Caro Sergio…

"Se non avessi alle spalle 30 anni di yoga, non avrei potuto sopportare quello che ho dovuto passare, con amore e gratitudine" - Sergio Roncalli
Caro Sergio,
Di te ricordo soprattutto l’attenzione. L’estrema attenzione per tutto ciò che poteva far star bene un altro. Non ci si accorgeva tanto quando c’eri, perché tutto in te aveva passi di discrezione, e avevi mani sempre pronte per apparecchiare la felicità a chi ti stava vicino: ma era molto difficile quando non c’eri. Non sai quante volte vorrei ancora chiamarti e chiederti come fare tante cose. Ricordo gli asciugamani che profumavano di sole accanto al letto la prima volta che mi avevi fatto spazio dentro al tuo spazio, cedendomi l’angolo più bello, con vista sulla luna e sull’infinito. Il cuscino con la lavanda che avevi appena sgranato, dopo averla cresciuta con amore e pazienza in un’estate lunga. La stufa accesa un po’ prima del mio risveglio, perché l’inizio del giorno mi fosse leggero. Avevi mani forti e delicate insieme. Potevi portare pesi enormi, ma anche avere cura del più fragile dei fiori.
 
E ricordo un giorno, ero entrata nella casetta di legno, che ho conosciuto grazie a te e che ancora oggi è l’angolo del mondo in cui più sento di poter sgranchire le ali: eri di schiena che mangiavi sul balcone. Un profilo di uomo forte, fuso dentro le linee dei colli e del cielo. Poi, ti sei girato e sembrava che un po’ del cielo ti fosse rimasto dentro occhi, azzurrissimi, e sei scoppiato in una risata delle tue, che non aveva una ragione, se non la magia di quel ritorno pieno al creato che ci regalava quel luogo assoluto. Sembravi volermi dire: “Vedi, ce l’abbiamo fatta. Se siamo arrivati qui non c’è più da aver paura, di nulla”. E infatti niente faceva paura quando tu eri lì.
 
Un giorno, però, un piccolo seme di paura che covava chissà da quale passato ha attecchito dentro alla tua spalla. Finché hai potuto non gli hai dato peso, come hai sempre fatto: mettendo le cose in un ordine alto di importanza, in cui finivi sempre per ultimo. Ma il dolore un po’ alla volta è diventato la nota assordante di un’altra vita, stravolta, su un letto di ospedale. Non era la tua vita, quella, Sergio. Un leone non può stare attaccato ai tubi dei medici. Alle regole tiranne della malattia. Per questo oggi non è una fine: è un inizio. Certo che manchi, ma come non gioire del fatto che ti sei staccato quei tubi, che sei ritornato dentro l’azzurro, dentro altri paesaggi, nuovi colli assoluti, profumi di altri fiori, a preparare il caldo, il bello, la felicità, a chi ti ama e ti tiene nel cuore.
 
Vola alto, Sergio.
Con amore intoccato.

La forza della fragilità

Credo che dovremmo volere molto bene alle nostre fragilità, farle diventare le nostre fondamenta. Sono loro, più delle parti forti, a determinare la nostra vita. Mi rendo conto, ad esempio, che il mio terrore di ogni cosa che volesse affermarsi ‘per sempre’, la mia sfiducia anche che mai una cosa che io avessi fatto non fosse ulteriormente perfezionabile, ha fatto sì che io prorogassi sempre il vero inizio del mio vivere. Fino a qui è come se tutto fosse stato solo una grande prova generale. E questo dovrebbe farmi tanto arrabbiare con me stessa per la stanchezza e la sofferenza inutili che mi sono procurata.
 
Invece, proprio perché ho vissuto così ho conosciuto tantissime possibilità di vita, tanti mondi, tante persone diverse, e tanti amori inimmaginabili. E perché non mi sentivo mai sicura di quello che facevo, sono stata costretta a sottopormi ad uno studio continuo, e a un fare e rifare che alla fine hanno rafforzato molto i miei strumenti. E così non mi sono neanche accorta che i miei lati fragili e bambini diventavano adolescenti e poi adulti: che si sono fatti forti e che ora ci posso persino contare e appoggiarmi. Che non tremano più, non si sentono più soffocare di fronte a una decisione che esclude le altre, non hanno più voglia di scappare. Hanno costruito una casa solida dentro di me, dove io posso sempre riposare anche quando fuori tutto si muove e cambia.
 
Ed è nata insieme anche una nuova calma nei gesti e nelle parole, dove prima c’erano foga e fretta. Il No, la porta chiusa, il rifugio che alla fine escludeva tutto e tutti dai miei luoghi più intimi, si è tramutato in un luogo accogliente e in un grande Sì, sono pronta. Questa è la mia vita, e la scelgo.

Rivolgere il cuore dentro

Oggi ho sperimentato una cosa nuova, o meglio una cosa che non faccio spesso così consapevolmente: rivolgere il cuore a quello che sento davvero. Ma dentro, non fuori. Nello yoga si sa che il centro energetico dorsale – anahata chakra – è il cavallo interiore che più facilmente si imbizzarisce. Ha sempre ‘le orecchie’ tese per sentire quali stimoli, attrazioni, repulsioni nascono da quello che accade fuori. E’ come un luogo affamato, continuamente impegnato a selezionare quello che da fuori può saziare questa fame. Si chiama fame di riconoscimento, di accoglienza, di sicurezza, di conferma, ma alla fine è fame di amore. Quindi spesso, di fronte ai pungoli che arrivano dall’esterno, siamo portati a ‘sentire’ da questo centro cose come: cosa è giusto fare perché io venga accolta?, cosa è meglio rispondere perché io sia stimata? Cosa dovrei far arrivare per essere amata? Mi sono accorta, dunque, che stavo processando tutta una serie di ipotesi, tra il cuore e la mente, per rispondere a dubbi di questo tipo.

Oggi invece ho reagito diversamente: ho teso le orecchie del cuore all’interno e mi sono chiesta: cosa sento io verso questa situazione? Cioè cosa provo non con la spuma sempre eccitabile del sentire irrequieto del cuore che ha paura del rifiuto, ma cosa sento più sotto, con la saggezza dell’anima che sa tenere calmo questo centro. E ho trovato una serie di risposte completamente diverse: ad esempio mi sono accorta che di una situazione ero proprio semplicemente stanca, e che potevo rinunciare all’approvazione e restare in silenzio. Che questo silenzio era il modo migliore anche per dire come sarebbe dovuta cambiare la strada, affinché ci fosse nuova energia, non fatica. E se questo non dovesse accadere, lasciarla per il momento andare. Con gratitudine ma anche con la sincerità che sa vedere quando una terra è arida o una strada senza sbocco.

Mi sono accorta allora poi che se sento dispiacere o pesantezza per un rapporto o per un evento ne devo tenere conto, e rispettarmi prima e più delle domande con cui cerco sempre di capire come sta l’altro e di adeguarmi, anche a costo di non essere amata, approvata, accolta. E che, dunque, il modo migliore per rispondere anche ad un’altra situazione che stava galoppando, forse invadendo terre di calma che non volevo concedere né ora né in futuro, era ritirarmi, ovvero far comprendere che a volte la porta è chiusa e bisogna attendere i tempi giusti e riprovare a bussare. Ma che non è scontato che io sempre sull’uscio disponibile a rispondere.

E che questa strada, quella della verità, che fa spavento solo per la nostra paura di soffrire, fa in realtà sempre benissimo a me e anche agli altri.

Morti e rinascite

margherite, nuove nate

Quante volte bisogna morire e rinascere, caricarsi la propria croce e risorgere! Ci pensavo in questo giorno sacro, nella comunità spirituale di Ananda, ad Assisi. E mentre ci pensavo, mi ritrovavo a commuovermi sempre e ancora per gli stessi temi. Perché a me è stato chiesto un passo così pesante e teso? Perché non riesco ancora a lasciar andare tutto questo sforzo che mi contrae i lati del viso e ad abbandonarmi completamente nel Cielo? Ovvero, avere fiducia che io non sono queste piccole oscurità che mi stringono la mente: sono luce e potrei invece splendere, se lo credessi veramente.

In realtà non è così facile. E’ semplice, una volta che si arriva all’altezza della propria verità, ma non facile. Non è facile per nessuno, ognuno per la propria croce. E’ come se fossimo tutti venuti qui sulla Terra, in questo giro di vita, con una sfida precisa. Un pezzetto di oscurità che ci riguarda, e tutto quello che dovremmo fare nel cammino è scioglierla: renderla un canale libero, in cui può scorrere senza intoppi la vita. Un luogo, cioè, in cui ci sentivamo piccoli e umani e dove alla fine ci ritroviamo eterni, ricordando la nostra vera natura. Per alcuni è la sfiducia di poter essere amati, per altri di poter riuscire nei propri sogni, o la paura persino del successo e della felicità. Sfide per ogni gusto.

Ma spesso questa sfida è stata scavata chissà in quanta vita, in quante vite: ed è un solco profondo in cui non si può guarire in una sola volta. Non finché lo sforzo è solo tensione. Finché non diventa accoglienza, amore, perdono, speranza. Cioè finché non nasce un vero Sì al cambiamento. Prima bisogna passare e ripassare più volte la stessa ferita. Rivisitarla in tutte le opportunità con cui la vita ci fa sentire quanto punge: e ogni volta ci dà la possibilità di scegliere di stendere un po’ di terra nuova a limare l’abisso. Prima bisogna preparare il terreno, perché sarebbe assurdo pensare che basti dire ad un precipizio: diventa un giardino di fiori, e chiudere gli occhi in attesa.

Quando invece tante volte saremo caduti e ci saremo rialzati, e avremo un po’ alla volta iniziato a vedere che nessuno ce l’ha con noi se ci ritroviamo ad inciampare sempre nella stessa sofferenza, ma è proprio l’occasione, l’unica possibile, per guarire che ci riporta ancora e ancora lì, allora vedremo che il buco si fa un po’ alla volta meno aspro, più fertile a nuovi propositi. Sarà tempo allora di livellare bene e di posare nuovi semi. Semi che con pazienza germoglieranno, oppure ancora si spaventeranno e dovremmo con pazienza rimettere. Rifarlo finché non saranno germogli e poi piante forti. Non c’è fretta: siamo venuti qui solo per questo. Perché, come dice al termine della Bhagavad Gita Krishna ad Arjuna: “Non ho dubbi che tu mi raggiungerai, poiché mi sei molto caro”.

Buona Pasqua, buona resurrezione.

abitudini e verità

voglia di rinascita

Se vuoi davvero la verità, ogni tanto devi metterla alla prova. Ad esempio provando a spostare qualcosa o qualcuno dalla tua area di certezze quotidiane. All’inizio non vedrai altro che lo spazio vuoto lasciato da questa consuetudine messa a riposo. L’assenza. Sentirai il silenzio dove c’era una voce. Una porta chiusa dove era automatico bussare. E tutta una costellazione di parole e di gesti che si sbriciolano davanti all’automatismo che ti porterebbe a ripeterli.

Prendiamo il caso in cui questa prova la stessi sostenendo con una persona. Per scelta tua, dell’altro, o perché è la cosa giusta da fare a detta di entrambi. Nei primi tempi c’è un mondo intero che ti pare venga a mancare, se si trattava di una presenza quotidiana. Ci saranno continui angoli della giornata che non puoi riempire con altro se non con quello che non sta accadendo più. E allora ti parrà anche che questa presenza fosse necessaria alla tua vita. E magari punterai l’attenzione verso un termine auspicato del silenzio.

Ma attenzione: è proprio così che si comportano le abitudini, le cose su cui appoggiamo la nostra routine per il terrore che incute l’essere ogni giorno nuovi. Se, dunque, vuoi fare davvero la prova, devi cercare di andare oltre questo primo cedimento e vedere cosa succede dopo, di là della piccola dipendenza che si è spezzata. E lì, in quella terra vuota, iniziano ad accadere le cose vere. Delle cose che stavano sotto il comfort di non doversi occupare da tempo di quel piccolo pezzo della tua terra interiore.

Innanzi tutto cominciano a manifestarsi nuove letture dei fatti. Quindi sentimenti nuovi, meno sporcati dalla paura di perdere quell’abitudine. Vengono fuori rabbie nascoste sotto il tappeto ed attaccamenti. Poi emergono le ragioni sul perché l’abitudine ad una certa presenza si sia radicata nella tua vita. E infine il dolore o il bisogno che è venuta a placare. Qui inizi ad essere vicina alla verità. Vicina a comprendere se si tratti di un’abitudine necessaria, una verità, oppure di un tappo messo a un vuoto, per non affrontarlo. Per non sentirlo più.

Quello che devi cercare di non fare in tutto questo tempo è chiederti se stia passando troppo tempo. Se nel frattempo non ci sarà mai più una seconda occasione. Se questa presenza si stia allontanando troppo dalla tua vita, mentre lasci depositare quello che non è vero. Non chiedertelo: fa anche questo parte della prova. E se alla fine dovessi scoprire che si trattava di una cosa giusta, vitale, puoi stare certa che sarà sempre lì, per te. Perché quello è il luogo naturale in cui deve stare.

Ma se così non fosse, sarà giusto che, a poco a poco, tu riprenda coraggio. Ad ogni costo che tu stia totalmente nel vuoto e che lasci scorrere di nuovo la vita dove l’avevi messa dentro le reti, affinché quello che è tuo e ti sta aspettando trovi lo spazio che serve per entrare.

 

 

Avanzamenti d’amore

Onde e lasciti

Ho messo su quella canzone per piangere, sennò non ci riuscivo. Ricordi? È la canzone del giorno in cui ero tornata dall’ospedale, con una piccola appendice di carne in meno. In quell’agglomerato di cellule che era stato prelevato dal mio ventre io avevo visto il precipitato di un antico dolore. Un antico abbandono. Aveva preso quella forma dentro di me, ma non ne avevo più bisogno. Ero guarita ed era tempo di alleggerirsi. E se ora devo pensare a cosa hai portato alla mia vita, ritorno subito indietro a quel giorno. A quell’ingombro che se ne andava dal corpo, a quell’abbandono che se ne andava dall’anima.

Piango, ma non sono davvero triste, sento che questo addio che abbiamo appena celebrato non è un addio. E non importa neppure se ci vedremo ancora oppure no. Sento che quello che è successo oggi, quel saluto che non lasciava un seguito, che non aveva facce ridenti che indicavano il mattino, era la cosa giusta, la cosa più vicina alla verità. Andare avanti per noi oggi, amarci di più, significa lasciarci andare. Lasciarti andare. Perché c’è qualcosa della tua vita che ancora non hai trovato, e il rumore delle parole e delle attese di qualcuno vicino fanno buio alla strada in cui lo stai cercando. Serve il completo silenzio, la luce che dal silenzio si sprigiona.

E questo sentirmi libera di fare il tifo perché la tua esistenza si compia, senza rivendicare proprietà, senza premere il dito sulla nostalgia delle cose che abbiamo fatto e pensato insieme, dei momenti in cui siamo scoppiati a ridere per nulla e delle parole speciali con cui ci capivamo, credo sia il segno di quanto abbia fatto bene il tuo passaggio nella mia vita. Quanto tu abbia mantenuto quello che avevi promesso: insegnarmi a riposare, liberarmi i canali del cuore, dove si impigliavano l’ansia, la paura di essere ferita, di essere abbandonata ancora.

Io non sono stata altrettanto brava con le mie promesse, temo. E questa è l’unica cosa che ora mi fa male. Gli altri dolori, quell’immagine che ritorna dello spazio esatto tra la palpebra e il sopracciglio mentre dormi, il tuo sorriso di profilo mentre fingo di dormire io: quelli sono dolori da poco, che ho superato tante volte e lo farò ancora. Ma io avevo fatto tra me e me la promessa che ti avrei salvato, che ti avrei fatto rientrare dentro la vita a cui parevi arreso. Ho creduto di fare tante cose per farti del bene, invece forse le facevo per fare del bene a me, per farti diventare come credevo dovessi essere.

Tu lavoravi sulle mie ferite e le mie ferite invece lavoravano per farti diventare come me. Questo non lo capivo allora, lo realizzo, all’improvviso, solo ora, mentre sei un colore che si stinge all’orizzonte. Ho fatto davvero tutto con il cuore, ma con un cuore ancora ingombrato e pesante. E se anche tu oggi stessi pensando queste cose, spero mi possa perdonare. Ora, mentre stai ritornando indietro, esattamente nel punto in cui ti avevo trovato, dove finiva la tua strada ed iniziava la mia. Dove ti eri perso. In quello stesso punto tornerò anch’io ogni mattino con una preghiera, per chiedere protezione, per chiedere verità ai passi che per te verranno.

O forse non è vero, e proprio questo addio è il successo del mio passaggio nella tua vita: la consapevolezza che hai un cammino da fare, e non per forza con me. Allora quello di oggi non è un addio. Oggi non si celebra un allontanamento: si celebra una doppia guarigione. La mia e la tua. Un più alto colore dell’amore.

inclusione

Kerala, India

Ieri mi è arrivata la storia di un musicista che rompe lo strumento durante un’importante esecuzione. Per un attimo si ferma tutto. Ci si attende che chieda un nuovo violino: invece lui fa segno all’orchestra di proseguire e esegue una musica meravigliosa con le corde che gli sono rimaste.

Era proprio la storia che aspettavo per definire una cosa che mi sta succedendo: credo di aver imparato ad amare le mie ferite. Ad includerle nelle mie giornate. A fare programmi che ne tengano conto. E da quando questo accade stanno molto meglio, e sto molto meglio anche io. Sta molto meglio il ginocchio lievemente incrinato. E anche il cuore, che ha smesso di mettere nel mezzo del presente le cose del passato.

Un tempo mi pareva di dover sempre attendere che le cose fossero completamente a posto prima di iniziare a fare sul serio. Ora invece so che tutto quello che c’è in questo momento è perfetto per la musica che devo suonare ora. Anche le cose fragili che mi fanno procedere un po’ di sghembo sono importanti e portano un colore unico, che non ci sarebbe senza di loro.

Chiamo questa inclusione amore, porta guarigione e rende piena la vita.

La guarigione parte dai pensieri

Giovane del Kerala, Monti Ghats

Qualche mese fa, mentre stavo correndo senza limiti, ho iniziato a sentire un dolorino nella parte interna delle ginocchia. All’inizio mi è parsa una seccatura, un ostacolo da saltare per poter continuare la mia corsa. Però più il tempo passava e più questo disagio si metteva tra me e la vita che stavo facendo. Ad un certo punto non è stato più possibile ignorarlo, e la mia mente si è messa in ascolto. In particolare l’orecchio era teso all’interno del ginocchio destro, che improvvisamente, sotto lo zoom dei pensieri, ha iniziato a peggiorare, a peggiorare, e a peggiorare. E più mi sentivo carica mentalmente, e mi infastidivo per l’impaccio fisico, più questo carico gravava sul dolore.

Poi la puntura è diventata uno scricchiolio molto evidente e seccante, quando insegnavo yoga. E poi anche lo scricchiolio è passato ed è diventato solo un dolore acido e rigido, il mio ginocchio si era trasformato in un luogo estraneo che non mi seguiva più, che non obbediva più ai miei ordini, che voleva darne di suoi. Decidendo cosa potevo fare e cosa no. Ancora non ho voluto cedere e ho cercato di fare la vita di prima, tamponando il dolore con tutori e con balsami. Ma in realtà niente era più come prima, e questa separazione dal mio corpo stava creando altre divisioni e disarmonie nelle mie giornate. Non c’è stata più altra scelta: ho dovuto rallentare, poi fermarmi. Iniziare il viaggio a ritroso. La diagnosi intanto si era fatta chiara: lesione al menisco. Soluzioni: operazione al ginocchio.

A quel punto, appena mi hanno confermato che stavo male, ho iniziato davvero a stare male. Sono precipitata in fondo a siti su casi simili, dove si finiva sempre con le stampelle ad attendere la ripresa. E più facevo incetta di questi casi d’altri che dovevano per forza raccontare anche il mio, e più il ginocchio si bloccava, doleva e faceva il malato grave. Sapevo che non era una cosa rara o grave in realtà: ma per me che faccio e insegno yoga, che  non prendo mai neppure medicine, era difficile da accettare. Intanto, però, avevo un biglietto in mano per l’India, ed era troppo tardi per cancellare. Con il mio tutore, con un kit di anti infiammatori, una serie di preghiere e speranze, mi sono dunque messa sull’aereo.

Come ho raccontato, la meta era un ashram ayurvedico, dove in generale speravo di guarire uno stato complessivo di stress, di cui il ginocchio era stata l’ultima goccia. Ma naturalmente pensavo che, come mi avevano detto all’ospedale, la prima cosa che avrei dovuto fare al rientro, sarebbe stata comunque quella di fissare la fatidica data dell’operazione. Invece lì è iniziato il viaggio vero, diverso da quello dell’immaginazione. E per prima cosa ho visto con una chiarezza nuova che prima del danno nel corpo il danno era stato nella mente. Lì mi sono caricata di pensieri pesanti, e al corpo non è rimasta altra scelta che di manifestarli. E che se volevo guarire, dovevo cambiare quei pensieri.  

Quello che è successo durante le cure l’ho raccontato in altri pezzi, qui, mentre lo vivevo. Ma quanto questo viaggio interiore fosse la vera cura l’ho constatato poi al ritorno. Sono andata all’ospedale e la dottoressa stentava a credere al mio ginocchio ritornato mobile e felice. Certo, sempre con la piccola lesione al menisco, ma con un’armonia nuova che includeva anche questo piccolo urlo del mio corpo dentro al mio nuovo stile di vita. Più calmo, più attento ad ogni passo ed ad ogni gesto. “Per ora non si opera. Aspettiamo ancora tre mesi e vediamo se continua a migliorare, se un po’ alla volta la natura ripristina da sola, limando e adattando, un equilibrio”. Mi ha detto l’ortopedica, al congedo.

Ora non sono più quella che ero, quella che andava di corsa e costringeva il corpo a starle dietro. Sono comunque una persona che, prima di muoversi, deve consultarsi anche con le proprie ginocchia. Ma, da quando sono dentro ai miei programmi, non vivo più questo come un ostacolo. Ma come un messaggio disperato che era arrivato fino a me, per farmi rallentare. Ho capito che è un discorso tra me e loro, che non può finire sui siti medici e i rimedi generali. Ed anzi proprio quella piccola puntura, che a volte si fa sentire più forte, ora la tengo molto cara: come una bussola per comprendere se sto procedendo con amore e con rispetto per me stessa.

La luce che è nata

Payyambalam beach, Kannur

Ti chiedo scusa se oggi, per un momento, avrei voluto dimenticare quello che ho imparato, quello che mi hai insegnato. Se avrei voluto cedere semplicemente alla nostalgia. A memorie di sole, di mare, di balconi aperti alle palme, e al vento, e all’infinito. A parole in cui mi sono sentita a casa. Al nostro modo di sorridere dentro un mondo inventato. Cedere persino a più luce di quella che c’è stata. Di appoggiarmi a te, di pensare che sia quel tuo lontano il luogo in cui riposare quando la vita qui è al freddo e al buio.

Credevo infatti che fossero ancora fissi lì, sulla tua fronte, gli occhi che non trovo più nello specchio. E’ un fenomeno strano che mi capita in certi istanti di grazia: il marrone se ne va dalle pupille e lascia emergere un bulbo quasi trasparente, che sembra sporgere direttamente dall’origine di ogni luce. Credevo anche che fosse ancora lì, con te, la parte del mio cuore che ora è calma, aperta, fiorita. Con te anche la pace del sonno, la morbidezza dei risvegli. La lentezza dei gesti che seguono ogni dettaglio del giorno.

E allora ti ho cercato, per sapere se anche una parte di te era rimasta seduta sotto l’ombra del grande albero, dove mi aspettavi mentre io entravo nel mare. Per fortuna che tu hai capito subito quello che stava accadendo e mi hai ricordato la libertà che ci siamo regalati. Così ho ritratto la presa, sono tornata a me, e ho visto che non si spegneva il trasparente dagli occhi. Che non è qualcosa o qualcuno a intingerlo di luce, ma lo scorrere della vita stessa, quando in me c’è fiducia, apertura, amore abbastanza per stare con tutto ciò che mi porta. E per sapere che il flusso delle cose buone e giuste non è finito con la felicità che c’è stata.

Ho ripensato allora a quell’augurio pazzo che ci siamo scambiati prima di partire. A te che imponevi le mani sui miei occhi da cui già un po’ di pupilla si era trasformata in luce, e pensavi a tutto il bene che poteva farmi crescere, e non ti mettevi tra le cose del mio futuro. Poi è stato il mio turno e anche io ho trovato più forte la voglia di cose vere, rispetto al possesso che non te le lascerebbe incontrare: “ti auguro che arrivino ogni cosa e ogni persona che compiono il tuo cammino”, ho concluso, e non è finito il mondo e non è scesa un’ombra dal cuore. Ho sentito di camminare in uno strano, perfetto equilibrio: se avessi fatto solo un passo maldestro ti avrei stretto di nuovo dentro i palmi delle mani, per non lasciarti andare.

Invece ci siamo salutati un’altra volta così, senza una data nel futuro. Perché me lo hai insegnato tu, e quella conoscenza più alta che tutti e due più di ogni altra cosa cerchiamo, che nessuno può portarti via quello che è tuo. Che in nessun modo al mondo puoi trattenere quello che tuo non è.

Diario ayurvedico 4 – esiti di libertà

Kovalam – pescatori nell’azzurro

E così si conclude oggi anche questo pezzo di cammino, anche se mi resta un po’ di vita indiana nei giorni a venire. L’incontro con l’ayurveda nella sua madre terra è stato più profondo ancora di quello che mi aspettassi. Dopo 21 giorni, il corpo di sicuro ne esce più pulito, strizzato di tutto quello che non ero io, ma questo non è nulla rispetto a quello che è accaduto all’anima. Sento che è successo qualcosa da cui non posso più tornare indietro, che ho visto paesaggi interiori e meccanismi della mente di cui non voglio più cadere vittima. Ho riletto la mia vita alla luce di un punto di vista nuovo, che ora spero mi guiderà nel futuro.

Ho sentito per la prima volta non astrattamente che quello che noi chiamiamo Io è solo una verità mascherata. E che per raggiungere il vero sé e necessario diventare osservatori del proprio corpo e ancora di più della propria mente, in modo quasi impersonale. Riconoscere i propri pensieri, le proprie emozioni, i propri sentimenti, rispettarne l’intensità, le cause che li hanno generati, ma poi anche diventare consapevoli che non siamo tutto questo chiacchierare che ci impedisce di sentire la musica del nostro silenzio, della nostra pace, della nostra gioia interiore. E che, se si arriva lì, si è veramente in salvo.

In certi momenti, quando la notte virava al rosa del mattino, mentre si risvegliavano gli uccelli esotici con canti che mi sono diventati amici, mentre il vento tra le palme portava via quello che restava dell’oscurità, per brevi istanti ho visto chiaro. Come se tutte le terapie avessero pulito i vetri della vista interiore. Per qualche pausa di grazia ho potuto distanziarmi da un’idea fissa e mentale su me stessa, e anche portare grande rispetto e amore per quella me che ha camminato finora legata ai condizionamenti della mente, spesso nati da dolori molto antichi, che forse ora sono in grado di lasciar andare.

Si tratta ancora una volta di un problema di libertà. Quando si deve decidere cosa di noi va cresciuto e da cosa invece è bene preparare il distacco, la domanda che dovremmo farci è infatti sempre la stessa: tutto ciò mi avvicina o mi allontana dalla libertà? E se ci accorgiamo che ci sono in noi tracciati che pensiamo di governare ma che invece tirano i nostri fili come burattini, allora bisogna prepararsi al taglio. Se è la vera libertà quella che cerchiamo in questa attraversata di vita. Se è, infine, la verità, la cosa che desideriamo più di ogni altra cosa.

Quanto a me, voglio provarci a smettere vecchi spaventi, vecchie definizioni, cambiare occhi e parole quando mi penso, provarci anche a non tendermi più per resistere alla vita: ad arrendermi, ma con fiducia e verso l’alto, al suo abbraccio perfetto.