Lettera di Natale

La rinascita della luce, Dolomiti friulane

Sono finalmente qui, ferma, in ascolto. In silenzio. Con piccoli pezzi del corpo rotti. Completamente arresa, sbucciata fino al cuore. Da un po’ volevo scriverti, ma non erano ancora abbastanza limpide le parole. E quando non sono chiare le parole, significa che non ho compreso il messaggio. Che il senso che non sale dall’anima non lo sto attendendo con pazienza, con pelle morbida, con libertà: lo sto cercando con la mente.

L’unica cosa che mi pareva di conoscere era l’inizio di questa lettera: lo ripetevo spesso, mentre correvo ancora nelle strade frettolose in cui è passata ultimamente la mia vita. “Vedi, ho imparato finalmente a prendermi cura di me“, suonava così. Quanto devo averti fatto sorridere! Quanto devi trovare buffa questa mia ansia di ridurre tutto in formule, per vedere sempre crescita nel passo che viene.

Perciò è stato necessario che io sperimentassi dentro le ossa, nel profondo delle viscere, in fondo a canali scuri e dimenticati, quanto debba ancora migliorare il rispetto, l’amore, la lentezza e la fiducia che devo dedicare a me stessa. Se dico di sentire viva, palpabile, la Tua presenza nel mio cammino, poi non devo pensare che la vita mi possa davvero fare male. Che non sia ogni cosa una sequenza perfetta e piena di senso.

Quello che sento oggi, distesa in questa sosta che prepara a rinascere in nuova luce, è che voglio finalmente imparare a fare bene il bene. E so che questa resa, ora, è l’unico inizio possibile di una nuova metà della storia. Che solo quando sarò pace potrò darla, quando sarò amore potrò amare, e quando mi rispetterò potrò rispettare. E questo richiede un ordine diverso, in cui le corse della vita non impediscono le vicende dell’eternità.

Ti chiedo, allora, di crescere in me la capacità di riposare, e di accogliermi mentre osservo il tempo che passa. Ti chiedo di crescere la gentilezza per me stessa e per gli altri, che fanno il meglio che possono per quello che sanno, anche quando è molto lontano da quello attendo. Ti chiedo di crescere in me la fiducia, per sentire che non sono mai abbandonata, neppure quando la prova mi pare essere troppo grande e di non farcela.

Ti chiedo di aiutarmi ad essere così forte, da non aver più bisogno di mostrarlo. Di essere così sicura, da potermi fare piccolissima e lasciare che ti prenda cura della mia vita. Di avere un cuore così ampio, da far scorrere libero il flusso dell’amore, quando qualcuno entra, e anche quando è tempo di lasciar uscire. 

Ti chiedo di migliorare nel riconoscere e nominare quello che mi fa male, di perdonare chi deve fare questa parte nella mia vita, e di perdonare anche me, per essermelo fatto fare. Ti chiedo di insegnarmi a pregarti: con parole semplici, sincere, che non devono impressionare, ma tenerti per mano, e farmi tenere, in ogni passo.

Nuove lettere al Cielo

lettera al cielo

Sono ancora qui, accucciata all’angolo di questa giornata un po’ fredda di dicembre. Qui, a scriverti, con le spalle cariche di un altro anno che sta per finire. Rivedo scorrere tutte le sorprese che sono arrivate negli ultimi mesi. Momenti preziosi in cui ho pensato che la vita fosse davvero iniziata. In cui sono stata così contenta di porgerti sui palmi delle mani qualcosa che sapeva di me.

Era come se mi sentissi sempre un po’ mancante, come se non potessi sollevare completamente gli occhi fino al cielo, ancora stavo perdendo molto tempo solo a vivere. Troppo occupata a preoccuparmi. Invece poi ero finalmente riuscita a stringermi ancora di più dentro i giorni, a spremere, in fondo alle corse che non ho mai smesso di fare da un lato all’altro della vita, un po’ della mia sostanza vitale. Per offrirtela.

Quanto sono stata presuntuosa! Come ho potuto pensare di fare ancora tutto da sola, come ho potuto pensare che tu attendessi davvero questo sfinimento da me? Per questo il fiore è sbocciato, ma lo stelo si è piegato sotto il peso di una grande stanchezza. Vedi, faccio sempre lo stesso errore: credo di poter essere amata solo se sono brava, se faccio le cose per bene.

Non penso mai che mi si ami così come sono, che io possa chiedere aiuto, una spalla in cui riposare. Che mi si faccia un regalo, senza essermelo guadagnato. Sto chiusa dentro la mia corazza di tensione, dove proteggo la vita sensibile che avviene dentro: ho paura e non lo dico, finisco le forze e non riposo, a volte piango e non mi faccio vedere.

Non è paura di essere fragile: è un incurabile difetto di fiducia, per cui non credo mai che qualcuno possa prendersi un po’ di questo carico quando eccede, aiutarmi a sollevarlo, accompagnarmi i primi passi che servono a proseguire. Riesco solo a raggomitolarmi tra me e me, resistere, attendere che passi, e poi riprendere la corsa. E così ho fatto con te quello che faccio tra gli uomini.

Ed eccomi allora di nuovo qui, inginocchiata con le mani al cuore. Qui, a pregare che io riesca ad aprirmi, a lasciarti davvero scorrere dentro di me. A pregarti di crescere in me l’affidamento, perché solo così, se te lo lascio fare, mi puoi davvero aiutare. Puoi sostenere la mia vita, mentre coltivo i fiori che profumano di te.

Possiamo riprovare? Riposo un po’ prima di cominciare.

 

 

 

Esercizi di pazienza

Esercizi di pazienza

Dicembre è iniziato, ed è tutto l’autunno che aspetto di ritornare a me. Ho atteso, cioè, di coincidere con il mio ricordo degli autunni passati. Quel senso di pienezza al centro. Il sole dell’estate che si dispiegava in idee e in inizi. Ma il momento non è mai arrivato.

Oggi però qualcosa è cambiato: ho smesso di aspettare. Ho accolto quel c’era. L’ho raccolto sul divano, in una domenica per me, e mi andava bene cosi. Mi andavo bene con il corpo stanco, con la mente che non ha ancora spazi liberati per mosse nuove, e con l’anima che chiede di prendere ancora un po’ il fiato.

Ho ringraziato per quello che c’è, per quello che riesco comunque a fare, mentre sotto la pelle l’organismo si ripara, si prepara forse ad un tempo a venire per il quale non devo avere impazienza. C’è tanta bellezza anche in questa possibilità di tempo semplice, nel respiro del silenzio, nello sguardo libero, con il freddo dietro i vetri.

Così mi sono data finalmente il permesso di riposare, di smettere di rincorrere una versione che ritenevo migliore di me. Mi sono raggiunta dove sono ora e questo palpito di verità ha fatto salire una onda di profondo bene. Una nuova versione più morbida, che sa lasciare anche delle domande in sospeso. Vivere senza un programma preciso.

Come la terra per dare frutti forti, ogni tanto bisogna lasciarsi incolti. Ascoltare nel profondo i movimenti piccoli di una vita che lavora, che senza fretta verrà di nuovo un giorno alla luce.