Il viaggio nella luce (a P.)

Oggi è l’ultima notte di vita di un amico. Sono sdraiata vicino al telefono, e i frammenti di tempo che per me sono istanti tra gli altri, sono per lui gli ultimi istanti di questo passaggio terreno.

Sono stata via tutto il giorno, sono stata al mare. Il mare fuori stagione mi pareva un buon modo per stare con i suoi ricordi. Ho portato con me le sue poesie, ho fatto in modo di essere lontano dal mondo distratto, che rincorre sempre qualcosa, come se in fondo la corsa non ci fosse lo stesso finale per tutti.

Ho riletto le poesie che ha pubblicato un anno fa, e allora non me ne ero accorta: ma era già molto tempo che il mio amico si stava coagulando intorno all’anima, che stava lasciando il corpo. Che aveva ritirato tutta la vita dentro.

Il pensiero è andato allora alla sua vita, e ho pensato che ne ha fatto buon uso. Non solo perché è diventato un grande poeta, ma perché è riuscito davvero ad andare oltre il dolore, ad accoglierlo e a superarlo al punto di non permettere a nessuna rabbia di scomporgli la calma e la dolcezza del viso. Non l’ho mai visto affannarsi per qualche riconoscimento. Arrivava tutto perché non aspettava niente.

La prova che ha dovuto affrontare non è stata semplice: un incidente all’età di 16 anni lo aveva lasciato paralizzato all’80 per cento. E lui ha amato la vita totalmente con il 20 per cento che gli restava, con il cento per cento dell’anima. Un giorno, ricordo, eravamo tutti e due alla fine di un amore, avevo steso la mia irrequietezza accanto alla sua calma: ‘devi farti minerale’, mi ha detto con la sicurezza di chi aveva attraversato mari in tempesta.

Forse la missione della sua anima era già compiuta: si era data un compito difficile e l’ha superato, per questo ora ritorna a casa. E forse dovremo far festa. Non dovrei essere triste stasera, dovrei invece sapere che saremo solo per un po’ a un diverso stato di condensazione, ma le persone che si sono volute bene si ritrovano, sempre.

A tratti, mentre mi ascolto dentro, sento già la sua anima libera dal corpo, far capolino nel mio cuore.

 

Niente in te deve dire ‘Io’

 Alla fine della pratica di yoga, l’altra sera, stavo ricapitolando nella mente se tutto era stato detto, se tutto quello che si doveva fare era stato fatto. Ero un po’ stanca, l’inizio di questa stagione mi coglie già un po’ di corsa. Tra tante cose insieme da far partire, da far proseguire. E il libro da far vivere. Intorno a me gli allievi, i vicini di casa con cui sto sperimentando questo nuovo lato della vita, stavano ritirando le loro cose, si preparavano ad uscire, a cenare. Avevamo fatto un po’ tardi.

All’improvviso fermo lo sguardo su una ragazza che arrotola con cura il tappetino. “L’hai comprato, è nuovo?”, le chiedo. “Sì”, risponde lei: “L’ho messo nella lista dei regali e finalmente è arrivato“. Come fa a volte la stanchezza, che toglie tutti i filtri e fa la giusta azione di pulizia di quanto in te ancora resisteva, si tendeva, cercava di controllare la vita, ho sentito salire alla gola un’onda di commozione. L’idea che qualcuno avesse dato tanta cura a quell’ora mi ha dato molto da pensare su quella che debba essere la mia presenza, la qualità del mio impegno.

Innanzi tutto ho pensato proprio alla furia, alla tensione con cui mi sono buttata in questo settembre, che non è l’atteggiamento giusto. Perché mette me in primo piano, perché penso di essere veramente io a correre da una cosa all’altra, mentre noi dobbiamo solo dare la disponibilità della nostra volontà, e poi scomparire, diventare permeabili, essere leggeri come un tulle, far passare la luce. Ho pensato che questo è il grande cambio che deve intervenire ad un certo punto della vita, quando dai il tuo assenso a condividere il bene che hai trovato: non è tuo quell’amore, non sei tu che ami, stai solo espandendo un amore più grande che passa anche attraverso di te, e nulla dovrebbe venire prima, occupare la mente.

Nei primi passi del cammino lo stesso sforzo che attira a terra deve essere utilizzato per andare in direzione opposta, verso la luce. Altrimenti ogni tentazione ti farebbe riprecipitare nelle vecchie abitudini di dolore, di felicità comoda, non alta. Ma quando si sia creata un po’ di distanza da quel punto di gravità, allora non è più lo sforzo a farti procedere: è un’ascesa che avviene da sé, se riesci a scaricare zavorra dal tuo volo. E la zavorra è proprio tutto quello che in te dice Io, e che genera desideri, paure, attaccamenti. Ovvero che non si fida che l’azione giusta accada quando tutto quello che le impediva di venire a galla semplicemente si sciolga, si rilassi.

Che a un certo punto tutto quello che devi fare è farti da parte, sentire che ami attraverso l’amore, che perdoni ma non sei tu a farlo, che stai solo lasciando che l’ordine naturale delle cose si ristabilisca; che irradi luce, ma non è tua, ha solo trovato abbastanza spazio in te per passare. E io invece mi ero terribilmente tesa, mi sono trovata a cercare quello che avevo da dire nella mente, a pensare cosa fosse meglio fare. E ora vedo che ogni volta che l’armonia non è piena, arriva il messaggio affinché tutto possa di nuovo essere intonato alla sinfonia dell’universo. Di questo ringrazio.

Oggi finalmente non ho più avuto la pretesa di infilare nel giorno molte più cose di quelle che umanamente ci possono stare, e quello che ho fatto l’ho fatto con pace, con fiducia. E so che questa pace sa pure dilatare il tempo, fare di ogni momento un pezzo di vita pieno. Un passo vero del cammino.

 

 

confronti con il tempo

Vedi, mi è servita metà della vita, prima di iniziare a capire il senso del disegno intero. E ora mi pare di aver perso così tanto tempo prima di iniziare a vivere davvero. Tutti quei dolori, quelle volte in cui non riuscivo che a continuare ad affondare la speranza dentro strade chiuse. E tutte quelle felicità da poco che ho aspettato.

A volte mi prende una fretta a rovescio, poi sorrido. Penso al Re del tempo, così infinitamente paziente, così preciso nel tessere la trama di ogni storia: cosa mai avrei potuto intendere oggi, se tutti quei dolori, quei passi in direzioni non mie non ci fossero stati? Anzi, è tutto talmente perfetto che mi vergogno per le mie misure umane, che non intendono l’eternità.

Così, oggi è iniziato l’autunno, ma di là del cerchio ci sono ancora infinite primavere.

 

 

Lettera a Francesca

Cara Francesca,

quando sono entrata nell’aula non riuscivo a vederti. Ti ho cercata tra i bambini biondi della stanza inglese, piena dell’emozione di quel primo giorno di scuola, e non c’eri. Poi sì, ti ho trovato, eri diventata più piccola, per non essere vista. Non c’era più la vita guizzante che avevo rincorso tra i divani, mentre facevamo amicizia. C’era una luce fioca, che non cercava nessuno di là della porta, come se sopravvivere a quelle ore dovute all’ordine ti avesse fatto dimenticare di te.

Sei uscita al suono del tuo nome, senza guardare né chi ti chiamava, né chi ti aspettava. La strada verso casa percorsa come quel burattino di legno, quando non era diventato bambino. La mano che strisciava le siepi, per impigliare, far sentire l’impaccio del procedere. Quel che era successo, e che tu non dicevi, lo capivo col cuore. Eri messa a confronto con il mondo, la tua vita singolare si era frammentata in tante vite, ti era parso di non poter più essere te. Di non essere più amata solo perché eri viva. Ora dovevi essere brava, essere scelta, essere come si deve essere, a prezzo della tua verità.

Ma a cinque anni queste cose non si spiegano, precipitano in fondo alla pancia come una voglia di non parlare, di piegare la fronte sul tavolo. All’improvviso ho avuto paura per la tua vita, ho visto in te la mia, ho desiderato forte di prendere su di me tutti i modi forti in cui dovrai conoscerti, crescere, scegliere la strada. Ho visto la minaccia della tua sensibilità, e avrei voluto barattare con il Re del tempo di dare a me le tue prove, ma non si può Francesca. A ognuno tocca la propria vita, la propria opportunità.

Allora ti chiedo di non credere a quelli che ti diranno di abbassare la voce per farti sentire sbagliata, che ti faranno pensare che i tuoi gesti rompano le attese, che i tuoi giochi siano lontani dai giochi conosciuti. Non smettere, Francesca, di aspettare gli uccellini che si avvicinano ai rami di orchidea della finestra. Non smettere di stringere in mano i fiori spezzati da chi ti camminava avanti con fretta, di piangere per i rami potati del grande albero, di dare ospitalità alle farfalle tra i palmi delle mani.

Quando ti sembrerà di non assomigliare a niente e a nessuno di quello che hai intorno, non aumentare il passo per cercare più lontano: fermati sei già tu quello che cerchi, e abbi fiducia in quello che senti. Dentro di te c’è una bambina saggia, che ha già setacciato la vita e sa cosa sei venuta a fare, che via devi seguire. Prendi lei come tua migliore amica. E se per trovarla dovrai scontrarti in qualche muro, in qualche addio che fa male: ricorda che non è diverso da quando correndo cadevi, ti sbucciavi le ginocchia, ma poi ti rialzavi e ripartivi. Il dolore serve a questo, a imparare qualcosa, a lasciare la strada che fa male e a sceglierne una migliore.

E quando conoscerai per la prima volta l’amore, ricorda sempre che la bellezza è nel tuo cuore, e questa non finirà mai, con nessuna delusione. La meraviglia è dei tuoi occhi, e non potrà portarla via nessuno. Vivi la vita come un magnifico viaggio, ogni tappa serve a qualcosa. Usa la curiosità non il giudizio. Sii golosa, affacciati ad ogni finestrino, e cerca la luce, seguila sempre, Francesca, come quella per la notte che ti ho lasciato sul comodino, perché tu non abbia paura se ti svegli all’improvviso. Io ci sarò. Non mi vedrai sempre, ma sarò un punto fermo, in quella luce, all’orizzonte.

la zia.

 

Le parole che mi hanno salvato

Presentazione di Esercizi di felicità a Pordenonelegge

“L’indipendenza che è la mia forza implica la solitudine che è la mia debolezza”

Pier Paolo Pasolini

Se dovessi ritornare indietro al momento in cui mi chiedevano il senso della felicità che ho raccontato nel libro, c’è una domanda a cui vorrei dare una nuova risposta. “Nella sua biografia si legge che scrivere le ha salvato la vita: in che senso?”, si è alzata ad un tratto una giovane donna, con gli occhi impauriti dietro due occhiali leggeri, che sembravano più un filtro per ricevere piano il mondo che un ingranditore per avvicinarlo.

Io mi sono guardata intorno, ho cercato gli sguardi dei miei genitori, mi sono chiesta se fossero più contenti del fatto che tanta gente mi stava volendo bene o più scossi per il dolore che mi era costata la felicità, e ho deciso in un istante di far sorridere tutti: “Proprio così: quando avevo quattro anni, ero molto ansiosa, non riuscivo a fare il pisolino dopo pranzo all’asilo. Tutti gli altri bambini dormivano e io restavo sveglia, annoiata e con un senso di diversità per quella mia condizione: ho preso i quaderni di mia sorella, ho copiato le sue prove di calligrafia e ho imparato a scrivere. Così mi hanno mandato a scuola e ho risolto il problema”. Hanno riso, in effetti.

Ma questa prima àncora che mi era stata offerta dalle parole non era che un preludio a quello che sarebbe venuto. In realtà ci sono strade che non puoi fare mentre vivi la vita che vivono tutti. Strade in cui anche la disperazione può essere un compagno di cammino. E così ricordo quegli anni in cui nulla intorno mi pareva che mi assomigliasse e in cui avrei fatto di tutto per assomigliare a qualche cosa. I primi passi non sono stati facili, è dopo, molto dopo, che ho capito la direzione e il perché. All’inizio semplicemente tutte le altre strade mi si sbriciolavano sotto i piedi. Ho dovuto caricarmi il fardello sulle spalle e iniziare a scavare un tunnel dentro il buio per cercare la luce da un’altra parte, senza neppure sapere se esistesse un altro luogo, se fosse davvero luminoso, se avessi riserve d’acqua abbastanza per attraversare tutto il deserto.

Oggi ringrazio quel dolore e posso dire che non c’è nulla che non sia valso la pena, se mi ha portato a questa accoglienza della vita. Ma non in tutti momenti sono stata certa di farcela. E non avevo alternativa. Oggi so anche che questa è la battaglia che si compie dentro tutti gli uomini, come racconta la Bhagavad Gita. Dentro di noi si affrontano due eserciti opposti: uno vuole andare verso il basso, uno vuole andare verso l’alto. Uno è attratto dalla forza di gravità dei sensi, l’altro dall’amore supremo.

videointervista Messaggero Veneto

Ma prima di mettere le ali, bisogna gettare fuori dal volo tutta la zavorra, massi pesantissimi che in tante vite abbiamo costruito ad ostruire la luce. E’ lo scontro con questi ostacoli il dolore. E il dolore è la prova per vedere se abbiamo volontà e determinazione a sufficienza a percorrere tutta la strada che ci spetta per compierci, per fiorire. Poi via via il cammino diventa più leggero, e l’attrazione del cielo non teme più quella che volge in basso. Ma quei primi passi bisogna farli e farli da soli, la solitudine è l’altra grande prova da superare. Ed è stato allora che la scrittura era la mia unica compagnia e che mi ha salvato la vita. Mi ha aiutato a scavarmi la strada, a stanare il buio. E’ stata il mio amico, la mia presenza, il mio amore, le mie lacrime, le mie risate.

Ora vedo tutto questo come un paesaggio lontano, e sarei pronta a spronare ognuno al viaggio, a dire che è comunque l’unica strada possibile, che è la gioia crescente a dirti se stai facendo i giusti passi. A testimoniarlo ancora e ancora che questo è la felicità: l’accoglienza per ogni cosa arrivi nella vita, come la lezione perfetta che devi apprendere per proseguire la tua formazione per la grande scalata, fino alla luce.

Lo racconto un po’ in questa intervista:

https://www.facebook.com/messaggeroveneto/videos/10155089823273237

Sii Tu le mie parole

Spiaggia, a settembre. Intorno i temporali

Cosa c’è di meglio di una spiaggia in un settembre piovoso per trovare un po’ di silenzio. Oggi è arrivato il gran giorno: si presenta Esercizi di felicità a Pordenonelegge. Ed è oggi che mi rendo conto che è vero, che questi pezzetti della mia anima viaggeranno per il mondo.

In casa c’è una tale eccitazione che mi sembrava fosse piena piena di persone: mia madre, mio padre e tutte le loro parole a voce alta di soddisfazione che raggiungevano il telefono, o che si facevano raggiungere. Alla fine sono scappata un po’ qui, per respirare.

E io? Sono soddisfatta? In fondo l’ho fatto anche molto per loro… Sì, forse il mio lato umano oggi sente di avere chiuso un cerchio, di aver invertito il senso di marcia: sto camminando verso la luce, verso la vera felicità. E forse le persone sensibili hanno bisogno di molto tempo per scrivere la loro storia, perché non hanno dalla loro la prepotenza.

Ma un’altra parte di me è completamente staccata da quello che sta accadendo, forse è questo che non riesco a far capire ai miei genitori, alle persone a me prossime… Ho pregato così tanto in questi anni di diventare una presenza sempre più discreta nella mia vita, di non ingombrare con i miei desideri il passaggio della luce, che non penso più che tutto questo sia mio.

Anzi, sto cercando di farmi da parte, di aprire solo la porta a quello che vorrà oggi essere detto attraverso di me, presentando il libro, forse scrivendone altri in futuro. Mi sento dentro le braccia di un disegno più grande, e lo voglio compiere. Solo questo chiedo: io parlerò, ma sii Tu le mie parole. Io scriverò, ma sii Tu il mio inchiostro. Io agirò senza pigrizia e con ogni mia forza: ma sii Tu le mie azioni.

 

Cerchi che si chiudono

Un settembre di tanti anni fa

Mi aspettavo un settembre mite, dopo l’estate infuocata. Invece il rientro in città sa già di tutto il tempo che si passa qui ad attendere la primavera. Sa di tempo lungo, indifferente, che ripete il suo ritmo sempre uguale e sempre frenetico: puoi solo decidere se salirgli in groppa o restarne fuori. E non è facile restare fuori da una città così.

Me la ricordo perfettamente la prima volta che ho addentato il sapore metallico di questa corsa verso l’autunno. Ero appena arrivata a Milano, era 15 anni fa. Una cifra che fa paura, essendo ormai un terzo della mia vita. Allora escludevo che mi sarei fermata così tanto. In realtà non ero neppure sicura di esserci mai arrivata. Ero più che altro capitata, come un resto dell’estate portato sul bagnasciuga dalle onde.

Ero venuta qui anche per il grigiore, anche in cerca di cieli che scendessero giù fino a terra in cui potermi nascondere. Nelle mie montagne, sullo sfondo blu, ero troppo visibile e io avevo bisogno di non esserci. E nel momento stesso in cui, per caso e per fuga, prendevo la direzione di questa città, mi accorgevo che era come se un evento catastrofico mi avesse seguito, perché dietro le mie spalle non c’era più niente: un buco. Un buco che ricominciava ad avere tre dimensioni con questo cielo grigio.

Ero sopravvissuta alla mia storia, e non era una cosa sicura che accadesse. Quello che era successo di là dal buco devo ancora nominarlo piano, a bassa voce. Per non svegliarlo. Sulle montagne io vivevo in una casetta di pietra. Un cane, un gatto. Un uomo che mi aveva chiesta in sposa troppo presto, a cui avevo risposto troppo tardi. Avevamo fissato un appuntamento, ma i nostri calendari non si incontravano più. Dunque, non si incontrarono: poche settimane prima lui si rese conto di non farcela. Non ce la fece. Saremmo dovuti venire insieme a Milano e ci arrivai sola, ma lasciando di là tutta la mia vita come era stata fino a quel momento, e portando solo una grande domanda: ce la farò?.

Mentre io cercavo un po’ alla volta di rispondere a questa domanda, come potevo giorno per giorno, annaspando dentro il grande male che avevo nel cuore, di là nel buco c’era qualcuno che sentiva il mio stesso dolore: era la mia famiglia, le persone che mi vogliono bene. C’erano persone che non sapevano ogni mattino se mi sarei svegliata o se il male avrebbe avuto la meglio, ma che se qualcosa poteva rinascere in me doveva essere lontano.

Dei primi passi pesanti non voglio ora parlare, ma un po’ alla volta riuscii a trovare il mio posto sotto questo cielo, in questo ritmo frenetico. Credo che quello che veramente mi salvò fu che da allora iniziò a farsi assillante una domanda che avevo sempre avuto nel petto: ma che senso ha tutto questo?. Perché costa così tanto dolore ogni piccola gioia qui? E’ stato esattamente da questa frattura, da questo interrogarmi che è iniziata, a poco a poco, la mia ricerca della luce. I miei esercizi di felicità. Che ora sono un libro, che ora sono una felicità anche per quelli che erano stati in pensiero per me.

Oggi loro hanno il libro in mano, io non ancora: lo toccherò tra qualche giorno di ritorno nella mia terra. Sarà come aver chiuso un cerchio, aver conquistato una nuova libertà per i passi che verranno.

 

 

 

Come un fiore che guarda la luce

Ai tempi della felicità

E poi, quando la felicità è arrivata, allora bisogna raccoglierla tra le mani e ributtarla nel fiume ancora calda. Trattarla come una tristezza qualsiasi, da cui trattieni quello che hai imparato, restituendo quello che aveva di aguzzo, di tagliente.

Dall’una e dall’altra te ne devi andare ugualmente a mani vuote, a mani pronte ad accogliere tutto quello che ancora devi incontrare.

Così in questi giorni sono dentro l’emozione di mio padre che tace dietro il telefono per timore che escano parole sformate, dentro alle risate per nulla di mia madre, che mi chiede cosa mangerò quando torno in Friuli, ma cerco di non stare troppo dalla mia parte, non mi dovesse mai accadere di ringraziare la vita, il cielo, meno di oggi quando la luce sarà da cercare oltre le nuvole.

Non mi dovesse accadere, inoltre, di credere di aver fatto tutto da sola e di non essermi invece soltanto fatta abbastanza da parte da permettere alla luce di passare.