Il racconto del passato

dissolvenze della vita

E così è arrivato anche il giorno dell’operazione. Un pezzetto di passato aveva fatto radici dentro il mio corpo, e non mi permetteva di procedere leggera. Va bene, tagliamo. Avevo detto infine alla dottoressa, mentre in testa ritornavano chiare le immagini di quando tutto questo aveva messo il seme. Il momento in cui il colpo era andato così a fondo che mi ero sentita mancare. Forse avevo dovuto creare questo contrappeso dentro di me per appoggiarmi, per non cadere. Concentrare il dolore in una piccola appendice di carne, per non farlo circolare, per non lasciarmi avvelenare.

In questi anni sono seguite tante cose iniziate in quel momento. Eppure ogni volta che il racconto ritornava lì, le parole venivano come inghiottite in un buco e finivo in una tristezza antica. Ho costruito a morsi, poi a passi determinati, poi a colpi d’ali tanta luce da allora, ma questo foro restava aperto dentro come un monito verso cui potevo ancora sempre ricadere, ripiangere, rifarmi pena ogni volta che qualcosa andava male. Ogni volta che mi pareva di essere ancora abbandonata dalla vita.

“Abbandono” è la parola che ho sventolato come una minaccia a chi mi chiedeva perché non mi potessi mai fermare, mai credere in qualcosa al di fuori di quello che c’è dentro di me, perché non potessi mai appartenere a nulla, a nessuno. E questo racconto concentrato in una parola credevo che mi sarei portata questa mattina all’ospedale. Mi chiedevo quando avrei pianto. Forse quando piegavo la camicia bianca ricamata che era stata della nonna nella borsa, forse quando chiudevo a chiave la porta di casa. Forse quando avrei salito da sola le scale del reparto.

Non ho pianto. Intorno a me c’erano tante altre donne, ognuna con la propria storia, ognuna con un colpo finito dentro la pancia in forma di un peso di carne da tagliare. Mi sono stesa sul letto. La mia compagna di stanza si chiamava Roberta, si era informata e diceva che solo un istante ci avrebbero fatto un po’ male. Poi sarebbe passato tutto. Anni di ostinazione intorno alla stessa sofferenza che se ne andavano. Roberta aveva un sorriso sottile, scompariva dentro le labbra strette. Aveva un figlio che gli chiedeva quando tornava a casa.

Hanno chiamato me per prima. Quando il ferro ha iniziato a muoversi dentro la pancia le lacrime sono uscite senza sentimento. Non era un pianto, era una forza che era cresciuta e che poteva resistere. Qualcosa in me stava stretto al respiro, al centro, alla luce che vedevo espandersi al posto del buio che era stato attaccato. Poi quel momento di male annunciato, la vita come una luce intermittente che ho riportato a riva, che ho riscelto, a cui sono tornata con una spinta leggera.

non è solo fortuna

Sul letto, poi, mentre il taglio pulsava, e l’appendice di carne era un mucchietto scuro dentro una provetta, ho capito che quel buco era solo un racconto passato, un’abitudine, ma da tanto tempo non era più il mio corpo. Da tanto tempo non ero più quella paura. Da molto non ero più in pericolo di perdere la mia verità per le cose che vengono e vanno nella vita.

Ho percepito quanto profonda si fosse fatta la libertà, la possibilità di lasciar scorrere ogni cosa, ogni incontro. Della parola “abbandono” non ho più bisogno. Ho lasciato la presa, non cerco certezze da chi entra nei miei giorni, per una stagione o per fermarsi per sempre. E’ nato un altro amore, l’amore che ama quello che c’è in ogni istante della vita.

cavaliere rosso

All’uscita mi aspettava il cavaliere rosso, l’affetto di un’amica. Nel telefono pulsavano i cuori di tante persone che facevano il tifo perché tornassi leggera in questa sera piena della luce di maggio. Ho tutto intorno l’amore che solo un cuore libero, pulito avrebbe potuto crescere.