India 6 – HOMENESS – Istanti di Casa

Campagna, vicino Tiruvannamalai

In questi giorni non ho scritto nulla. Le cose sono successe così intensamente e così velocemente che ho potuto fare una sola cosa, un solo atto pieno: vivere. E una volta di più ho capito che l’unico sforzo che devo fare è quello di restare aperta. Allora la vita passa e fa accadere ciò che è giusto. Se invece sono protesa verso il futuro o verso il passato, quindi verso desideri diversi da ciò che sta accadendo, questo inclinarmi ne ostruisce il passaggio. E così non può venire a galla il senso del cammino.

E poi ho capito che lì dove ho lasciato qualche cosa a metà, qualche cosa che non era potuto giungere a compimento perché era diventato troppo per le forze che avevo mentre accadeva, non è schivato per sempre: mi sta semplicemente attendendo. E di nuovo sarò riportata a quel punto esatto non appena sarò in grado di completare la storia, di scriverne il finale. E questo per ogni angolo buio: finché non avrò illuminato tutto, finché non sarò completamente amore.

Così un anno fa facevo il viaggio da Tiruvannamalai, la terra di Shiva, il potente trasformatore, verso Auroville, terra di Shakti, la grande energia materna che ci sostiene con amore, e che lenisce il dolore se sappiamo offrirci alle sue braccia. Era capitato in un momento particolare in cui di tutta questa dolcezza avevo davvero bisogno. Al punto che non avrei più smesso di nutrirmene. E quest’anno invece mi trovavo a fare il cammino opposto: dopo l’apertura del cuore, l’affidamento, la resa, dovevo tornare ai piedi della montagna. E un po’, mi sono accorta, ne avevo paura. Perché quel che accade in India non è mai un caso.

Avevo vissuto in un ambiente protetto, naturale, e di nuovo invece intorno avrei dunque avuto la città, la pelle dell’umanità, lo specchio delle mie imperfezioni. E anche qualche conto in sospeso che mi aspettava. Avevo preso una cameretta proprio di fronte al grande Ashram di Ramana Maharishi, il Maestro che ha lasciato in città un’energia pura che attira migliaia di devoti. L’avevo prenotata in un tempo in cui non ero neppure certa che avrei portato lì il mio viaggio. Quindi senza neppure pensarci troppo o controllare troppo a fondo come ci sarei stata. Invece all’improvviso era stato addirittura il lavoro con una Ong a riportarmi lì. Per dirmi che era ora di onorare questo appuntamento.

Arunachala, la montagna di Shiva a Tiruvannamalai

La prima notte è stata polverosa, rumorosa, piena di inquietudine. E il giorno dopo sarebbe stata la lunga notte del Mahashivaratri, quella in cui in assoluto il buio diventa profondo e dobbiamo guardare in faccia la nostra oscurità: trasformarla, lasciarla andare o illuminarla. Offrirla a Shiva, farci lavorare da lui. E a me sembrava che nulla stesse andando nel modo giusto. Avevo ritrovato un amico, mi aveva teso una mano, e poi era di nuovo sparito nel nulla, e io ancora di più mi sentivo insufficiente. La piccola Giulia abbandonata ripiangeva da dentro e mi riportava a vecchie abitudini di perdita.

Mentre il Mahashivaratri si agitava fuori dalla mia stanza triste, ho deciso che quello stato penoso doveva finire, e che non mi sarei più lasciata trascorrere un altro sonno così. Il mattino mi sono alzata presto, mi sono preparata, e senza quasi dirmelo, dopo poco ero già all’Ashram e oltre l’Ashram pronta a scalare la montagna di Arunachala. Una scalata che è anche simbolica, e si fa dentro di sé, purificando le proprie imperfezioni, offrendole in alto, trasformandole.

Era la quarta volta che facevo la grande risalita, e mi pareva la più dura. Mi chiedevo se davvero Shiva mi volesse accogliere, o se fosse stato solo un mio nuovo controllo delle cose, per portarle lontano da quello che non volevo. Ricordavo e ritrovavo perfettamente la sensazione di fatica che cresce dentro le gambe, nelle mani che servono come appigli, e la sensazione che la cima venga ad ogni passo allontanata. Poi ad un certo punto, non sai come, ma ti accorgi che sei arrivata.

La come di Arunachala, il grande lingam di Tiruvannamalai

C’era un’atmosfera strana, diversa da tutte le altre volte. Un paesaggio da dopo festa. Intorno una nebbia lattiginosa che non consentiva di guardare in basso e vicino a me una serie di pellegrini in silenzio che meditavano. Anche io ho incrociato le gambe e mi sono messa ad ascoltare la mia interiorità. All’improvviso è venuta a galla una luce brillante. Una voce che mi ricordava che io ero quella luce, se non la ricoprivo di buio.

Da quel momento morbidezza e forza si sono come prese per mano. Una conoscenza ha deciso di aiutarmi a scendere per una via più diretta e senza dirmelo io avevo già deciso cosa fare per tirarmi fuori dal buio. Esattamente ripetendo i gesti di un anno prima, quando ero scappata, in silenzio mi sono rimessa a fare le valigie. Ma questa volta non per scappare: per darla vinta alla gioia, che so di avere dentro. Ho chiamato l’amico che mi aveva teso la mano, nei cui dintorni avevo visto tutto il bene di cui avevo bisogno, e gli ho comunicato che volevo raggiungere quel bene, che sarei andata in campagna da lui. Avevo detto il mio sì ad una felicità che mi stava aspettando. E in fondo lo sapevo.

La montagna di Parvati, Tamil Nadu

Così, dopo tanto vagare nelle acque della vita, ho sentito che per qualche giorno, la nave aveva trovato il suo porto. Nell’arazzo in cui siamo tutti fili diversi e separati, due pezzi attigui del disegno si erano ritrovati. Ero arrivata a casa. Sono stati così, fatti di cose semplici piene di tutto quello che è davvero importante, i giorni in cui sono stata felice. La mia parte morbida e quella dura che si affatica e resiste si sono incontrate. Sullo sfondo di questi giorni c’era infatti la montagna di Parvati, la compagna di Shiva, che di questa unione è simbolo.

Ora sono già arrivata a Rishikesh, dove avrò soprattutto giorni di yoga, assieme ad un gruppo di Ananda. E non guardo al passato: come capita quando ricevi un regalo, che non ti metti nel rimpianto: ringrazi.

Gange, Rishikesh

 

 

 

India 5 – Stillness and vastness (Surrended)

Fiore di Loto, Auroville

Fin da bambina ho evitato ogni cosa che limitasse la mia libertà. Davo un nome tutto mio a questa idea astratta di libertà. In particolare mi mettevano in difficoltà gli impegni a lungo termine. Mi piaceva moltissimo studiare ma detestavo l’inizio dell’anno scolastico che mi avrebbe tenuta ferma per nove mesi dietro un banco, cinque ore al giorno scandite da tre campanelle. Potevo acquistare una maglietta per l’estate, ma il cappotto che doveva durare qualche anno non riuscivo mai a sceglierlo. Sono riuscita a trovare un indirizzo per l’università, solo perché non ho pensato che sarebbe stato quello della mia vita.

Lo stesso è continuato da adulta. Ho scelto di fare la free lance, e quando, per caso o per fare anche questa esperienza, mi sono trovata un’assunzione a tempo indeterminato a scuola, dopo un anno mi sono licenziata. Ricordo benissimo l’istante in cui ho deciso: mi stavo piegando per mettere il registro nel cassetto (quello più basso, ero la più giovane dell’istituto, il nonnismo della classe insegnanti voleva così) e un’insegnante anziana mi ha detto queste parole: “Ora sai cosa farai per tutta la tua vita”. La vista ha virato al nero, e già nel pomeriggio ero dal preside ad informarmi come potevo fare a licenziarmi. Lui mi calmò, mi chiese di concludere l’anno. Ma fu solo un rimandare, feci poi alla fine una serie di manovre attraverso l’università, per liberarmi di nuovo da quell’impegno.

Neppure la sicurezza economica, la stabilità quotidiana, sono mai riuscite a farmi cambiare rotta. L’effetto secondario di questa difesa strenua della libertà è stato il vivere sempre costruendo legami piccoli. Una piccola casa a Milano, che non deve durare per sempre. Un rapporto di lavoro non continuativo con i giornali. Una serie di esercizi d’amore che non devono però essere una scelta definitiva. Viaggi, ma tenendo sempre il controllo anche sul luogo in cui ritornare. La difficoltà persino di dire ancora di sì ad un cane, che è una delle creature di Dio che amo di più in assoluto. Compromettermi con il mondo, ma senza firmare di averlo fatto, per l’impossibilità di appartenere totalmente a qualsiasi cosa.

Il risultato è sicuramente di indipendenza, di forza personale, ma anche di costruzione di sentieri limitati, in cui procedo sola, perché non posso veramente fare posto a nessuno. In sostanza non si tratta di libertà, ma di protezione dalla forza dirompente della vita. Come se questa forza mi avesse già ferito a prescindere. E tutto questo ora, dopo vari anni di ricerca interiore, lo guardo con un sorriso. Mi faccio anche un po’ tenerezza, nella mia sindrome di bambina randagia, che si lamenta che non ha una casa, ma che non ne vuole realmente trovare una. E quando si affaccia qualcosa che potrebbe essere giusto, arriva subito anche l’idea che potrebbe arrivare qualcosa di ancora più giusto, e quindi devo tenermi libera per quando sarà.

Ma si sa che siamo qui solo per questo: per imparare, per ripassare i nostri solchi di buio ed illuminarli. Quindi ora è proprio tempo di occuparmi di questa radice grossa della mia vita. E per farlo ho bisogno di questi strumenti: affidamento ad un disegno più grande, amore per me stessa, consapevolezza del mio valori. Perché si tratta alla fine di questo: di avere un proprio radicamento interiore, allora non ti spazza più via il primo vento che passa e puoi lasciarti andare. Questo tempo di avvicinamento a me stessa in realtà è iniziato quando le cose della vita mi hanno portato, senza quasi che me accorgessi, a condividere. Scrivere anche per altri. Insegnare yoga. Farmi carico anche di altre vite.

Queste cose sono iniziate in un modo così delicato che non mi sono quasi neppure accorta. Non mi sono spaventata e non ho dovuto scappare. Anzi ho trovato un senso profondo per cui resistere ed illuminare i pezzi di buio che incontro, non solo per me, ma per tutti quelli che si trovano sugli stessi passi del cammino. E ora questa chiamata si è fatta fortissima. Qui in India, dove le cose che hanno un significato respirano in mezzo alle cose che accadono, e queste ultime non ne sono che la proiezione, lo sento fortissimo. In modo che direi, senza paura, definitivo.

E’ chiaro, sono qui per questo: per dire di alla vita. Per accorgermi che non è così tremendo aprirle non il pertugio stretto ma il portone grande, dove può entrare e portare colori a tutta l’ampiezza contenuta in ognuno. Sono qui per arrendermi, ancora una volta. Non per trovare un balsamo al mio spavento originario, ma per accorgermi che non mi fa più paura, e che ora posso anche compiere la missione per cui sono venuta qui. Un Sì totale, che implica aspirazione perfetta alla verità, che implica il rifiuto di tutto ciò che contraddice questa direzione, e che comporta un’offerta totale di Sé. E chiede coraggio. Ma un coraggio nuovo: non muscolare e affaticato come è stata la mia vita fino a qui, ma carico di certezza di cooperare con un’energia più grande ed inesauribile.

Ecco sono arresa alla vastità. E eppure sono calma e infinitamente libera. La libertà ora è quella di trovare la mia strada verso quella fioritura che mi attendeva da sempre. Ringrazio questo luogo per i nuovi doni, ed è tempo di proseguire il viaggio.

 

 

India 4 – Aspirazione (almost surrended)

Lavori in corso

Ieri è stata una giornata felicissima. Il sole, il vento, le corse pazze sulla sabbia rossa: la sensazione sulla pelle di una libertà sconfinata. E poi ci sono stati dei semi di nuove intuizioni. Qualcosa dentro, che da un po’ spingeva, sta iniziando a fiorire. Sto iniziando davvero a comprendere perché sono qui. Dal principio ho capito che mi si chiedeva una resa, che ero arrivata troppo tesa, troppo aggrappata alle mie forze, sfinite. Ma credevo che si trattasse ancora di perfezionare la morbidezza, l’affidamento. Credevo che mi si chiedesse, insomma, di non fare, di non compromettermi più così tanto con il mondo.

In realtà sono sempre stata divisa in due: una che corre come una matta per la parte di realtà, e una che si perderebbe volentieri in un eremo, in mezzo alla natura, per la Verità. E anzi ho in parte vissuto così, dividendo a fette i tempi della vita. Credendo anzi che un giorno mi sarei meritata di non fare più tanto sforzo e di poter godere di un’esistenza puramente artistica e contemplativa. Cioè di poter portare avanti la mia ricerca interiore e il mio progresso spirituale, senza doverlo sempre annacquare con tante voci che spingono e comprimono da fuori.

Stavo sbagliando completamente. Questa non è realizzazione: è ancora paura, bisogno di approdare in un luogo salvo, quindi attesa e proiezione dell’ego fuori dal Sé. La vera realizzazione è non avere più paura di vivere la vertigine del sempre nuovo, del sempre vero. Non tirarsi fuori. E’ compiersi interiormente e poi condividere la propria luce, affinché il mondo diventi un luogo più bello. Non ci si salva da soli. Se trovi una strada devi tornare indietro e aiutare anche altri, e se hai avuto il dono di una forte volontà, devi aprire strade per altri. Allora non c’è più un luogo del mondo in cui devi rinunciare ad essere te.

Dopo aver tanto stretto i denti è servita una lezione di dolcezza, e l’ho avuta già l’anno passato. Questa volta sono qui per un’altra ragione, per un’altra resa: non più verso il basso, dentro le braccia di qualcosa che mi protegge, ma verso l’alto, dove si arriva portando tutto il meglio che c’è in sé. Si arriva con un’aspirazione così forte a compiersi che la Grazia non può resistere dal venirti incontro. E allora di nuovo hai il suo sostegno e il suo nutrimento, ma perché hai sincronizzato il tuo passo al ritmo del cosmo, senza più spaventarti della vastità, della grandezza che puoi contenere.

Ecco: quello che mi ha portato qui è una richiesta di assenso. Che io dica chiaro il mio Sì, affinché questa energia entri è riordini in direzione alta, della Verità, utilizzandomi completamente, tutta la mia vita. Le altre sono piccolezze e spaventi.

 

 

India 3 – Progressi

Vie di Auroville

E oggi, al mio solito appuntamento al Matrimandir, ho tirato a sorte su quale qualità meditare. Ho chiuso gli occhi: ho appoggiato la mano sulla piccola bacheca con i talloncini che conducono ai petali del grande loto, e le dita si sono appoggiate su “Progresso”, a pochi millimetri da “Gratitudine”. Di sicuro ho sbagliato, dovevano cadere sulla gratitudine. Ho pensato e ho rifatto di nuovo il sorteggio, certa che fossero queste declinazioni della dolcezza ad avermi chiamato in India. E ancora, tra le dodici qualità dell’energia, ho toccato il Progresso. Dietro il talloncino c’era scritto più o meno questo: le persone dotate di una forte volontà, non devono rifiutarla, devono portarla in alto per trasformare se stessi e portare aiuto anche a molti altri. Ecco il primo indizio di questo viaggio.

Avevo creduto di essere qui per smussare, per decomprimere, per completare un lavoro di morbidezza, per uscire dalle mie impronte forti. Ero caduta anche nella tentazione del compiangermi: troppa fatica sempre in ogni cosa. Cercavo l’abbraccio, il riposo, di allontanarmi da me. La parola-balsamo che mi dicesse che iniziava il tempo facile. Guardavo con sospetto ai segni che non riesco a non lasciare in ogni situazione. Invece non mi è chiesto di accasciarmi: ma di fare un salto in alto. Non di rinnegarmi, ma di offrirmi, così come sono. E non per sacrificio: per amore. Non da sola, ma aprendomi totalmente affinché quel che deve essere compiuto si compia attraverso di me. Work in progress…

 

 

India semiseria. Vita da hippie

Il mio scooter, per le vie di Auroville

Poco fa, mentre cenavo nella veranda della casetta trasparente, murata solo con veli antizanzara per non interrompere il contatto della natura, ho sentito parlare di rivoluzione. Sì, proprio di ‘Rivoluzione’. Si diceva: “la rivoluzione forse non è ancora così imminente”. Caspita, la Rivoluzione, che paura, era un po’ che non la sentivo nominare. Cioè, in diretta non ne ho sentito parlare per motivi anagrafici, però pensavo che in generale il discorso fosse stato archiviato, che alcuni esempi non felicissimi della Storia fossero bastati a girare pagina per ideali meno chiassosi e più alti, se non è chiedere troppo. Invece qui qualcuno  ancora sogna la Rivoluzione!

Avete presente i ragazzi del ’68 e poi dei ’70 che sfrecciavano con le Harley Davidson nelle strade sterrate in segno di libertà, sventolando barbe folte e capelli lunghi tenuti con una bandana sulla fronte sui petti nudi abbronzati? Sono tutti qui. I capelli sono bianchi, sempre lunghi; i petti hanno pieghe di pelle che si accartocciano come il soffietto di una fisarmonica arso, ma non hanno mollato impeto e ideali. Anzi: molti di quelli che hanno sognato e fondato Auroville vengono da quel mondo di sognatori, fortunatamente volto per i più da una ricerca esteriore ad una ricerca interiore. Dal cambiare il mondo al cambiare se stessi.

Strade di Auroville

Però ancora, quando è l’ora del tramonto e il cielo arrossa, il romanticismo si risveglia con tutte le sue nostalgie. Anche rivoluzionarie. Allora capita che qualcuno tiri fuori una chitarra, si accenda un fuoco e si arrivi anche a parlare proprio di Rivoluzione.

Io stessa, che giro con lo scooter, che non avevo mai guidato prima, mi sono accorta precisamente che credevo di fare una vita naturale, spirituale, immersa nel creato, invece sto conducendo una vera e propria vita hippie. Fondamentali per sopravvivere qui sono: indipendenza, ecologia, adattabilità. Queste sono state le istruzioni che ho ricevuto quando mi sono state date le chiavi della casetta: ti prendi una moto, di là… ma sarebbe troppo complicato spiegarti come, arrivi al centro di Auroville; di là, ma sarebbe ancora più complicato, vai ai villaggi e al mare. Sbagli un po’ di volte poi la impari.

E poi, capitolo riciclo dei rifiuti: separi la carta, la plastica, il vetro in borse di plastica che ricicli e lavi. Lavi anche la plastica e il vetro. Invece la carta igienica e i tuoi altri eventuali rifiuti sanitari li bruci da te. Come li brucio? ho chiesto. Sì, li devi bruciare. Li devo bruciare. E giuro, non bruciano neanche a morire. Dovrebbero anzi farne una variante: con ali, senza ali e combustibili.

La casa fatta di respiro

Oggi dietro la casetta, mentre avevo acceso il mio piccolo inceneritore, c’era un’altra donna che girava facendo finta di niente, poi ha preso coraggio e ha fatto anche lei il suo falò soffiando forte con le guance gonfie sperando di vincere la natura ignifuga di questi affari. E come capita tra donne, ci si è messe a parlare. “Ma i cioppini con il ferretto dentro dei sacchetti del pane in che immondizia vanno? E i tappi metallici delle bottiglie, e le etichette di stoffa dei vestiti, e i bastoncini dei cottonfioc?”, non abbiamo saputo rispondere e credo che ritorneranno con noi in valigia a casa.

bucato

Nel frattempo ho fatto anche il mio primo vero bucato, con una lavatrice degli anni ’70. Ma siccome stanno rifacendo le strade perché a giorni verrà il Primo Ministro a visitare Auroville per i suoi 50 anni di utopia vivente, la corrente salta ogni momento. Quindi, dopo 6 ore di lavatrice, ho anche io tutti i miei vestiti che puzzano di muschio e altri ecosistemi di acque stagne. In fondo però sono felice.

Aggiornamenti, coming soon

 

India 2 – La Madre

india, mothers

La Madre, l’Oceano e la notte fatta di respiro

Quando ero piccola mi dicevano: dai, che tu sei forte come un uomo. Crescendo: sei coraggiosa come un uomo. In età adulta: sei indipendente come un uomo. In effetti i miei genitori avrebbero voluto un maschietto. E si sa che i pensieri creano i destini. Nella sacra lingua sanscrita, la lingua degli Dei dell’India, si dice addirittura che i suoni, le parole, creino la realtà.

Si dice anche che siamo tutti energia che diventa corpo, e che ritorna ad essere energia e poi ancora corpo per tutte le volte che serviranno a pulire ogni ombra creata dalle nostre azioni. Il nostro karma. E ogni volta si viene qui sulla Terra a riprendere il cammino esattamente dal punto in cui era stato interrotto. E chissà allora se io lo finii effettivamente come energia maschile.

Fatto sta che sono dovuta crescere con forza, con coraggio, con indipendenza. All’inizio tutto questo mi è parso molto difficile, durissimo, poi è diventata la mia natura, e mi è molto più difficile ora non essere così. E’ stata una conquista che mi ha fatto trovare tutte le risorse dentro di me, e non fuori dipendendo da altro e da altri. Che mi ha donato, infine, immensa libertà. Però da un po’ questa forma scricchiola: mi è chiesto di fare un passo ulteriore.

Sono arrivata così, un anno fa per ritornarci ora, in questo luogo dell’India fatto di energia femminile. Auroville è infatti la città fondata da Mirra Alfassa, incarnazione dell’espansione divina materna, dolce e accogliente, tanto da essere lei stessa chiamata la Madre. Per capire: esiste un’unica sorgente da cui tutte le cose sono state create, ma questa sorgente, come tanti raggi, irradia diverse qualità, che sono rappresentate con diversi volti divini, i Deva. E principalmente Shiva e Shakti sono i due opposti del femminile a del maschile, della Madre e del Padre.

Dunque cammino in questi giorni nel grembo della Madre Divina, la grande Shakti cosmica. Guardo da lontano la sua anima d’oro, il globo sacro del Matrimandir e attendo che avvenga l’incontro. Se mi ha chiamato qui, lo so, è per chiedermi di aprire di più il cuore. Vanno bene la forza, il coraggio,

Golfo del Bengala, scorcio

l’indipendenza: ma è tempo che queste qualità diventino emanazioni del cuore. Ancora non so in quale modo.

 

Ma se questo non accade, posso sempre cadere nella tentazione di credere che tutte queste qualità siano una forza mia: e non un dono dell’energia che mi attraversa e che solo devo far fiorire nel mondo, offrendomi come un canale, cioè facendomi da parte. Altrimenti, ancora e ancora posso finire a terra, in ginocchio. Le forze personali si esauriscono. Solo quando ti affidi letteralmente tra le braccia di questa Madre che ti accoglie completamente e per quello che sei, tutto si trasforma in dolcezza. Le sfide non terminano, però non sei più sola con il tuo piccolo coraggio, la tua piccola forza e indipendenza.

Per il momento non riesco a guardarla completamente negli occhi questa terra: mi accorgo che fotografo il cielo, l’Oceano con cui la forza di Shakti si esprime nella natura, mi lascio attraversare dal vento dentro la mia casetta fatta di velo e di respiro. Ma qualcosa in me si protegge, non si arrende ancora. Non lascia andare le redini. Ho pazienza. Anche la Madre ce l’ha con me.

Corro sulla sabbia rossa, entro dentro le onde, mi imbevo, ascolto. Ci sono persone e cani dolenti ovunque, ma per ora devo difendermi anche da questo dolore, non riesco a scendere nel creato. Lo scorso anno non avevo ancora imparato la lezione fino in fondo, è questo, lo so. Per un attimo mi ero appoggiata poi di nuovo ho avuto paura di perdere il controllo. Questa volta devo imparare ad arrendermi meglio. A fidarmi davvero. Perché tutte le esperienze che non hai completamente superato ritornano.

Ogni giorno un pochino di più sento possibilità di morbidezza in me, ho presentimenti di futuro. Senza foga, senza spasmo, senza auspicare per forza un finale rispetto ad un altro. Se sono venuta qui è per mettermi completamente a disposizione di quel che mi aspetta, appena mi sarà rivelato.

Lascio scendere la notte sul corpo. E per molte ore veglio, leggo, prego di attraversare anche questa trasformazione. All’inizio mi inquietava l’insonnia, ora ho smesso di preferire di essere in un modo anziché in un altro. La Madre un po’ al giorno sta insegnando alle mie fibre a distendersi, ad appoggiarsi.

So che è tutto perfetto, sempre. E sarebbe davvero sciocco che io ora volessi già sapere i passi che stanno davanti nel cammino. Una sola cosa mi è chiesta: lo vuoi fare il cammino? Sì, oggi ho risposto di sì. Poi, solo poi, capirò dove porta. Questa è l’India.

 

 

 

India 1, surrender – primo tentativo

Golfo del Bengala, la forza di Shakti

Sono arrivata qui da tre giorni: ma in realtà non sono ancora completamente arrivata. L’India è così: ti accoglie piano piano, a strati. Profondamente. E quando pensi di essere approdata tutta, ci sono sempre ancora parti di te che devono prendere la forma di questa terra di trasformazione.

Sono arrivata dopo tanti mesi di moltissime cose e, credevo, con una forza nuova che non si sfinisce più. Che riesce a ricolmarsi sempre con l’entusiasmo di ogni momento di questo fare. Mi sbagliavo, non ero più forte: ero tesa. Non ero nella corrente di un’energia più grande: era ancora ego, erano nervi e denti stretti. E le forme solide di questo ego ora le vedo: sono sbarre in cui ho costretto quello che dentro chiede da tanto di respirare. Ma non so più come toglierle.

Sono qui, in riva all’Oceano, nel Golfo del Bengala, nella città utopia di Auroville cresciuta intorno ad un tempio d’oro dove puoi entrare solo senza queste pelli rigide, questi corpi callosi, e per ora non posso fare altro che osservarmi correre. Vedermi fuori tempo nel battito di questa terra, mentre cerco di realizzare cose, avere tutto in ordine, seguire i programmi che rimugino di notte e scrivo il mattino. Ed è già tanto che io non sia più tutta in quella che corre, che una parte di me possa stare seduta ad attendere che anche l’altra si fermi.

Quando non sono fuori, nelle strade tra la città utopia e l’Oceano, strade di terra rossa che percorro con uno scooter che non è più bianco, sono dentro una casetta in un giardino della città. Non lontano dal tempio d’oro. Una casetta fatta di assi di legno, angoli di mattoni e tante finestre coperte non di vetro ma di velo. Di notte allora si inverte il movimento, e dentro la casetta di velo è quella che corre che aspetta che si svegli la parte di me coricata che vorrebbe dormire. Che la inquieta.

La casa fatta di respiro

Sento il respiro che passa tra finestre velate, ma il mio va ancora troppo veloce. Posso ascoltare il canto delle cicale, gli uccelli notturni, gli scoiattoli che si rincorrono sul tetto, ma ancora non posso essere completamente qui, con loro. Quando, per brevi istanti, riesco a cadere nel sonno, sento l’epidermide rigida che scricchiola, la parte morbida di me che vorrebbe venire fuori. Ad ogni movimento la corazza si crepa. E so che sarà così finché non sarò disposta ad arrendermi completamente, ad appenderla nell’armadio come un abito vuoto. Allora sì, sarò completamente qui.

Matrimandir

Oggi ho fatto il primo avvicinamento al tempio d’oro, il sacro Matrimandir intriso dell’energia divina materna, quella che ti abbraccia quando hai dato il tuo assenso a lasciarti andare, a sapere fino in fondo che sei solo un canale ma niente di tutto il tuo fare è veramente tuo, e perciò non ti tendi, non ti preoccupi, non attendi risultati. C’erano impedimenti, so che ce ne saranno finché il mio ego non dondolerà come un abito vuoto e avrò smesso di seguire la sua efficienza.

Il Matrimandir, che avevo già descritto lo scorso anno, simboleggia il seme della Terra, la sua anima che viene a galla. Al suo centro c’è un loto dai mille petali e intorno tante stanzette da meditazione dedicate alle dodici qualità dell’energia materna divina. Dentro il globo, nella camera interiore, c’è invece un luogo candido, una camera iperbarica dove l’anima ritorna a casa, e tutto quello che si era strappato da te viene riconciliato.

Oggi ho fatto solo la prima manovra di avvicinamento e sono riuscita ad arrivare fino ad un petalo: mi è capitata la Bontà. Mi sono seduta dentro la stanza rosata, senza fare nulla, come una spugna che beve. Dopo un po’ che mi dissetavo, ho sentito un urlo dentro. Quella che ha corso, che ha stretto i denti, che ha teso ogni fibra di ogni muscolo per fare ogni cosa fino a qui, gridava. Piangeva. Diceva che voleva avere un regalo. Che vuole ricevere qualcosa, senza avere fatto nulla per meritarselo. Solo per il fatto di esistere. Solo per bontà. Per poter riposare. Per respirare.