India 5, le tre tappe dell’amore

 

Tutti i giorni mi alzo, prendo il motorino, guido dentro la vita che si risveglia, sopra tracciati di sabbia rossa, con un calore che ti fa persino chiedere se sia tutto vero quel che accade, e vado a fare delle mezz’ore di puro essere. Raggiungo il grande Matrimandir, il tempio d’oro impregnato dell’energia della Madre, mi siedo e non faccio nulla.

Dopo la prima visita al simbolo di Auroville, infatti, è possibile prenotare dei tempi per sé, per meditare, per stare. Lo si può fare nel bacino centrale a forma di fiore di loto, oppure dentro spazi privati che chiamano i petali. Delle stanze chiare, appena rosate, dove il silenzio ha un suono rigenerante, ciascuna dedicata ad una qualità: Bontà, Generosità, Coraggio, Ricettività, Pace, Sincerità eccetera. E puoi scegliere di quale qualità impregnarti, per trenta minuti, prima di accedere per altri trenta minuti alla grande camera interiore insieme agli altri: un antro completamente candido, dove c’è un’energia ancora più ampia a cui non resistere.

All’ingresso ti consegnano un bigliettino in cui ti viene raccomandata sostanzialmente solo una cosa: di non fare nulla. Di non fare nessun respiro – pranayama – particolare, niente canti o mantra, nulla. Devi fare la promessa silenziosa di andare lì solo per essere. Quindi tolgo le scarpe, indosso le calze bianche che si trovano all’entrata e sto. Anzi sono.

La prima volta che sono entrata e non sapevo tutto questo, mi ero seduta in un punto a caso del fiore, e quando mi sono voltata ho visto che ero esattamente tra la Bontà e la Generosità, il Coraggio era più in là e questa volta non era toccato a me. Sembrerà una cosa da nulla, un puro caso, ma come quando una cosa normale capita in un momento speciale e lo riempie di senso, così a me questa combinazione aveva profondamente commosso: non mi era più richiesta forza, resistenza, ma solo espansione, capacità di ricevere e ridare. Da allora ho sempre chiesto di entrare nei petali della Bontà o della Ricettività, e ho provato sensazioni altissime. Come di un’immersione in una vita nutriente, avvolgente, che è intorno a me e anche dentro di me uguale, mentre il corpo è appena un filtro sottile in cui avviene lo scambio.

L’effetto di questi bagni di Essere sono stati vari pensieri successivi, e anche una piccola teoria. Mi sono fatta l’idea che le tappe dell’amore siano essenzialmente tre, e che i passaggi abbiano eventi che non vanno giudicati solo per quello che sono ma per quello che ti insegnano, a volte non colmando le aspettative, anzi depistandoti.

La prima tappa è una sorta di infanzia che si prolunga nel tempo dei sentimenti e delle emozioni: in questa sei convinta che fuori esista la risposta esatta a quello che tu chiamerai la felicità. Credi che sia in qualche cosa che dovrà succedere o in qualcuno che dovrai incontrare. Ma succedono cose, incontri persone e questa felicità non è mai piena davvero.

Se sei fortunata, allora vieni promossa alla seconda tappa, e capita che qualcosa ti costringa ad invertire il moto e a cercare dentro di te le forze per rendere reale quello che è un progetto in cui tu puoi essere veramente te. E allora impari che contano i pensieri che sai crescere, conta come sai risolvere le sfide, se sai trasformare il buio in luce, cioè se sai avere coraggio, appunto, e se sai fare esperienza dell’espansione a cui accedi ad ogni dolore superato. Come una sorta di rogo di tutte le tue scorie, che si manifestano sotto forma di fatti che devi attraversare per vederti allo specchio e purificarti.

Ad un certo punto arrivi addirittura alla superbia di credere di poter superare tutto, di avere in te accoglienza equanime per ogni evento della vita. Ma anche questa è un’illusione. Infatti a tratti hai una carica invincibile, però poi cadi stremata e sfinita, e ti pare di fare tutti i passi indietro e di cedere all’idea che un giorno cambierà, che ci sia un luogo, una meta che sarà la fine di tutto questo sforzo. Forse proprio in uno di questi momenti di stanchezza, proprio perché non fai più opposizione, comprendi che la tua sorgente interiore non può nutrirsi solo di te, che sei finita e che funzioni come una batteria che deve ricaricarsi. Ricaricarsi come? Ti chiedi, a volte in ginocchio, in lacrime.

Qui, sempre se hai la grazia di procedere, puoi avere accesso alla terza tappa, e accorgerti che c’è un nuovo modo, ora che hai imparato a stare in piedi da sola, per dialogare con l’esterno, un nuovo modo per dialogare con l’amore. Nonostante tutte le volte che sei rimasta delusa, nonostante tutte le ferite che hanno segnato la tua storia e ti hanno ricondotto a te: ora devi nuovamente aprire il cuore. Aprire la stanza che avevi chiuso a chiave e che potevi aprire solo in una direzione, ovvero quella del dare, senza mai più esporti al rischio di ricevere, per la paura di soffrire, di non essere abbastanza, di non sapere come e cosa fare per esserne all’altezza.

E’ un passaggio per nulla semplice, ma se riesci anche solo a socchiudere quella porta, allora farai un’esperienza magnifica: sentirai che non devi fare proprio nulla per essere amata, che sei perfettamente sorretta e nutrita dall’universo, che vai bene così come sei. Che non devi tendere i muscoli, non serve più.

Io non l’ho ancora imparato bene, ma ci provo ogni mattino e spero di farcela. E di portarlo nella vita anche in giorni come oggi, in cui un amico ti tratta per quella che sei sempre stata e chiede, chiede tanto, perché tu sei quella che dà. E costa una fatica immane non rispondere, non dare, non fare di nuovo lo scambio tra la tua moneta di fatica e il suo amore, ma sai che questa tentazione è il modo in cui l’universo ti parla e vuole farti vedere a che punto sei: ti chiede se sei davvero pronta al gran cambio, se lo sei talmente da aiutare, da amare l’altro facendogli capire che non è fuori quello che cerca, ma che deve partire da sé, e così fargli intraprendere il suo cammino.

La legge dell’amore alto ha delle regole nuove, scandalose, ma se ti metti in quel passo ti può persino capitare di guardare negli occhi la verità di ciò che fa incontrare noi esseri umani, qui nel mondo.