un dito magro, rigato da pelle divenuta antica, un astrologo vedico che ho incontrato qui, mentre tracciava la mia mappa. In India l’astrologia, la ‘jotisha’, è una scienza pratica, una delle scienze contenute nei Veda: racconta il punto da cui ripartiamo in questa incarnazione, ovvero quello in cui avevamo lasciato il mondo materiale nell’ultima vita. Lì ci sono, nei pianeti, nei cicli che attraverseremo, nei doni che abbiamo coltivato in passato e nelle sfide che abbiamo lasciato in sospeso, le tracce per capire come fare buon uso del nostro cammino. “Ma di tutti i talenti che ti sono stati dati puoi fare due usi: sollevarli o farti precipitare. Questa è la battaglia della vita”, mi spiegava, cercando di invitarmi a non rimproverarmi troppo se mi ero sfinita, si trattava, per lui, solo di cambiare la polarità a quell’energia e farne un altrettanto grande servizio: “E ti dico che ce la farai”.

E questo credo sia proprio quello che tutti qui siamo venuti a fare: conoscerci, capire quali sono le tonalità irripetibili che l’universo ha donato ad ognuno, per poi espanderle, sollevarle, usarle per crescere la luce nel mondo. E non abbatterci se spesso negli stessi punti di noi da cui può salire la gioia e il compimento possa aprirsi anche il precipizio in cui cadere, lo sconforto che ci fa augurare di essere diversi da noi, uguali ad altri. E’ perché proprio lì il Cielo ha premuto forte le sue impronte che i nostri punti di forza sono anche le nostre possibili debolezze. Dipende dal verso in cui li indirizziamo: verso l’alto o verso il basso. Quanto a me, ho deciso di volere bene ai tutto quello che ora duole, di volerne anche a me, di perdonarmi: ho fatto solo il meglio che ho potuto, per quello che sapevo allora. E nulla andrà perduto, nel grande viaggio di conoscenza che è la vita.

Diario ayurvedico, 1 – esercizi di fiducia

Esercizi di devozione

Eccomi in un’India ancora nuova, e anche in nuovi luoghi di me. È stato quest’estate, in un giorno che ricordo con dettagli, che mi è nato dentro un sì pieno, l’assenso per un regalo di cure, di tempo lungo, di silenzio, nel Paese dove l’anima respira e ritorna a casa. Ero stanchissima. Sdraiarmi a riposare non bastava: tra le costole c’era come un rompersi di ghiacci che ferivano i punti molli tra le tensioni su cui stavo resistendo. Serviva quello che non avevo ancora mai fatto: prendermi veramente e profondamente cura di me.

E non è stata vera bontà quella che ho usato finora, mettendo sempre gli altri davanti, ho capito ora con chiarezza. Prima aprendo le sorgenti della compassione nei luoghi più dolenti del mondo, come reporter, poi praticandola come una sterzata per non guardare dritto: aiutare gli altri per dare voce a tutto quello che doleva in me. Come un grido di aiuto, che è diventato una cattiva abitudine fino a sfinirmi. Quindi era tempo di fare il punto, di estirpare queste radici sofferenti, perché solo così possono esserci nuovi passi di un bene fatto meglio.

Sono anzi ora davvero convinta che bisogna arrivare a questo, se si vuole seminare intorno vera bellezza: crescere in sé così tanto amore, così tanta luce, da sprigionarli e liberarli poi naturalmente anche per molti altri. E fino a quel momento il bene più grande che possiamo fare per curare il mondo è quello di migliorare noi stessi, di accendere in noi la luce della consapevolezza e metterla come una lanterna a disposizione di chi riesca a vederla e la stia cercando. Questa è la vera pace che possiamo portare qui tra gli uomini. Il resto del male non è purtroppo nelle nostre mani.

Così sono arrivata qui, in un piccolo ashram nella punta meridionale del Kerala, in un ritiro in mezzo ad una distesa di palme e di erbe mediche che si affaccia da lontano sul Mar Arabico. Il vento diffonde tra le foglie schegge di sole e profumi che riconosci con nuovi sensi. Insieme a pochissime altre persone, riunite qui da tutto il mondo, ciascuna con la propria storia, ci svegliamo alle 5 del mattino per sederci in silenzio 45 minuti davanti ad un antico maestro di yoga. Poi iniziamo la sessione di mantra, di meditazione, di asana, di respirazione, per sdraiarci infine e vedere quello che è venuto fuori dal corpo, e lasciarlo un po’ alla volta andare.

Per pochi minuti scambiamo qualche parola davanti ad una colazione fatta di sapori esotici, preparati con lentezza, prima di ritornare nelle nostre camere ed attendere di essere chiamati per i trattamenti di Ayurveda, l’antica scienza della longevità indiana, già documentata nelle scritture dei Veda 5000 anni fa. Secondo questa tradizione medica, ciascuno viene al mondo con una natura, o ‘dosha’, e ogni volta che la tradiamo, andiamo fuori equilibrio e così si manifesta quella che chiamiamo malattia. Questo non significa non cambiare, non muoversi da uno stato di partenza: ma bisogna farlo seguendo il binario in cui è giusto per ognuno scorrere.

Perciò curarsi significa anche ritrovarsi, capire come ferite passate, di questa e di altre vite, si siano insinuate in noi fino a diventare un’altra versione di noi che ci costringe a comportarci come dei burattini. Ogni malattia è dunque un messaggio d’amore che il nostro corpo ci sta inviando per farci ritrovare la strada. Ed è molto importante fidarsi, tra noi tutti qui, accoglierci nei momenti alti e in quelli bassi, perché verrà fuori prima o poi, se il cammino è sincero, il volto nudo della nostra anima, e anche gli scarti di cui ci stiamo liberando.

Infatti ogni giorno, poco prima che il sole diventi una palla di fuoco che affonda lentamente nel mare, ciascuno ha avuto dal mattino l’occasione di togliersi uno strato, un velo che copre la bellezza di cui tutti siamo fatti dentro. E qualche volta è più facile, qualche volta è più difficile strapparlo di dosso, e succede che dentro l’olio che scende dal corpo, tra i fluidi medicati con cui i terapeuti colpiscono alcuni punti energetici del nostro essere sottile, scendano anche molte lacrime, che non sentiamo neppure più di dover nascondere. Ma non è sempre facile, a volte il buio ha la meglio e prima di essere scoperto ha un ultimo ruggito di forza.

Appena arrivata, dopo una lunga attraversata in aereo, dentro un mondo ancora veloce e che mi pareva così indifferente a tutto quello che sarei venuta ad affrontare, un giovane uomo indiano dalle labbra carnose mi ha accolto e mi ha spiegato le regole dell’ashram, mi ha invitato ad indossare un camicione e mi ha messo sotto le mani dolci di Lakshmi, una piccola donna con delle dita magiche che vedono sotto la pelle. Quindi c’è stato l’incontro con il dottore senior, che ogni sera monitora i nostri progressi. Un signore apparentemente distratto che gode in realtà di grande fama, di cui non si prevedono mai i pensieri e le prescrizioni che nasceranno sotto i baffi brizzolati.

Ma a quel primo incontro ero arrivata molto stanca, con una notte di sonno persa tra i continenti, e avrei voluto che lui capisse anche quello che non dicevo. Che mi prendesse tra le braccia e mi dicesse che comprendeva benissimo quanto avessi lottato e quanto fosse stata dura arrivare a quella lista di cose inceppate del mio corpo che gli stavo enumerando. Che il mio ginocchio si era rotto dentro perché mi ero messa troppi pesi sulle spalle e che lui li avrebbe sollevati. Che dentro la mia pancia continuavano a crescere pezzi non sani di carne perché lì erano andati a morire tutti i pensieri disperati che avevo avuto quando mi avevano rotto il cuore. Invece compilava una cartella e taceva.

Più tardi, davanti alla prima notte di questo viaggio, cercando una quiete che non trovavo sul letto grande, in mezzo a rumori nuovi, ci sono cascata e ho ritirato la fiducia. Ho pensato che non mi avrebbero decodificato e che avrei dovuto dirgli meglio e dirlo io di cosa avevo bisogno. Che forse avevo sbagliato tutto e che stavo sprecando l’unico tempo libero che avevo. Per fortuna dal fondo delle lacrime è venuto a galla il primo specchio in cui guardarmi: ho capito che uno dei problemi da curare qui è proprio questa mia difficoltà a mettermi nelle mani di qualcuno, a farmi aiutare, accettare un supporto. Ed è certo una delle radici di tanta stanchezza. Non importa neppure perché questo cammino teso sia iniziato e chi mi abbia deluso quando era rimasta l’unica strada possibile. Ormai è passato e non posso più andare avanti così. Il mio corpo sta gridando per farmelo capire.

Mi sono ritrovata in ginocchio con la testa tra le mani, a sorridere con il cielo che si era fatto scuro e pieno di stelle, per questa incapacità di lasciarmi andare. Per la presunzione e la cecità che non mi permettono di vedere che ogni persona e ogni situazione non sono altro che le braccia con cui Dio cerca di prendersi cura di me, se glielo permetto, e che non affidarmi ai suoi strumenti significa alla fine non fidarmi di Lui. Vivere anche il sentiero verso il Cielo come una  prova  che devo compiere da sola, ancora a  denti stretti, anziché come un viaggio in cui sono accompagnata ad ogni passo.  A quel punto anche la notte è diventata più leggera e avvolgente e mi ha accolto nel sonno.

E oggi, mentre da una grande ampolla un flusso continuo di latte ed erbe mediche scorreva sulla fronte, ho sentito che tanti pensieri venivano cancellati, come vecchi software di cui ero prigioniera e che limitavano l’ampiezza dello sguardo. Al termine del trattamento ho rimesso il mio camicione e sono entrata nella stanza come una bambina carica di una nuova innocenza. Non la bambina che sono stata, che era sempre gioiosa perché non aveva ancora mai conosciuto il male. Una bambina diversa, che viene dopo quel male. Perché non ha più bisogno di trattenerlo.

Ready (again)

E così ancora ho raccolto la vita dentro le valigie. Ho scelto i pezzi e i colori per un nuovo lontano, una prospettiva diversa sull’inverno, per ricordarmi che ogni cosa va osservata da più lati, per comprenderne la reale dimensione. Per capire anche cosa resista e cosa invece si sciolga appena lo sguardo acquisti distanza e distacco.

Ed è proprio di questa cernita che sono alla ricerca, dopo mesi trascorsi a gestire con tensione accidenti che sono tali solo da vicino, perdendo la visione del tutto. Di un’immersione nel grande, nell’ampio, nell’alto e nel luminoso ho bisogno ora, per rimettere in ordine i pensieri e i giorni.

Parto anche per prendermi cura di me. Per farmi un regalo e dimostrarmi che posso riceverlo. Che posso farmi del bene e che questo è un modo vero di prendermi cura anche del mondo, se saprò irradiarlo, se si sarà arricchito di qualche onda in più di felicità.

Questa mattina, ripassando con la mente tante partenze fatte negli ultimi anni, cercavo una risposta al perché questa volta mi paia diverso, perché la gioia respiri più calma, perché non abbia disegnato già cosa mi attenda e cosa io desideri dai giorni che verranno. In risposta è arrivata una strana visione.

Le mani non erano più aggrappate a quello che accade in fondo alla mia vita, ma sollevate e strette in alto, con una fiducia e un’accoglienza del tutto nuove. Ogni cosa giusta è benvenuta, le ancore sono ritirate. Sono pronta al Grande viaggio, a compiere il privilegio di essere viva. Per servire, se possibile, per arare il pezzettino di Terra che mi è dato di attraversare.