Improvvisamente primavera

Oggi a tratti è stata primavera. Il mondo fuori non era tanto diverso da quello di ieri, ma il mio paesaggio interiore era molto cambiato. E mentre attraversavo ancora in bici la città, e raggiungevo gli angoli dove il suo abbaglio è più solenne, mi sentivo forte della velocità salita dalle gambe al cuore. Ho capito che quando fermo tutto lo sguardo in un solo lato della vita, m’illudo di avere, attraverso quel piccolo prisma visivo, un panorama che nel piccolo riproduca tutta la vita. E allora cado ancora vittima dei ‘mi piace’ e non ‘mi piace’, divento troppo analitica e tutte le parti di me che non si specchiano in quella miniatura protestano e si sentono senza casa. Accuso il mondo di non accogliermi di non assomigliarmi, in realtà sono io che mi sono chiusa e che sono ricaduta in una pigrizia vitale e non riesco più a vedere fino in fondo all’orizzonte. Allora alcuni giorni sono su e altri invece vengono a galla, da quel piccolo angolo del mondo, tutte le imperfezioni, tutta la distanza dal cielo, come è di ogni cosa qui, e io divento tristissima e sogno che da qualche altra parte ci sia l’angolo perfetto per me. Invece quando di nuovo riesco a scorrere con la vita, allora lo sguardo non è più giudicante ma diventa curioso, non fa il pelo alle cose, ritrova il suo posto di pura osservazione e di leggerezza, disponibile all’incanto, e pure alla compassione quando debba ripassare davanti a scene sfinite della propria storia. Così oggi in quella cosa di teatro, dove in molti altri momenti avrei rigettato di trovarmi ancora lì, ho accolto che dentro di me ci sono tante cose, anche qualcuna che ha amato quel mondo d’artisti che parlano di sé. E se faccio solo la persona spirituale, per dirla in modo sintetico, poi finisco per sentire la mancanza della poesia e devo isolarmi e di nuovo fare l’incompresa. Mentre, se accolgo tutte queste parti, allora non ho trovato il mio angolo perfetto ma tanti angoli che insieme sono in qualche modo una casa mobile. Davanti alla fragilità di quei giornalisti invecchiati con le rughe dello scontento, che si beavano a fare comunella con qualche attrice del cinema per respirare un po’ di luce, non ho tentennato: avrebbero probabilmente tentato ancora di farmi pesare la mia libertà, ma non ero raggiungibile, tanto ero presa a scorrere, ad essere viva. E ho provato anzi tanta tenerezza per tutta questa fragilità umana, che cerca di buttarsi nel primo rifugio che incontra, pur di non affrontare il vero viaggio, e questo non ha proprio nulla a che fare con la posizione che si occupa nel mondo. Ci sono persone che nel loro lavoro hanno raggiunto posizioni brillanti e che pure non hanno dato occasione alla propria anima di mollare gli artigli dalla paura e da tutte le sue conseguenze. Ma non bisogna giudicare, aiutare, aiutarsi, si può, o solo splendere. Mentre tornavo a casa era ancora primavera e ho sentito che questa città la posso amare, sono ormai così lontana dai suoi sbrilluccichii che è diventata un altro mondo, un punto di vista di nuovo meravigliato della vita.