Almost ready, again

 

 

Indian puja. Coming soon

Questa volta non so neppure cosa aspettarmi. Fino a ieri ho corso, ho corso per mesi. E poi è arrivato il giorno in cui bisognava tirare giù la valigia, scegliere i colori per riempirla. Non ho neppure avuto il tempo di immaginare qualcosa, di scrivere in cielo dei desideri. Domani la chiudo, sarà l’India a dirmi perché era tempo di ritornare.

 

Prospettiva da un giorno per me

prospettiva dal pomeriggio

Da un po’ di giorni mi gira intorno e sotto la pelle un po’ di influenza. Mi sono ostinata a negarle l’accesso andando più veloce di lei, ripetendomi che non me lo posso permettere e che presto devo partire. Non posso ammalarmi ora. Una parte di me però mi sabota e non mi segue: Giulia, hai bisogno di riposo, ripete.  Allora oggi ho preso una decisione improvvisa: ho deciso di stare a letto tutto il giorno, prima che sia lei ad impormelo.

E adesso che sono già trascorse alcune ore di questa giornata, inizio a vedere quanti eventi dovevo far decantare, quante vocine interiori volevano parlarmi. In questi ultimi mesi sono successe, di corsa, moltissime cose, e ogni tanto ho avuto la sensazione di entrare in una nuova alba della mia vita. Ma non mi sono mai potuta veramente fermare a riflettere, ad annotare cosa stesse cambiando, cosa stesse fiorendo.

Ne ho sentiti i tremiti sotto l’epidermide. Ad esempio alcuni giorni fa, alla redazione del Corriere della Sera. L’incontro con quel direttore che un tempo attendevo con ansia, con un agitarsi di scintille eccitate nello stomaco. Questa volta avevo portato all’incontro soltanto me, un maglione giallo, il mio cappotto lilla che sta bene con i capelli rossi. Avevo da dire solo la verità che sono, non mi importava di fare buona impressione, e neppure di alcune parole che non mi sono venute precise e con cui avrei potuto colpirlo.

Vedevo nell’ambiente anche tante cose che per me non erano più importanti: quello sfoggio di poteri, di targhe alle porte, di grisaglia e di altre esteriorità che si vorrebbero far parlare al posto dell’anima. Ed ero contenta di essere rimasta amica di un signore che mi aveva dato fiducia e che ora mi parlava delle sue preoccupazioni di padre con le figlie adolescenti. Gli ho dato il mio libro, ne era contento, in qualche modo ci si rispettava da pari, ci si ascoltava. Ma lui forse era rimasto dove era sempre stato, ero io che ero salita alla mia altezza, che mi vivevo con più fiducia.

E soprattutto non c’era giudizio, non più. Altre volte in città mi ero sentita premuta dentro pensieri non miei, e mitizzavo l’altra mia vita in campagna. Da quella vita ero appena rientrata, ma anche da lì avevo portato un’idea di me nuova. Mi sono accorta che non mi mancava davvero la natura, l’ideale di persone più pure, con meno filtri davanti la verità: in realtà mi mancavo io per come avevo saputo essere in quel luogo. Ma se questo centro si fosse fatto più stabile in me, avrei potuto portarlo in qualsiasi altro posto.

Ho accettato infine di essere più cose, ho smesso di pensare di potermi esaurire in una soltanto. Ho guardato a questa varietà con gioia. Ci sono semplicemente dei momenti in cui avviene un riconoscimento, ma accadono quando io sto bene dentro di me. E anche la casa sui colli spesso ha molte cose che non mi assomigliano, e va bene così. Forse ho cercato lì una famiglia per riposare, ma ora vedo i limiti anche di quella forma e risento la necessità di essere libera. Ma non crollo dentro questa nuova constatazione di diversità. Non ho più neppure la tentazione di vedere me con il giudizio degli altri.

Ecco, forse è successo questo: mi sono accettata. Un tempo avevo sofferto molto per la mia intensità. Mi ero sentita spesso fuori posto, avevo cercato prima di uniformarmi ai desideri degli altri, ma non era mai abbastanza; poi di stare più tempo che potevo da sola. E questa solitudine è stato un passaggio importante, perché è stato così che ho potuto, a poco a poco, rassicurare la mia anima, aiutarla a venire alla luce. Oggi vedo i primi germogli di queste radici, l’inizio di una nuova fioritura.

Mi sono raggiunta e mi sono accolta, non faccio più confronti. Vedo tutti i disegni di ognuno per trovare sé e ne gioisco. Vedo anche il mio e non mi spaventa più. Vedo il mondo da una prospettiva più ampia e io ne sono dentro: non mi fa più male.

 

 

 

Pensieri tersi

tramonto in un giorno terso

Un’altra giornata di sole. Di luce. La luce tersa dell’inverno.
E una cosa in più si è rischiarata questa mattina all’improvviso, mentre venivo smentita su alcuni cattivi pensieri: ogni volta che pensi di aver visto una macchia in qualcuno, ti si è in realtà rivelata una tua vulnerabilità. Un punto in cui ancora la luce non ha appianato la paura.

Ogni volta che accusi qualcuno di invidiare, è forse perché ancora non sei completamente certo dei tuoi talenti e controlli i risultati degli altri, senza gioire per l’aumentata felicità del mondo, se non è toccata a te.
Ogni volta che accusi qualcuno di averti trascurato, di averti abbandonato, è in realtà perché ancora non ti consideri abbastanza amabile.
E ogni volta che ti pare non ti venga dato abbastanza in cambio di quel che dai, è perché in realtà ancora non hai dato un’altezza al tuo valore.

Il mondo e tutte le persone sono uno specchio in cui vediamo riflesso il punto del cammino a cui siamo arrivati, e vanno perciò utilizzati come strumento di navigazione per crescere, non giudicati o fatti oggetto di lamento.

C’è un modo per verificare quando un punto debole si è rafforzato: è quando da quella porta non attendiamo più nulla. Non c’è più una corrente che eccede né nel dare né nelle attese di ricevere. E’ come con le persone: sia l’amore condizionato che l’odio creano una dipendenza, solo l’amore alto e la capacità di perdonare portano invece reale libertà. Allora, in questo moto pacificato può entrare quel che ti è dovuto. Quel che è vero.

Perciò, a volte i desideri si compiono quando non li inseguiamo più con foga e sono quasi dimenticati. Come ogni volta che si fa una cosa con dedizione piena, senza attendere nessuna ricompensa: allora, se non si aspetta più nulla, se si è solo protesi a fiorire, a compiersi e si mettono le radici nelle riserve interiori, arriva tutto. Tutto quel che è nostro.

Pienezza

Vista su Assisi

Oggi è il primo giorno di vacanza da mesi. Per mesi, cioè, ho spinto in alto la luce che bussava alla mia vita e oggi ne vedo lo splendore. Ci sono state moltissime cose da fare e da attendere e ora posso riguardarmi indietro, rivedere come ho attraversato questa intensità.

Vedo innanzi tutto la perfezione della vita quando ha deciso di portarti da qualche parte e quanto io debba ancora migliorare l’affidamento al suo flusso. Quanto sforzo io metta ogni volta in ogni cosa, come se tutto dipendesse dalle mie forze. Ma lo sforzo è una tensione che porta in basso. Per salire bisogna lasciare i bagagli, alleggerirsi.

Allora oggi, nella nuova luce mi sento così: leggera. Grata e piena di fiducia. Ho messo un po’ più di ali, alla fine ci sono riuscita: mi sono fatta sorreggere dalle braccia di ciò che doveva essere. Ho smesso di aggrapparmi alle attese, sono stata imparziale ad ogni finale. E lì la vita ha potuto agire, portarmi ciò che doveva arrivare. E oggi sono colma di pienezza, sono felice.

 

La risposta al dolore non è la felicità: è la libertà interiore

Tramonto, Assisi

In questi colli santi, c’è sempre un giorno in cui la polarità cambia e ho accesso ad una rivelazione. A un pezzettino nuovo di eternità.
Così oggi finalmente si sono dipanate le nuvole nel cielo e anche dentro di me. Ho capito cose nuove di certe sfide che ho affrontato ultimamente e che mi avevano un po’ increspato l’anima.

Ogni volta che mi manco di rispetto, che permetto a qualcuno di farlo, anche in cose piccole che mi pare di poter sopportare, prima o poi l’anima punta i piedi e si ferma.
Lì, il mio precipitare fuori strada si tramuta in un’avversione per tutto ciò che mi ha fatto allontanare da me stessa. Mi vanno a noia i volti di chi era lì.
E’ come una spinta elastica che agisce per riportare in piano le cose, per rimetterle come devono essere. E’ la mia essenza che rivendica la sua verità.

Poi, con pazienza e tempo, riesco ad accogliere e a vedere quale lezione la nuova sfida era venuta a portarmi, e la rabbia si tramuta in gratitudine per l’espansione a cui ho accesso. Sono così di nuovo libera di proseguire.
In realtà vedo anche che, nel punto dove ero stata colpita, ero già vulnerabile, c’era già un luogo non felice e non fiducioso di me in cui era facile aggrapparsi e portarmi fuori strada, e dovevo rafforzarmi. A questo è servita la sfida, e chi ha agito mi è stato allora maestro, anche se con mezzi duri.

Oggi mi sembrava così chiaro, così terso, che non abbiamo altro da fare che questo nel nostro percorso terreno: affrontare tutte le sfide che riportano in piano i solchi del dolore, lì dove la nostra essenza non respira, la nostra anima non si esprime. Non fiorisce. Affrontarli, accoglierli, trasformarli in gratitudine ed amore. Come un disordine da riportare in ordine, passo a passo.

Questo finché non saremo completamente liberi, completamente amore.