India 6, tra le braccia della vita

Auroville, la strada del Matrimandir

Delle volte, mentre percorro le stradine di questa umanità che pare arresa al poco, all’arso, a quello che solo la grazia della Terra e del Cielo le consegna, mentre passo in mezzo a vite apparentemente strette, a stanze buie e caldissime, a cani stremati che sfiatano con la pelle che disegna la carcassa, a madri che spulciano le figlie, a sorelle che rassettano le sorelle con l’acqua che stagna ai bordi delle case, sento il cuore gonfio e non so mai se ce la farà a reggere. Mi dico: almeno tutto questo, quando sarò tornata, non lo avrò più davanti agli occhi. Ma posso davvero non averlo più davanti agli occhi? Davanti al cuore?

Mi rendo conto che non sarò mai più quella di prima, e non importa se ho già visto tantissimi angoli di vita nuda, ridotta all’osso, e di questo ne ho fatto anche un po’ un mestiere: questa volta non è stata come le altre. Quando sono partita, avevo un sogno romantico, volevo possedere del bene, farne riserva, estrarlo da alcuni luoghi che avevo scelto, da una persona che mi attendeva: non è stato possibile nulla di tutto ciò, mi aspettava proprio questo respiro a polmoni pieni dentro la vita. E tutte le strade mi hanno portato qui e mi hanno costretta a stare ferma in questo pezzo di terra sovraesposto alla vita stessa.

Qualche notte mi sveglio di soprassalto e piango per tutti i cani che hanno fame, per tutti i bambini che hanno fame, per tutte le mani tese, le bocche aperte e penso poi che neppure il mio amico mangia tutti i giorni e io sono troppo poco. Il guerriero che c’è stato fino ad oggi in me avrebbe gridato all’ingiustizia, avrebbe impugnato le armi contro chi mangia troppo, avrebbe iniziato una contro-vita a distribuire equità, acqua, pane. Ma questa volta sono proprio sommersa: so che distribuisco briciole, gocce, appena i sorrisi che posso. Ci sono dentro fino al collo.

La cosa veramente nuova è che lo stato di commozione perenne, la necessità di arrendermi a che la vita mi dia le sue misure senza permettermi di restringerla ai miei pensieri, mi hanno cambiato i connotati del cuore. Non mi oppongo più, lascio entrare. Accetto la realtà, l’abbraccio: irradio in alcuni momenti più luminosi qualcosa di non mio, qualcosa di più grande che passa attraverso di me, per condividere un po’ di bene, ma accolgo anche che questo non porrà fine al male. Sono fatta di  materia tenera, porosa, sono gravida ogni giorno di nuovo amore e mi lascio essere madre di tutto quello che questo amore può far crescere, semplicemente utilizzandomi come un suo canale. Allo specchio a tratti vedo degli occhi diversi: c’è più dolcezza che battaglia.

Ripenso al fatto che mi sono spesso trovata in ginocchio negli ultimi anni ad implorare di questo il Cielo: che facesse di me un suo strumento, che mi permettesse di aiutare, che pulisse tutto ciò che in me voleva spingere in direzioni tese, lontane da quelle in cui sarei diventata me, utilizzando solo i criteri della Verità e del Senso per cui sono venuta qui. Utilizzandoli fino in fondo, senza sconti. E credo allora che ci sia voluto tutto questo tempo, tutte le sfide che ci sono state, i dolori e le battaglie, solo perché io potessi aprire questo varco, una porta attraverso cui potesse rispondermi. E per ciò non bastava la forza, la volontà, la spinta: serviva la resa, il sì incondizionato.

Per questa ragione grande, mi ha illuso con ragioni piccole, affinché tornassi in India, e scendessi dalla montagna al mare, da Shiva a Shakti, gli aspetti maschile e femminile del divino: è stato per dirmi che è tempo di avere solo fiducia, di lasciarmi portare, che non sono sola e non posso più agire da sola. Che forse è arrivato il momento che ho atteso da oltre 40 anni. Che posso abbassare la guardia, aprire il cuore.

Così ieri, per caso se esistesse il caso, dopo aver formulato questi pensieri, ho letto queste parole – qui le riassumo e le parafraso – sul libro che Sri Aurobindo dedica alla compagna spirituale Mirra Alfassa, chiamata la Madre, della cui energia è impregnata tutta Auroville, e non ne ho altre da aggiungere:

“Due soli poteri insieme possono farvi accedere alla grande trasformazione in cui c’è il senso per cui siete qui: un’infallibile Aspirazione ad ascendere che si leva dal basso, e la Grazia suprema  che si cala dall’alto. Ma la suprema Grazia agirà soltanto se ci sono le condizioni della Luce e della Verità. E perché queste si verifichino serve una resa totale: ci deve essere una scelta della Verità completa e incondizionata, perciò il rifiuto totale della falsità. La resa deve raggiungere tutte le parti del vostro Essere. Basta che una sola parte coltivi dubbi, pensieri contrari, perché la Grazia si ritiri. Basta che una sola parte di voi tiri affinché la Grazia agisca non per quello che deve fare di voi ma perché esaudisca dei desideri dell’Ego, perché scompaia. In più, questa resa deve essere una scelta, richiede il vostro assenso: la Grazia vi chiede di lasciarvi andare, ma non lo impone, dovete liberamente consegnarvi. E infine questa resa non deve essere passiva, che non sarebbe una vera resa: deve mantenere dinamicità e forza per agire. Quando ci saranno queste condizioni, allora la Grazia potrà passare, e sarà lei a prendersi cura della vostra vita”.

 

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Giulia

La mia più grande fortuna è stata quella di non realizzare i sogni che avevo da bambina, in un piccolo paese del Friuli: la vita ha avuto più fantasia di me. Non avrei mai pensato di studiare letteratura, poesia, teatro a Padova, Parigi, Pavia e poi di viverle con i protagonisti. La scrittura era una passione segreta ed è diventata il mio lavoro, negli ultimi undici anni per i periodici Rizzoli. Da dieci mi occupo anche di comunicazione per il teatro. Mi si trova spesso con la valigia in mano e tappetino da yoga sotto braccio: mete preferite Sud America, Africa, Sud Est asiatico dove faccio reportage sociali. Ultimamente anche in India, dove ho trovato uno dei luoghi che chiamo casa. Case sono per me posti in cui l'anima respira: tra questi ci sono sempre le mie Dolomiti, certi colli dell'Umbria e il mio divano a Milano.

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