Diffusore di albe e tramonti

Diffusore naturale

Ad essere proprio sinceri, la vita più volte ci ha visitato, più volte ci ha invitato a fare un balzo nella nostra più tersa verità. Ci ha colto di sorpresa, forse per noia o sfinimento, al termine di un amore, lì dove un lavoro, un luogo, un sistema di abitudini non portavano più da nessuna parte. E magari per un attimo non abbiamo avuto dubbi: eravamo pronti, aperti a fare il gran salto in tutto quello che era oltre lo stagno delle cose ferme.

Al momento del lancio, però, tutto quell’aperto, quell’ignoto da ridefinire intorno, ci ha spaventato, e ognuno con la propria giustificazione – non posso farlo non per me, ho troppe responsabilità, il mutuo e il buon senso – semplicemente ha girato le spalle alla luce che chiedeva di espandersi e di fidarsi. Abbiamo richiuso le finestre al tempo a venire, rinnovando il passato che era già.

Credo infatti che il valore del nuovo, del vero, sia soprattutto una questione di paura: è questa la vera prova da superare. Affrontare la vertigine di non avere più protezioni. Si racconta che è proprio allora, mentre potresti precipitare, che una forza scende e ti solleva in alto, ti promuove al nuovo corso delle cose. Ma in quell’istante sei solo: e nessuno può rassicurarti, affrontarlo per te.

Serve il guizzo: gli occhi chiusi, il cuore aperto, l’ostinazione per la verità.

Come un prato di fiori selvatici. Solstizio d’estate.

Convivenze strette con la natura, le albe e i tramonti. E il profumo delle ginestre.

C’è stato un momento speciale oggi. Mentre apparecchiavo il tavolo sotto il ramo della grande quercia, disponevo i colori dentro le strisce di luce che disegnava il sole tra le foglie e le farfalle tagliavano l’aria come fiori volanti: ho sentito traboccare la pace. Ho sentito che quello c’era dentro di me era sintonizzato con quello che c’era fuori di me.

Sono venuta qui, nella capanna nel bosco, in mezzo ai colli santi dell’Umbria, qualche giorno fa. Non perché fossi in fuga da qualcosa, non perché fosse tempo di vacanza: sono venuta perché qualsiasi cosa io debba fare o debba diventare ora, può solo nascere da questa pace.

Quando sono lontana dalla natura non ricordo mai quanto mi manchi, quanto sia pericolosa l’attitudine umana di adattarsi a tutto, fino a devitalizzarsi. E allora in questi giorni vedo il mio corpo dissetarsi di cielo, di vento, di prato. Respirare profondamente il giallo delle ginestre.

Le ginestre con lo sfondo del monte Subasio

Ho abitato per tanti mesi, e per quasi metà della vita, forme tese e coraggiose di me. Ho spinto, ho forzato, sono stata più volte vicina a spezzarmi, e non ho nessun rimpianto per averlo fatto, era cosa mia e andava attraversata, ma ora è tempo di cambiare stagione.

E’ successo non molto tempo fa: ero lontana, succedevano cose per cui avrei dovuto ancora forzare, tendere, e semplicemente non l’ho fatto. Non ho spinto: ho fatto spazio. Credo di avere anche compreso che tutto quel mio tendere fosse paura che le cose uscissero dal mio controllo, che non avessero più forme che riconoscevo.

Ma ad un certo punto non ce l’avevo più fatta: per stanchezza, per la noia di una scena sempre uguale, ero indietreggiata, volevo vedere la soluzione che avrebbe trovato la vita se io non avessi fatto nulla. E lì è successa una cosa nuova: ho sentito qualcosa che scendeva e mi sollevava. Che al di là delle mie forze, c’era un disegno più grande, un movimento del cosmo che muoveva anche me. I mistici chiamano questa la Grazia, credo.

Il sole cala sui colli di Assisi coperti di ginestre

Ecco, allora sono qui, in questo paesaggio di fiori e silenzio, per muovermi con grazia, con la Grazia. Sono qui per diventare un prato selvatico: per camminare scalza, per attraversare notti di lucciole e grilli, per far fiorire solo i semi spontanei che ci sono dentro di me. Quelli che naturalmente vogliono sbocciare se io non forzo.

Non ho fatto altro fino ad ora che potare frasche per diventare un canale più limpido, ora so che era questo il senso di tutta la sofferenza passata. Non ho fatto altro che cercare di ritornare al centro con i pensieri, ogni volta che sbrodolavo in idee non mie su cosa dovesse essere la mia vita. Ora so che è stato questo seguirmi sempre quello che io chiamo il coraggio.

Ma adesso pensare non mi può più aiutare: sarebbe porre confini alla fantasia del creato. Adesso bisogna solo sorgere e tramontare ogni giorno, bisogna sorprendersi, meravigliarsi, vivere una storia di cui non so il finale. Allora ci sarà aria abbastanza, abbastanza terra e sole, perché quei fiori sboccino. Perché si compia davvero il miracolo che è una vita. La mia storia che nessuno ha mai scritto prima.

Connessioni

 

Lo sento sempre di più: la vita si trasforma, ci porta acqua nuova, fresca di giornata. E il dolore è esattamente opporsi a questo scorrere, cercare di artigliarsi e di fermare quello che non è più.
Bisogna invece procedere con il suo flusso. Farsi portare. E questo non significa rinunciare ad esercitare la volontà, anzi: bisogna mettere tutta la cura e l’amore di cui siamo capaci in ogni gesto, però poi dobbiamo lasciarlo andare, restituirlo alla vita, accettare i risultati che ci offre con fiducia.
Il suo moto naturale è di condurci alla nostra vera natura, se non glielo impediamo, perché allora dovrà usare le maniere forti: e comunque dovremo incontrare quello che ci spetta.
Quello che oggi ci pare un risultato negativo può essere solo l’anticamera di un ben più grande dono che con le nostre forze non avremo potuto prevedere, e che richiedeva proprio una piccola rinuncia per poter liberare completamente la sua bellezza.

Prove di perdono

Qualsiasi sia il torto, bisogna perdonare

(Bhagavad Gita)

Ogni tanto penso ad una persona. Anche quando sono su Facebook e vedo il pallino acceso. E per motivi di comunicazione eterica, ovviamente anche questa persona mi pensa e talvolta si spinge fino a mandarmi qualche segno via messaggio. A cui io taccio. Poi rispondo. Segue il silenzio. Poi una risposta.
Il silenzio è stato una necessità perché c’era un’arrabbiatura da far venire tutta a galla. Ovvero, la solita scaletta quando qualcuno esce dalla nostra vita: dolore, rabbia, perdono, amore più alto e gratitudine, e allora si è veramente di nuovo liberi di fare il tifo uno per l’altro, e si vedono completamente le ragioni per cui ci si è incontrati, quali parti si specchiavano e si potevano guarire insieme (è un’opportunità che non sempre siamo in grado di cogliere).
Ma la scala è da fare tutta, gradino per gradino. E così l’altra sera ho trovato chiamate e qualche “I’m sorry” da questa persona che mi hanno fatto andare a dormire inquieta. Ho pensato di là ad un’anima in pena e ai grandi doni che in ogni caso io avevo avuto attraversando una disarmonia che era soprattutto in me, grazie alla nostra conoscenza.
Ho immaginato il teatrino delle anime, prima di scendere quaggiù. L’anima, che sa quali sono le cose in cui dovrà crescere durante la vita, a un certo punto fa un appello: chi è disposto a farmi del male per insegnarmi questo? L’anima che si presta a farlo sa che a sua volta la sua storia deve passare attraverso questa rottura, per altre ragioni, però ln qualche modo è persino più generosa di quelle che invece si avvicinano sapendo che saranno solo amate. Ha la generosità di aiutarci anche al prezzo poi di prendersi la nostra rabbia, il rifiuto.
Per questo, per toglierle questo peso, è dovuto in ogni caso il perdono, che ristabilisce i pesi, che slaccia i tributi che ci si doveva reciprocamente. Sì, qualsiasi sia stato il torto, come si legge nella Bhagavad Gita. E solo così un’esperienza si può dire completamente attraversata, e non servirà più ripeterla.
E le due anime saranno libere davvero di amarsi, in questa o in altre vite.

prove d’abbandono

E poi mi dico questo: prova a non pareggiare i conti. Quando vorresti rispondere ad una cosa che non ti rende giustizia, prova ad astenerti dal difenderti. Quando non viene visto ciò che ti pare di aver dato, non aspettare nulla. Quando ti sembra che i più scelgano vie corte per arrivare al luogo per cui stai cercando di meritare un varco: resta dispari, non lamentarti.
Perché è solo in questi spazi vuoti che può agire la fantasia della vita, rimescolare le carte, stupirti, portare ricompense persino soprannaturali.
Se invece riempi tutta la distanza con il giudizio, anche solo con un pensiero che separa, peschi da forme vecchie, soffochi il fiorire di quello che è naturalmente in te e che è da solo una risposta. Questo sto imparando: che per andare avanti non bisogna spingere, bisogna abbandonarsi.

illuminazioni

Solo oggi sono stata all’altezza di un vecchio dolore. E’ venuto a trovarmi stamattina, per dirmi che mi aspettava. Che avevo spinto tutto il buio nella luce per anni, ma lui era rimasto lì, ad attendere che fossi pronta a vederlo. E lo ero.
Ero finalmente pronta a comprendere che è tutto vero quello che mi ha tenuto dritta in questo tempo: che ogni sfida è un’opportunità e che non va presa in modo assoluto.
Lo stesso però ad ogni sofferenza si devono due risposte: quella alta che la decifra e la eleva, ma anche quella umana, che semplicemente riconosce il dolore e lo accoglie. E la prima non deve essere una scorciatoia per evitare la seconda: anche una volta che si riesca a stare nei significati più alti, è bene lo stesso prendere per mano la rabbia, la tristezza, la fragilità, la stanchezza, e persino il giorno in cui di alto non si trova nulla e si cade. Dare a loro respiro e vita.
Altrimenti solo l’adulto che è in noi cresce, la bambina resta indietro anche se non vogliamo più ascoltarne il pianto. Anzi il viaggio dalla terra al cielo diventa al limite una fuga, se il dolore non è stato veramente illuminato, cioè trasformato tutto in amore.