Re-imparare a ricevere

gatto tigre

Ogni volta che vengo qui, nella casetta di legno di Assisi, c’è tutta una famiglia di gatti selvatici che mi attende. Il gatto nero con i nuovi gattini, i suoi fratellastri, che arrivano appena sentono il rumore della macchina, e poi lui: il grande gattone-tigre, come lo chiamo io. Lui non arriva subito, ci mette un giorno o due ad accorgersi che sono arrivata, ma so che prima o poi si fa vivo.

La casetta di Assisi è dentro un bosco, con poche altre case nelle vicinanze, altrettanto addentrate in una stradina che si allontana dalla vita visibile, e si approssima, ne sono certa, all’infinito. Qui, chi vede un gatto lo nutre, per affetto e anche perché è utile a tenere lontano i topi.

Ma il gatto tigre in realtà aveva proprio una famiglia in origine, una famiglia che ad un certo punto ha deciso che c’era abbastanza cibo per lui nel bosco e lo ha lasciato andare. All’inizio era sempre affamatissimo e anche molto aggressivo. Era pressoché impossibile pranzare fuori perché appena sentiva odore di cibo saltava sui tavoli e graffiava.

Poi se l’è ripigliato la natura, e lui a sua volta l’ha ripresa in sé, come un figlio la Madre. Ha trovato un suo equilibrio dentro la catena alimentare naturale, ed è diventato il gatto tigre. Però ogni volta che arrivo prima o poi compare. E in genere non chiede da mangiare: chiede da dormire. Chiede per un attimo di poter mollare tutte le tensioni e l’allerta della sua vita selvatica. Chiede di abbandonarsi.

E io ogni volta mi commuovo. Mi commuove il modo in cui piano piano si riabitua alle carezze. Il modo in cui, ad uno ad uno, se ne vanno nelle ore del pomeriggio i tremori dal sonno. Come si faccia avvicinare prima con cautela poi con gioia. Fino a crollare in un mare di fusa. E come alla fine riprenda la sua vita nelle zampe e ancora se ne vada.

Non è facile, per chi abbia già dovuto abituarsi a star lontano dal bene, riaprirsi a riceverlo. Eppure è questa la strada per tutti: stare in piedi sulle proprie gambe e poi di nuovo aprire il cuore, imparare di nuovo a ricevere l’amore, liberamente.

 

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Giulia

La mia più grande fortuna è stata quella di non realizzare i sogni che avevo da bambina, in un piccolo paese del Friuli: la vita ha avuto più fantasia di me. Non avrei mai pensato di studiare letteratura, poesia, teatro a Padova, Parigi, Pavia e poi di viverle con i protagonisti. La scrittura era una passione segreta ed è diventata il mio lavoro, negli ultimi undici anni per i periodici Rizzoli. Da dieci mi occupo anche di comunicazione per il teatro. Mi si trova spesso con la valigia in mano e tappetino da yoga sotto braccio: mete preferite Sud America, Africa, Sud Est asiatico dove faccio reportage sociali. Ultimamente anche in India, dove ho trovato uno dei luoghi che chiamo casa. Case sono per me posti in cui l'anima respira: tra questi ci sono sempre le mie Dolomiti, certi colli dell'Umbria e il mio divano a Milano.

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