ancora sui colli

sui colli di Assisi, autunno

Da due giorni qui c’è una tempesta di vento, a volte anche tempesta e basta. Ed è un’esperienza sempre intensa mettersi nel mezzo di un bosco, tra i colli, guancia a guancia con il creato. E’ come se all’improvviso scadessero tutte le priorità che ho inseguito fino ad ora, protetta nel cemento di una città murata alla vita, o dove la vita passa dai cavi.

Mi pare di sentire la scorza e la sensibilità che hanno cresciuto gli alberi per resistere, per flettersi, e anche l’accettazione se è invece impossibile fare altro che spezzarsi. E tutti gli animali che cercano riparo, e cibo, e sono felici dentro il primo raggio di sole che vince le nuvole.

Credo che la natura sia la migliore maestra per ridimensionare la nostra tracotanza: la natura ti rimette al tuo posto, ti fa capire istantaneamente quanto sei piccola. E lo stesso che hai un’unica chance: muoverti con lei, non contro di lei. Il mondo non lo puoi cambiare, e in questo istante in tanti luoghi tanta vita sta resistendo, si sta flettendo, forse spezzando. Ma quello che puoi fare è sempre avere cura del pezzo di mondo che ti ospita, del presente che vivi, dello spazio in cui cammini e di chi lo abita con te.

Non puoi fermare una guerra, ma costruire un piccolo riparo per un fiore, un gatto, un ramo spezzato che ha ancora la vita dentro, quello lo puoi fare sempre, se impari di nuovo a vedere e a sentire. Ed è il compito più grande che abbiamo: amare quel che c’è, sentire che la vita è una, dentro ogni cosa.

visita medica 2

Forza e compassione

Lei non può comportarsi così: non viene ai controlli, non ritira i referti. Si rifiuta di prendere le medicine. Non può vivere come avesse sempre vent’anni…

Dottoressa, è proprio perché mi sono lasciata da tanto dietro i vent’anni che accolgo il mio corpo com’è, con i segni del viaggio. Non ho nessuna intenzione di averne un altro, nuovo di zecca. Di mandarlo in carrozzeria, di cambiare i pezzi.

Lo so perché ho quella ferita che sanguina e cresce dentro la pancia: è uno strappo, mi ricorda il tempo in cui non volevo sentire il suo pianto. Prima di rompersi mi ha parlato in tanti modi: è stata tristezza, è stata richiesta di rispetto, è stata implorazione d’amore.

Non ho ascoltato, non ho preso la strada a cui mi chiedeva di credere. Ho cercato di cancellare il dolore portandomi di peso da un’altra parte. Scappando, le parti più fragili si sono rotte. Non è nient’altro quello che lei oggi vede e mi indica sul suo schermo in chiaroscuri.

E cosa dovrei fare allora adesso: un’altra volta non esserci, tagliare, non attendere cosa c’è da comprendere dentro quel dolore? Sa, quello che ho imparato facendo la strada è che guardare la sofferenza negli occhi è l’unica soluzione al soffrire. Solo così respira, riposa. Si acquieta. Non cancellandola.

Ho adeguato la mia nuova vita al camminare tenendola per mano, per non dimenticarmi più della scelleratezza di non essermi accolta, abbracciata, amata abbastanza. E perché non dovrei anche avere un po’ di dolore per questo? Non voglio essere perfetta, voglio accogliere completamente le mie imperfezioni.

Oggi credo nell’esattezza della vita, e ringrazio tutti i passi e i dolori che servono per andare dalla terra al cielo. E questi, la assicuro, sono regali che non scambierei mai con i miei vent’anni.

 

 

Affidamento

Sono diventata più tollerante? No, non credo si tratti di questo. Se non me la prendo più quando la vita devia, quando qualcuno non corrisponde a quel che attendevo, o se una cosa che desideravo non può essere perché se ne presenta un’altra che non avevo immaginato, non credo sia perché accolgo anche quel che non amo, ma perché amo di più.

Perché è finalmente cresciuta in me una fiducia immensa in un ordine perfetto che sta dietro ogni cosa. Ed è quando mi oppongo al corso naturale che tutto diventa sforzo e fatica. Ma se dico invece di sì a quello che la vita apparecchia in ogni momento, allora sono leggera, e cammino sul palmo della mano dell’universo.

spiragli d’anima

Inizio d’autunno

L’autunno inizia di nascosto quest’anno. Fa convivere aria ancora estiva con la natura che si colora e segue il proprio corso. Mi sento sempre strana quando una stagione entra nell’altra. Ogni anno credo di essere pronta, invece c’è un momento in cui vorrei trattenere il lembo di vita che se ne sta andando, mettermi davanti a quello che sta per entrare, sbarrargli la strada e chiedergli di aspettare un attimo. Dirgli che non sono pronta, che mi fa disperare lasciar sempre andare via ogni cosa così, con velocità. Che ho bisogno di fermarmi: di sedermi, di pensare a cosa è successo.

Non è nostalgia. Ma le cose mi restano dentro a lungo, e solo con calma fanno venire a galla il loro senso. In questi giorni c’era dentro il petto una grande costipazione. Non riuscivo a scrivere, non riuscivo a sciogliere in significati chiari il groviglio che mi tratteneva dal sentire. Oggi all’improvviso qualcosa si è sciolto: mi sono permessa di piangere. Ho trovato sotto la calotta forte, luminosa, che ho cresciuto con tutta la determinazione che ho potuto, della tristezza che avevo dimenticato. L’avevo chiusa dentro uno spazio inaccessibile persino a me.

Sotto il rigido, il teso, il forte, questa parte oggi ha trovato un pertugio ed è uscita. Mi ha raccontato vecchie cose nuove. Mi ha fatto comprendere quanto quello che chiamiamo mondo non sia in fondo altro che l’angolo vitale in cui ci siamo rifugiati, a lato dei grumi di macerie di tutto quello che ci ha fatto male e a cui abbiamo chiuso la porta. E come sia impossibile da questa prospettiva piccola incontrare davvero qualcosa, qualcuno. Altri mondi nati da altre storie. Quanto ci illudiamo a questi piani di amare e quanto lavoro di libertà ci sia sempre ancora da fare, prima di far realmente scorrere la vita.

Ecco, per un attimo ho visto il puntino luminoso della mia anima pulsare sotto strati e strati di controllo, di sforzi e di fatiche. Chiedeva cose semplici, silenziose: chiedeva di respirare, di dargli una possibilità di essere quella che è. Anche fragile e triste a volte. Mi chiedeva di fidarmi di lei. Di lasciare la presa, di smettere di fare tutto quello che faccio per poca fiducia nella vita. Di provare di nuovo a vedere la magia che tiene insieme le cose, e che non devo fare tutto da sola. Ma, finché continuerò a farlo, non potrò mai sentire il supporto dell’universo che sa perché siamo qui, dove dobbiamo andare.

Mi sono fatta pena, credo, per questo ho pianto. Sono stata brava a fare, oggi pensavo, ma non a ricevere. Non lascio aperti spazi perché ho paura che non entri nulla. Non chiedo perché ho paura che non mi venga dato. E non mi affido perché temo che nessuno potrebbe prendersi un po’ del mio peso, quando sono stanca. Ma quello che oggi ho visto chiaro è che da soli si può arrivare solo fino ad un certo punto. E non c’è nessun eroismo in questa resistenza.

Credevo di aver fatto un pezzo di strada. Oggi mi sono rivista ancora ai piedi della montagna. Ma forse già vedere la montagna è un grande privilegio. Un nuovo punto da cui partire.