Il cammino individuale

segni di primavera

Convivo con un dolore dentro il corpo. Respira con me, si espande quando inspiro ed occupa ogni nervo, poi si ritira come la puntura di uno spillo quando espiro. Esce con me nei luoghi della città. Ascolta le mie telefonate. Veglia mentre dormo. Ha delle preferenze alimentari. Porta addosso i miei vestiti. Una convivenza non decisa da me, ma che sarebbe inutile respingere o trattare con fretta ed impazienza.

Quindi me lo sto facendo amico, condivido con lui le scelte da fare. I passi possibili. Quando sento che è più calmo, provo a parlargli. Gli chiedo a cosa io debba questa sua visita. Lui ha il suo modo di rispondere. E non lo fa mai quando faccio la domanda: lì si arrabbia, diventa acido, mi costringe a raggomitolarmi su me stessa. Poi, quando non ci sto pensando, mi porta immagini e nomi. Segni da decifrare. Grani di una collana che devo mettere in sequenza.

Quello che sono riuscita a capire fino adesso è che il dolore è uno strappo fatto all’ordine giusto delle cose. Come ci fosse una traiettoria naturale per ognuno, e intorno tutti gli altri cammini e gli altri camminatori, e ogni volta che cerchi di convogliare nel tuo solco un altro sentiero, che di suo non sta sfociando lì, oppure tu stessa te ne vai fuori dal tuo binario per compiacere altro o altri, si crea una fatica, un intoppo. E il corpo va accumulando tutti questi punti tesi, aspettative, controlli, insicurezze e non va più dritto.

E’ una cosa molto naturale d’altro canto: vuoi bene ad una persona e vorresti ti stesse vicino. Cose molto semplici: che leggesse il libro che gli consigli. Che amasse il luogo che ami. Che avesse nella vita progetti che conducono a te. Oppure è tua abitudine vedere quando un amico cammina vicino al fosso ed urlare affinché non cada dentro. Usare il tuo metro di misura nel pensare come agiranno gli altri nei tuoi confronti: e non è mai così.

Ognuno, infatti, ha il proprio solco, i blocchi creati, gli intoppi, e ogni intervento non fa che rendere più difficile la circolazione della verità. Libertà è allora la parola che bisognerebbe cercare di crescere sempre più forte nei propri territori interiori. Libertà per sé e per gli altri. Camminare, salutare tutti quelli che incontri, e poi restituirli alla vita, e lasciare che sia un moto naturale delle cose a portarli a te o lontano da te. Una libertà che cresce la verità.

Questo mio dolore è l’ultimatum che mi sta dando l’anima stremata. Pensando di essere libera, di lasciare liberi, ho continuato a soffrire quando il traguardo cambiava mentre stavo facendo la corsa, semplicemente perché l’avevo posto io ed era una mia proiezione. Continuo anche ad insistere perché altri provino le cose che a me hanno fatto bene. E soffro ogni volta che una persona amata disegna una mappa che parte da me per andare in una terra in cui non ci sono sicurezze su dove sarò io.

Ne parlavo proprio oggi con un amico caro: per giorni avevo cercato di farlo assentire su una cosa che lo avrebbe avvicinato a me. E mi pareva di averlo fatto bene e di esserci riuscita. Oggi di nuovo invece è ritornato ad usare parole singolari, annullando la mia fatica inutile. Esattamente in quell’istante mi scriveva un’amica con un’energia ferma che avrei dovuto solleticare con luce e consigli che non avrebbe ascoltato: ho inviato un pollicione, un bacio.

E poi mi sono sdraiata di nuovo con il dolore che aveva il fiatone. Ho capito che mi sta costringendo ad andare dove il mio scorrere è fluido, dove è naturale che io sia. Senza attaccamenti, senza aspettative. Senza guardare indietro. Salutando e ringraziando di ogni istante, ma senza piantare le unghie. Continuare a scorrere, a fidarmi della vita. Di ciò che mi presenta davanti. E in questo accogliere sono tutta intera: anche le parti di me che ho tagliato per piacere a qualcuno, sono ora abbracciate ed amate.

Oggi non sono addolorata degli intoppi, sono solo molto stanca. E non ce la farei neppure a trattenere qualcuno, a raddrizzare le curve della vita. Riesco solo a stendermi, a farmi portare dall’ordine delle cose. E di questo ringrazio il mio dolore.