La voce del silenzio

Uno dei doni maggiori che ho portato fuori dagli anni è un’infinita capacità di silenzio. Amo stare con gli altri, osservare la vita, cantarla, scriverla, immergerci le dita, ma dentro ho anche questo grande spazio di solitudine pienissima, e richiede rispetto, attenzione. A volte mi dico che questa per me in fondo è la via più facile, che non è giusta, che devo provarne una diversa. E allora scendo dalla montagna interiore alla città, faccio le cose che si fanno, a volte sembrano vere. Osservo i riti per non stare soli. Ma dopo un po’ mi perdo, sempre; esco fuori di me, non sono io, e ritorna a galla la mia verità, ancora più forte, urla, si fa innegabile. E devo di nuovo ranicchiarmi tra me e me fino a guarire. Anche le parole, mi paiono così lucenti, così vicine alle cose quando nascono da questo silenzio, e poi diventano solo pelle, solo suono, si scollano quando le butto nella mischia, le uso per difendermi. Ecco, questo: nella città una parte di me parla per difendermi, per difendere la mia parte silenziosa, come una madre con un figlio strano. Il silenzio invece mi rende capace di accogliermi tutta: mi rende simile alla natura, forte solo di essere. Ho la voce di certi fiori di prato quando taccio. E ho così tante cose da dire, quando non le dico. In questo modo, solo in questo, mi capita di scriverle.

Esercizio di fedeltà

E poi sto facendo un altro esercizio, che chiamerei un esercizio d’amore. Sto provando a stare completamente in una cosa, in ogni cosa. Un tempo solo una parte di me poteva aderire a quel che mi veniva incontro, l’altra doveva sempre tenere la porta aperta per scappare, perché tutto quello che arrivava mi pareva che fosse appena l’abbozzo di ciò che sognavo, e in ogni cosa c’era qualche imperfezione da cui prendere le distanze. Questo succedeva perché pensavo che da fuori un giorno sarebbe arrivato l’istante perfetto che avrebbe portato un senso ai miei giorni, e tale istante lo avrei riconosciuto proprio per la sua perfezione.

Quello che sto invece capendo ora sempre di più è che questo momento in cui si comincia davvero a vivere non nasce fuori ma dentro di te: che non arriverà mai qualcuno ad amarti in modo perfetto, ma che tu puoi perfezionarti ad amare sempre meglio. Che l’amore non si attende, si dà. E puoi provare con qualsiasi cosa che vive, a starle vicino con questo amore che perfezioni e fai uscire senza paura. Puoi provare ad amare senza un piede che scappa, una mente che fa confronti con i sogni, con gli ideali. Amare, dunque, senza tradire neppure nei dettagli più piccoli, neppure se non ti vedono. Stare ferma ad amare senza fuggire neanche con un pensiero.

E allora vedi che non c’è nessuna vita che tu non possa amare fino alla commozione, per il solo fatto che riconosci che lì dentro c’è la vita, e si tratta solo di diventare il più possibile amore puro, e più vai avanti in questo cammino più diventa irresistibile amare. Vedi che puoi innamorarti pazza di un fiore, dello sguardo di un cane che hai trovato o di una persona di un altro mondo. E che quest’altra vita toccata dall’amore non potrà resistere dall’amarti a sua volta in modo sempre più puro, allo stesso modo. E vedrai poi i miracoli, le primavere, i gesti infiniti che farà crescere l’amore. Vedrai il tuo oggetto d’amore fiorire, compiersi, diventare il suo sé più bello. Tu stessa ti vedi mentre ti trasformi nel progetto incredibile che c’era dentro di te.

Credo che qualcosa del genere sia l’amore del creatore per il creato, e che se riuscissimo davvero a calare questo amore nelle cose, ad innamorarci così, si ristabilirebbe un po’ dell’ordine dell’universo. Che se non avessimo portato qui le nostre paure, le nostre fughe, le nostre attese, se non avessimo annodato tra loro tutte le strade originali del mondo: l’ordine naturale del mondo sarebbe questo, sarebbe amore.

No, non mi ribello più all’amore. Non gli chiedo più di assomigliare ad un sogno o a quello che già esiste in giro. Di farmi scoprire nuovi spazi nel cuore, di questo solo lo prego, per offrirli in cielo.