Un tramonto e (è) un’alba

alba e tramonto

Oggi il giorno è cominciato presto, con una cosa che rimandavo da tempo: dire ad una persona molto cara una verità spiacevole. Ci avevo pensato a lungo e questa era l’unica soluzione: non c’erano più due strade in cui dubitare, ne era rimasta una sola e bisognava prenderla, ad ogni costo, anche passando attraverso uno strappo.

Dentro di me la cosa ultimamente si era talmente disegnata, chiarita, aveva talmente trovato conferma negli eventi, che avevo quasi già sofferto, e già stavo leggendo tutta la realtà come fosse evidente anche all’altro. Come fosse cosa detta. Ma non era così, bisognava pronunciare le parole precise: it’s finished, il pezzo di strada che avevamo battuto con speranza è arrivato davanti a un muro.

Sono seguite le cose che seguono in questi casi: le colpe dell’uno, le colpe dell’altra. Alcuni momenti bassi in cui si prende sul serio quel che non c’è più, come non fosse a volte la cosa più naturale del mondo che ci si incontri per traghettarsi in un altro luogo, ciascuno in un nuovo orizzonte che richiedeva una parte dell’altro per essere riconosciuto. E poi il silenzio.

Nel silenzio non c’è più possibilità di correggere quello che è avvenuto, non ci sono parole migliori da dire per sostituirne alcune uscite di fretta: si è oltre la linea, è già avvenuto tutto. Lo spazio si dimezza e quella metà deve valere un intero. Si passa avanti e indietro il dito sulla linea del prima e del dopo, come per provare se il confine sia ancora valicabile, essendo così prossimo, così vicino che lo si può ancora vedere. Ma non è così: hai in mano solo quello che ti sei portata di qua. Arrivano pezzi grossi di passato, il bene che non c’è più per un po’ l’ha vinta sul male che è finito, e non resta che attendere il beneficio del tempo che scorre, porta sensi più grandi, cose nuove che trovano meravigliosi gli spazi che hai liberato.

Ho avuto per tutto il giorno una folla di pensieri, ho fatto fatica a fare ordine. Poi qualcosa è andato a fondo, qualcosa è rimasto a galla. Tra i pensieri grossi a riva ho riconosciuto questo: che mi faceva più male il male suo del mio. Che io ero certa di farcela, che ce la facevo sempre in qualche modo, ma mi chiedevo come avrebbe fatto lui, di là, nell’altra metà, con quel che restava. Ho faticato non poco a non andare incontro al suo dolore, a non buttare giù il muro, a non dire è tutto sbagliato. A non offrire una scialuppa che lo portasse di qua, in un dopo uguale al prima, dove io c’ero ancora e questo bastava per due.

E poi mi sono chiesta il perché io avessi tanta disattenzione per il mio male, che pure c’era e c’era stato anche prima di questo giorno. Perché fosse così difficile per me produrre dolore in un altro, anche se sapevo che quel dolore avrebbe cresciuto consapevolezza e futuro per entrambi. La risposta più semplice è perché non è facile lasciare che un’anima vicina debba apprendere soffrendo, che si trattasse cioè ancora d’amore. Ma sarebbe una risposta troppo facile, vera ma non unica. E se si trattava invece di paura?

Paura di che cosa? Mi sono chiesta. Ma di non essere più amata, di non avere valore abbastanza da superare nei suoi pensieri questa prova. Allora sono stata ferma. Ho resistito anche al suo dolore, come facevo già bene con il mio. Mi sono fidata di quello di cui ero certa quando tutto questo si stava decidendo dentro di me: che era una grande opportunità di crescita, che andava percorsa tutta. Io infatti tendo sempre a fare anche il pezzo dell’altro, per paura che lui non lo faccia, invece la verità va lasciata libera di scorrere, di prendersi i suoi tempi. E lui lì, dalla sua distanza, aveva dunque l’occasione di vedere tutto quello che con le parole non ero riuscita a fargli capire in tanto tempo. E solo da lì poteva capirlo. Raccoglierlo sarebbe stato privarlo di questa occasione.  A mia volta io, da qui, potevo finalmente fidarmi di me, di quello che a me veniva spontaneamente, senza essere tirato, acquistato con la moneta della presunta bontà che aggiusta ogni cosa, che trascura il proprio vero sentire.

E poi è solo così che il futuro entra nella vita, quando si riconosce che il passato è finito e si ha il coraggio di potare quello che non ha più vita, perché lì cresca qualche ramo nuovo, forte, fresco. Ed è forse già questa nascita che da qualche parte si sta preannunciando a far staccare quello che ha concluso la propria lezione. Non se n’è andato lui: ma una vecchia me. Così in qualche modo sono arrivata a sera, con sentore di germogli e un tramonto che ha in sé già un po’ d’alba.

 

 

 

 

 

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Giulia

La mia più grande fortuna è stata quella di non realizzare i sogni che avevo da bambina, in un piccolo paese del Friuli: la vita ha avuto più fantasia di me. Non avrei mai pensato di studiare letteratura, poesia, teatro a Padova, Parigi, Pavia e poi di viverle con i protagonisti. La scrittura era una passione segreta ed è diventata il mio lavoro, negli ultimi undici anni per i periodici Rizzoli. Da dieci mi occupo anche di comunicazione per il teatro. Mi si trova spesso con la valigia in mano e tappetino da yoga sotto braccio: mete preferite Sud America, Africa, Sud Est asiatico dove faccio reportage sociali. Ultimamente anche in India, dove ho trovato uno dei luoghi che chiamo casa. Case sono per me posti in cui l'anima respira: tra questi ci sono sempre le mie Dolomiti, certi colli dell'Umbria e il mio divano a Milano.

2 thoughts on “Un tramonto e (è) un’alba”

  1. Mi viene in mente il “parturir di Maria”. L’annunciazione del nuovo per opera di Eros, mediatore tra gli dei e l’uomo.
    Eros non è solo una forza di attrazione è anche il suo contrario proprio per ri-aprirsi al nuovo.
    Una bella riflessione

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