Preghiere piccole

Piccolo tramonto

Rivolgi a Dio delle preghiere piccole. Non vestirti a festa, non metterti in posa, non scegliere alte parole. Raccontagli il sapore di una mela sbucciata. Il pensiero che hai avuto al risveglio. Il tremore del primo gelo.

Stringilo per mano mentre scendi le scale. Tienigli un posto al caffè e in tram, mentre il giorno sobbalza di fretta. Sentilo vicino al cuore, se la strada si fa faticosa. Raccontagli con parole semplici i tuoi sogni e le tue paure.

Chiedigli di spezzare con te un’incertezza che pesa. Un prestito di perdono per quella rabbia ostinata, che non se ne vuole andare. Una spalla per riposare, quando rientri a casa, stanca, la sera. Che ti canti una ninna nanna, prima di dormire.

 

Parole sulla pelle

come neve a novembre

E ora che sei partito, il nostro parlare è un altro modo di stare in silenzio. Far scorrere sulla pelle le parole in cui ci sappiamo, in cui rimettiamo sotto ipotetiche mani i dettagli segreti che ci siamo svelati. Senza fare domande, senza mettere un limite al tempo che non si è fermato.

Senza premere neppure un dito o una sillaba a fondo, dove c’è ancora un male che ci siamo fatti e non abbiamo capito. Un dolore che chiede di non essere disturbato. Chiede riposo e chiede un altro linguaggio, fatto di pazienza e di preghiere, per distendersi, per respirare.

Solo pensieri leggeri, che si appoggiano piano sulle fibre tese dei ricordi, come una nevicata di novembre: che si scioglierà, se non farà troppo freddo nell’inverno dei nostri cuori.

 

 

crescere morbidezza

Questa volta è stato particolarmente duro venire via da Assisi. Non erano i soliti capricci, che mi piace la natura, che la città alla lunga mi porta fuori di me…

A colazione sentivo un tale legame d’amore con tutto quello che è cresciuto in questi anni e con le persone con cui ho condiviso i passi, che è stato un vero strappo allontanarmi. Ho capito che dopo un po’ in questi luoghi mi ammorbidisco, non vivo più con una corazza tesa per proteggermi dai colpi, per rispondere alle attese, e che solo da questa pelle più morbida può sbucare l’anima.

Un tempo vedevo persino il cammino spirituale come qualcosa che dovevo ‘fare’, un impegno in cui riuscivo anche a tendermi ancora, ora ho capito che si tratta solo di togliere, di fidarsi ed affidarsi, di aprire, che c’è già tutto dentro. Si tratta di permettere alla vita di scorrere. Di leggere i segni con cui ci guida. Ecco, questo respiro interiore non lo voglio più perdere dietro l’epidermide delle paure di una vita di fretta.