Due devozioni

Due devozioni

E quindi siamo arrivati a questo, a finire le parole. Le parole per dire cosa siamo, cosa sia quella cosa che ci unisce, oltre a tutti gli spigoli in cui abbiamo sbattuto il cuore. Una fratellanza, un’amicizia, un amore o un riconoscimento d’anime sono tutte cose vere, ma anche forme in cui stiamo stretti, in cui ci manca un po’ il respiro. Piuttosto, è come se una parte di me abitasse dentro il tuo corpo, e viceversa una parte di te nel mio. E fossero l’una e l’altra dirette da due motori diversi, eppure si potessero sentire in tutta l’estensione dell’essere, fino a te, fino a me, la felicità e il dolore.

Si tratta perciò di tenerci ma anche di darci una libertà sconfinata, affinché ogni parte di noi possa gioire, espandersi, fare la propria strada. Crescere o sbagliare. Divenire a proprio modo devota alla vita. E ogni giorno dobbiamo anche tranquillizzare quello che di questa libertà ha paura. Paura di perdere, di non controllare, di scolorire tra i colori del mondo. Accogliere a mani piene tutto quello che arriva, i silenzi e i momenti in cui di nuovo siamo vicini. Fare il tifo fino in fondo per la gioia che in questo modo ci scambiamo, per il nutrimento che ci dà la parte di noi che l’altro porta in giro.

E’ questo il capolinea di un lungo viaggio, in cui abbiamo provato in tanti modi a dare una voce alle nostre anime che hanno preso luce quando si sono guardate. Quando le dita si sono allungate e hanno scoperto di sentire anche quello che c’era sotto un’altra pelle. Che era lì quella parte che mancava, e che da ere, da vite, in tanti luoghi e tempi, avevamo cercato. Aspettava che finissimo di aspettare, che finissimo di sentirne la mancanza, per fare il suo viaggio di ritorno, la parte di me che è in te, quella di me che vive in te.

 

 

 

Himalaya 5 – Amore in forma di cane

Il cane guida, Babaji’s cave – Himalaya

Oggi ho avuto una storia d’amore con un cane. D’altro canto si può avere una storia d’amore con il verde dell’erba, con lo scrosciare della pioggia, con un cielo stellato. Io oggi l’ho avuta con un cane. È successo questa mattina, qui, in questa sacra valle himalayana in cui sono arrivata al termine di un intenso pellegrinaggio, per visitare la grotta di Babaji. Forse chiamata da un magnetismo che doveva esattamente portarmi qui, e di cui tutto il resto non è stato che la preparazione. Babaji è il padre del Kriya yoga, il padre di tutti i Maestri di un nobile sentiero che è arrivato a me attraverso il ramo di Yogananda, il mio Maestro. Gli si dà un volto, ma Babaji è una colonna di puro Essere, e risiede dentro un corpo quando deve essere compreso, da 5000 anni.

Ieri, appena arrivata a Kukuchin, la località in cui inizia il sentiero che porta alla grotta, all’antro dove lui ha meditato e intorno a cui ogni tanto appare, non sono riuscita a resistere. Ho sistemato alla svelta le mie cose in una magnifica capanna di legno e di mattoni a vista dell’unica guest house che ha avvicinato così tanto il cammino di accesso a questo luogo sacro, e poi ho iniziato, vorace, la risalita. Ero stanca. Tutti questi giorni di viaggio, il mattino con le soste ai templi lungo la strada, uno di questi con 500 scalini di iniziazione, ma ero certa che appena i piedi si fossero messi uno dietro l’altro, mi sarei sentita benissimo. Lo avevo spiegato anche all’autista che ha condiviso con me questa avventura: era una meta da non perdere assolutamente. E così, stanco anche lui, più di me, mi ha seguito.

Ma più salivo e più mi sentivo in affanno. Le gambe faticavano a sorreggermi, ma andava fatto e non mi sarei arresa per nulla al mondo. Finalmente, senza fiato, accaldati per le nuvole basse che facevano sudare, siamo arrivati. Ho aperto la grata e mi sono seduta dentro la grotta a meditare. La mente, però, non ne voleva sapere di stare in silenzio. Pensava al povero autista che avevo fatto scannare, che forse aveva voglia di scendere. Che se non avessimo fatto presto forse sarebbe venuta la pioggia, o forse la notte e non avremmo più trovato la strada. Pensava cose sempre più piccole. Così sono uscita e ho detto al mio compagno di cammino che potevamo andare. A me ho detto che la buona energia comunque era entrata e non era necessario che lo percepissi subito.

L’ultimo Chai shop prima della grotta

Questa mattina la lezione era appresa: dovevo riposare, e lasciare fare alla vita. Dopo colazione, mi sono semplicemente messa a camminare per esplorare i dintorni, non avevo più intenzione di stremarmi. Ho ripensato soltanto a quella piccolissima costruzione all’inizio della strada per la grotta che annunciava di essere l’ultima possibilità per un chai (tè), prima di salire: fino a lì potevo arrivare. Mi sono avviata, un cane bianco e nero mi seguiva. Si è fermato ad un certo punto, ed è ritornato indietro. Nel piccolo negozio una signora matura che si è sciolta i capelli quando sono apparsa, forse per farmi vedere che erano ancora belli, forse per l’emozione di avere un cliente in questa stagione morta. Ha fatto cenno a due giovani ragazze che governavano il fuoco di preparami il tè. Nel cortile sono arrivati altri due cani, neri. Uno più grande e uno più piccolo. Li avevo già visti ieri, ma ero troppo stanca per stare alle loro feste.

La grotta di Babaji

All’improvviso il più piccolo si è messo a scodinzolarmi intorno. Un giovane ragazzo locale che guidava un gruppetto alla grotta mi ha chiesto se stessi salendo anche io, e ha aggiunto che quella che stava percorrendo era una scorciatoia. Io ho solo sorriso. Non stavo salendo, ho ammiccato a lui e a me. Ma il cane si è messo a camminare e io a seguirlo, e ha preso lo stesso sentiero corto. Con le gambe leggere, senza più affanno, attraversando torrenti a piedi scalzi, in un tempo che mi è sembrato breve e bello, senza saperlo mi sono ritrovata ancora alla grotta. Gli altri pellegrini avevano fatto sosta per strada, ed ero sola. Sola di fronte all’immenso. Il mio amico a quattro zampe si è semplicemente steso davanti all’accesso, come fanno i cani quando si sentono al sicuro e sono pronti a dormire. Io ho chiuso gli occhi e mi sono messa a meditare. Tutto era di nuovo limpido, in pace, in amore. Come l’amore senza ombre che ho sempre provato per i cani. Sono arrivate così queste parole.

Quando Dio mi apparirà avrà la forma di un cane. Sarà il cane più bello del mondo, il Dio più bello del mondo. Perché lui è amore puro, è uno scodinzolare d’amore. È sentire le feste nel cuore, è non stare più nella pelle. Nella pelle dei pensieri, nella pelle delle paure, nella pelle di tutti i piccoli comandamenti del fare con cui ci incateniamo alla terra. È lasciare le briglie, gli ormeggi, slacciarsi le scarpe, restare a piedi nudi nelle pozze dopo un temporale. L’odio, il rancore, il rimpianto non sono l’opposto di questo amore, perché è un amore che non ha opposti. Non è tradibile, abbandonabile, feribile. Come il verde per l’erba del prato, il fresco per l’acqua del torrente, l’azzurro per il cielo sereno, è vita che sta al centro, senza più cadere.

Poi mi sono alzata e il cane mi ha guidato di nuovo sulla strada di casa. Lì è svanito.

Ora lo so, questo viaggio doveva veramente arrivare fino a qui. E ho capito anche perché era giusto farlo da sola, perché si dica che i viaggi spirituali vadano sempre fatti da soli. Perché, infatti, è solo così che un po’ alla volta vieni sbucciata di tutti i modi in cui ti tieni aggrappata al mondo. Le persone, le parole, gli impegni, il nostro continuo bisogno di sentirci occupati in qualche cosa e con qualcuno è solo un modo per non tacere, per non affrontare la vera strada, il vuoto di appigli che fa venire alla luce quello che in ognuno di noi è puro essere. Ed è questo invece l’unico vero dovere che abbiamo. E richiede silenzio, richiede di sentirsi incredibilmente soli. E poi di non sentirsi più soli. Richiede di abbandonare completamente tutto quello che sapevamo di noi, di abbandonarci completamente. Di diventare solo presente, solo vita. Qui inizia il vero viaggio.

 

Himalaya 4, Kausani. I momenti in cui ho paura.

devozioni, tempio di Shiva

Non ho avuto il tempo di chiedermelo, prima di partire, se mi sarei sentita sola. Se in questo girovagare in luoghi assoluti e assolutamente lontani da ogni abitudine, mi sarei persa dentro il vuoto di cose e di voci note a cui tenermi. La solitudine, la non appartenenza a nulla di ciò che vedevo intorno, sono state la musica di fondo di un passato ormai abbastanza lontano, poi è diventata una cosa diversa: un essere solitaria e piena, senza più il senso di mancanza. Anzi, sono diventata sempre più bisognosa di silenzi e di tempi privati, perché poi ci pensa la vita ad essere frastuono e affronto a tutto quello che con pazienza cerco di mettere in ordine ogni giorno.

Però oggi ad un certo punto, all’ennesimo arrivo dopo un viaggio lungo, in mezzo solo al verde, solo a villaggi in cui si chiedono sempre solo le cose di servizio per proseguire, mentre ancora una volta toglievo il necessario dalla valigia, una valigia che intanto si è gonfiata di cose che sono venute via con me in questi giorni e della vita che si è messa addosso ai miei vestiti, per un attimo mi sono chiesta con spavento: cosa ci faccio io qui? E ho pensato quali fossero le vie con cui mi sarei potuta rivedere abbandonata sul mio divano, ma il pensiero ha disegnato una lontananza così complessa che ho dovuto abbandonarlo per non prendere paura.

Allora ho fatto quello che faccio tutti i giorni da quando sono via: ho cercato la calma nei gesti, nei riti che mi radicano in questa vita senza radici. Ho tirato fuori le immagini dei Maestri che mi indicano la strada. Ho acceso un incenso. Ho messo delle gocce di lavanda in queste nuove lenzuola, in un ulteriore letto, in una diversa camera ancora. Ho messo dell’acqua comprata in bottiglia per assicurarmi di non stare male nel bollitore: ho preparato un infuso di erbe. Ho srotolato il tappeto da yoga. Ho apparecchiato i libri sul comodino. Ho acceso una musica che mi riporta in luoghi calmi e felici di me. Ho fatto casa in questo punto dell’universo.

Ho rovesciato la polarità dei pensieri, sorridendo alla facilità con cui alla fine si faccia famiglia con tutto quello che c’è. Ho pensato al giovane autista indiano che si è trovato coinvolto con me in questo sogno, a due persone che erano straniere fino a pochi giorni fa, e che sarebbe sembrato impossibile che dovessero avere dei punti in comune, che all’improvviso si trovano a mettersi negli occhi gli stessi paesaggi, a condividere l’intimità della fame, del caldo e del freddo, della stanchezza e del riposo. Ho pensato ad un paio di amici qui in India, che ogni giorno controllano al telefono che io stia ancora bene, che non mi sia arresa. A mia madre, che ha imparato a scrivere i messaggi: e ne scrive di belli, per non farmi sentire se è preoccupata.

Poi ho guardato il tempo dall’alto, e ho pensato che è proprio quando si sposta un po’ più in là il proprio limite che possono accadere, nello spazio che si è aperto, cose nuove. Che alcune parti di noi possono crescere. E i doni sono già stati così tanti in questo viaggio, e spesso sono seguiti proprio a questi pensieri in cui qualche parte di me cedeva. E allora il pensiero della solitudine ritorna con un volto nuovo: sto facendo una cosa bellissima che richiede coraggio, che mi chiede quanto io sia davvero convinta di voler toccare tutta questa vita più grande per cui da tanto tempo sto preparando il respiro.

Così ritorna la forza, la paura va via. Apro un libro a caso, leggo queste parole: “Per iniziare un viaggio, devi voler avanzare dalla posizione in cui attualmente ti trovi. Finché ti accontenterai delle circostanze presenti, non sarai mai motivato a iniziare. Che cosa ci motiva? Dipende da persona a persona: forse è l’infelicità, o il desiderio di verità, o la ricerca di chi noi veramente siamo. In ogni caso, il desiderio di qualcosa di più è l’impulso che ci sprona in avanti. Tieni a mente cosa ti ha motivato e continua cercarlo finché non hai raggiunto il tuo obiettivo”. (da Un tocco d’amore, Nayaswami Jotish e Devi. Ananda edizioni)

Himalaya 3 – Gwaldam. Sussurri per il cuore

Monastero buddista a Gwaldam

tappa: Badrinath – Gwaldam

Scrivo da una stanza piena di cielo. Una stanza che è stata tramonto, poi stelle e canto dei grilli. E ogni volta che il contatto con la natura si fa così serrato, qualcosa in me esulta, ritorna a casa. Anche a questo si deve la Pace di queste montagne sacre, dove gli uomini cercano di leggere dentro di sé. Sì, si deve anche a quest’ebbrezza del respiro: una fusione che fa dimenticare i propri piccoli confini, e fonde nuovamente al Tutto di cui siamo una goccia, una foglia, un alito di vento.

In certi istanti questa felicità naturale prende la forma di una dolcezza infinita che si solleva dal cuore e rimette le cose in un ordine nuovo. L’ho potuto vedere bene nei giorni scorsi, quando non avevo più contatto con il mondo usuale, separata com’ero da ogni connessione, da ogni lingua di scambio, da ogni abitudine nota: quando sei costretta a mettere da parte tutti i ronzii con cui riempi la grande vertigine che risiede dentro ognuno di noi, allora ha spazio per parlarti quello che è veramente grande, quello che devi veramente fare. E nulla più è troppo o impossibile, nulla fa più paura.

E’ stato in un istante, mentre camminavo su un antico ciottolato d’altura, mentre mi inginocchiavo in un piccolo tempio rosa, che ho detto di Sì a tutto quello che deve compiersi attraverso di me. Che ho sentito che più di tutto vorrei servire Dio negli altri e che Dio potesse servirli attraverso di me. E in quel momento ho capito che stavo guarendo da tanti dolori rimasti stampati nella mente, e a cui la mente dava ancora il potere di creare futuro. Era perché la spina del mio cuore era attaccata a cose mosse fuori di me, cose che non potevo controllare, che ogni volta mi spezzavo e creavo sofferenza anche agli altri.

Ma se la spina è attaccata al Cielo, allora non sei più feribile, non sei più abbandonabile. Non c’è allora più nulla da giudicare o da cui attendere qualcosa, perché non è più una cosa personale tra te e qualcosa che è altro da te: ma sei un puro canale attraverso cui l’amore può passare e agire. L’unico metro con cui misuri la tua felicità diventa l’aumentata bellezza del mondo, perché non esiste più qualche cosa che tu possa chiamare ‘altro’: ma esiste un’unica vita, da amare in ogni forma come ameresti te stesso.

Ora in lontananza un cane abbaia, irrompe dentro la stellata e al canto dei grilli: ma è un unico concerto, e io spegnerò la luce: unirò anche il mio respiro.

 

 

Badrinath: avvicinamento al Cielo. Himalaya 2

Badrinath, 3600 metri vicino al Cielo

Tappa: Rudraprayag – Josimath – Badrinath

Si dice che un vero viaggio spirituale si debba fare da soli: e ora sono davvero sola. Un amico vicino è rimasto per ora lontano, perché ci saremmo influenzati troppo. La casa in cui avevo fatto famiglia è a Rishikesh, e ora anche l’autista con cui sarei dovuta arrivare qui, che era diventato un complice dell’avventura, è rimasto in macchina, dietro una frana e a vari travasi di fiumi, a venti chilometri da Badrinath, dopo avermi aiutato ad arrampicarmi a piedi sui sassi caduti e avermi messo su una Jeep che mi avrebbe portato qui, in uno dei luoghi della terra più vicini al Cielo. Non solo per l’altezza che rarefà l’ossigeno e crea spazi nuovi in cui non riesce ad allargare i suoi tentacoli la mente: ma anche perché qui comprendi che il Cielo non è davvero un’altra cosa da te.

Per arrivare è stato un progressivo entrare dentro le pareti verticali delle montagne, una lotta di altezze che tagliavano a fatte le valli, attraversate da fiumi veloci e pieni d’acqua. La vegetazione è ovunque verdissima, proprio per la copiosità delle piogge che stanno finendo ora la loro stagione. E questo paesaggio immenso qui è là è intervallato dai colori di piccole linee colorate orizzontali, che formano gli agglomerati dei villaggi. E dentro ogni villaggio c’è un tempio con porte aperte al verde e al cielo. Una grande sensazione di respiro, di ricerca di luce verso l’alto: anche per il cuore, per l’energia del corpo, per i pensieri. Mentre in fondo alle valli, dove ci si sporge verso l’acqua che scorre, risalgono i fumi dei vapori dei corpi cremati, affinché l’anima possa volare via più veloce. Karnaprayag, Chamoli, Josimath… tanti nomi in fila di questa geografia assoluta.

Ma Badrinath lo capisci subito che è un’altra cosa: non è solo una delle città più sacre dell’India, dove milioni di pellegrini vengono ad espandere la propria devozione, ma è qualcosa che c’è nell’aria, nella forma delle vette, che nascondono cime di altre vette che ogni tanto si vedono, in una quinta metafisica, per quanto carica di fisicità. È qualcosa che c’è nell’acqua, che spinge con forza non solo nei letti dei fiumi, ma in cascate dalle pareti di roccia: qui lo senti subito che non potresti mai gareggiare con la natura, che devi chiederle il permesso per entrare.

E poi l’umanità di questa terra: qui tutti cercano Dio. E questo paesaggio alto è il luogo in cui si sentono più vicini per trovarlo. Il meraviglioso tempio che troneggia di là del fiume è dedicato a Sri Badrinath, incarnazione di Vishnu, cioè il Dio che conserva la vita, ma anche la linea divina del cuore e dell’amore. Dalle 4.00 del mattino si offrono puje, cerimonie di purificazione, preghiere, canti, invocazioni. Arrivano qui da tutta l’India, alcuni non se ne vanno più e restano semplicemente vicini al Cielo, cioè a Sé, nei vestiti arancioni dei sadhu, i rinuncianti che hanno rinunciato in realtà solo all’illusione.

E io? Cosa ci faccio qui? Non lo so, non ancora. Ad un certo punto sapevo solo che dovevo venire. Per ora ho solo girato con la testa rarefatta, mi sono inginocchiata e ho cercato di fare quello che facevano gli altri. Ho offerto una corona sacra di tulsi, mi sono fatta disegnare l’occhio spirituale dopo la preghiera, ho preso alcune bacche candite di amla, per le vitamine. Ho acceso un incenso nella mia camera affacciata a questo Cielo in terra, e aspetto che mi parli, visto che mi ha chiamato qui, che mi ha voluto sola.

 

 

 

 

 

Himalaya 1 – Rudraprayag

Dhari Devi temple, Srinagar

Tappa 1  – Rishikesh – Srinagar – Rudraprayag

Sono distesa di fronte a un sogno, un sogno che sognavo da tanto: la scoperta dell’Himalaya. E ora è lì, fuori dalla finestra, a lato del canto dei grilli, con i suoi primi denti appuntiti, ricchi del verde di un’intensa stagione delle piogge, che oggi alla fine ha dato tregua. Un po’ al giorno svelerà le sue forme, i suoi segreti. Le ragioni per cui dovevo venire e doveva essere adesso, al di là di ogni buon senso, delle strade ancora cariche di roccia scivolata dalle vette, degli impegni che premevano, finché ancora avevano la forza di dirmi che erano la voce più forte che avrei dovuto ascoltare. Ora, da qui, non ha più potere.

Rudraprayag – vista

Questo è un viaggio in avanti che riporta indietro, alla sorgente, alle origini, a quello che non so più di sapere. Alle risposte a domande che ancora non sono nate. Alle verità che sono in me e che non sto ancora vivendo. E va vissuto con un diario bianco, per lasciare che sia la vita, quello che vuole arrivare e mi vuole parlare, a riempirlo. Per ora so solo che ogni tanto riesco a slacciare i legacci dei pensieri, ad uscire dalla lente che appoggiano sulle cose, dalle trame con cui ci legano agli eventi, alle persone, e imprigionano il manifestarsi di ciò che è veramente vivo e terso in noi.

on the road

E fuori da questa gabbia, che finora ho chiamato vita, l’amore è un’incandescenza di cui riesco per qualche istante a vedere la luce, a sentirne il fluire in ogni cosa direttamente dalla fonte. Ad intuire che solo finché l’altro è l’altro, devi amarlo con un ponte che copre una distanza: poi semplicemente diventa una parte di te. In quei momenti posso solo pregare, più di ogni altra azione certa, di poter meritare di esserne un giorno un canale. Poi, con il cuore stordito di gratitudine, mi stendo e galleggio sul tempo.

 

 

Amore in silenzio

luce-buio

Oggi all’improvviso, mentre attraversavo un nuovo tramonto, mi è stato chiaro: l’amore è sopravvissuto al silenzio, ed è sopravvissuto anche a tutte quelle cose in cui sei come mi faceva paura saperti. D’altro canto dovrebbe sempre fare così l’amore, se non è un appoggio in cui ci siamo illusi di far terminare la corsa, la nostra ricerca della felicità. Dovrebbe legare anime, profondità, e lasciare libere le superfici di espandersi, di sbagliare, di cercare la strada di casa.

E così, in questo non saperci, non ci siamo persi: è proprio questa la prova per capire se siamo stati crescita l’uno per l’altra. Se riusciremo a salvare quello che conta, a pregare per il bene dell’altro, senza chiedere nulla. Ora, quando ti penso, non penso più il futuro, che faccia faremo la prossima volta: penso a te che sei felice, e non desidero altro. Poi, capiterà anche di incontrarsi, capita sempre quando c’è da finire di scrivere una storia, ma non è importante questo. E’ importante che abbiamo saltato il muro, che siamo arrivati qui, a sostenerci in questo vuoto di noi, a tenere sempre un angolo di bene, senza il bisogno di pronunciarlo.

Sai, mentre sentivo questo bene straripare, uscire da me senza portarmi via la calma, le cose che ora mi aspettano e che devo fare ogni giorno, le persone che sarà giusto per me incontrare, ho visto questo amore travalicarti, riempire ogni cosa. Ho sentito anche che ora c’è in me la disponibilità di donarlo a molti, e in ognuno vedere questa profondità che sarebbe innaturale non amare, e poi una superficie dove ogni tanto si increspano cose che potrebbero farsi giudicare. Ma non ho giudicato: sono rimasta libera, ho permesso ad altri di esserlo. Ho accolto le mie imperfezioni, quelle di tutti coloro che avevo intorno.

Ecco, avevo queste parole per te questa sera, da farti avere attraverso il silenzio: dirti che sto bene, che non ti devi preoccupare per me. Che sono diventata un pochino più grande.

La vacanza nella parte migliore di te

ombra e (è) luce

Fino ad una settimana fa avevo accumulato così tanta velocità, così tanta intensità che ho pensato di non poterle più contenere. E mi dicevo: quando tutto questo fare sarà finito, potrò finalmente riposare, essere di nuovo me. Quando sarà finito il continuo senso di allarme che arriva dal telefono, dalle email e dagli incontri, sarò finalmente libera di sentire la mia vera musica interiore e tutto quello che di me ora non riesco più a vedere potrà di nuovo venire a galla e splendere.

Poi, il tempo del riposo è arrivato, ma il corpo era rimasto teso, la mente veloce. Quando mi sarò data il tempo per rilassarmi e per calmare i pensieri, sarò nuovamente quella che attendo da tempo di ritornare, mi sono ripetuta. Invece sui colli, dove mi sono ritirata, c’era un caldo bruciante, e c’erano gli insetti che arrivano con il caldo, gli animali in allerta, e ancora molti amici con delle spine nel cuore che cercavano un luogo dove appoggiarsi. Forse tra qualche giorno questo passerà, mi sono detta ancora: e allora sentirò finalmente di nuovo la pace, l’armonia in ogni cosa.

Oggi, infine, mi sono svegliata con una convinzione diversa: in questo modo non sarebbe mai arrivata la pace, e la vera vacanza non significa escludere. Non significa ritrarsi così tanto dentro le proprie fessure da non sentire più ciò che è altro da te. Come non è silenzio quello che non vuole più comprendere ciò che è reale. Piuttosto bisognerebbe approfittare di questi momenti di sospensione per espandersi, per salire in piani più alti di sé. Per prendere degli impegni più elevati e più veri con il mondo. Per servire la Vita quando ci si presta ad altri, e per servire gli altri quando si contempla la Vita.

La vera vacanza è includere, è sospendere il proprio rimuginio interiore, e tutto ciò che ti chiude a chiave dentro la scatola della tua visione piccola, per accorgerti nuovamente dell’immensità. Del palpitare di un’unica natura dentro ognuno e dentro ogni cosa, e questo è già abbastanza per amare e per sentirsi parte della stessa avventura. Ognuno con una pelle diversa cresciuta intorno a questa profondità, dove accadono cose accidentali che quando ci perdiamo, o siamo troppo stanchi, chiamiamo vita.

Ecco, se arrivi lì, sei davvero al riparo da ogni fatica, perché quello che prima era fare diventa un infinito scambio di amore.

 

La lettera che terrò con me

Il passaggio del giorno

Ieri ti ho scritto una lettera che non ho spedito. Non l’ho mai scritta veramente per te, in effetti: l’ho scritta per me. E non avevo bisogno che tu la leggessi, avevo bisogno di pensarti come saresti stato dopo quelle parole. Ed è anche in questo modo che sono certa che ci siamo capiti. Se invece tu l’avessi avuta tra le mani, sarebbero state nuove parole che crescevano addosso alle parole, e avremmo finito per non comprenderci. Arriva un punto, infatti, in cui le parole non sono il modo migliore per parlarsi. E ci sono passaggi che sono più chiari all’altro se sono chiariti a sé.

Questo accade, ad esempio, nell’istante in cui si consegna definitivamente un modo in cui sono state le cose tra due persone al passato. Poi possono accadere ancora tante altre nuove cose, ma non fanno più parte della stessa storia, e mantengono appena un’eco di quello che prima teneva stretta la trama. Un passaggio che comporta naturalmente dolore e coraggio. E perciò bisogna essere soli, perché se si provasse a cercare aiuto nell’altro per questa trasformazione, si finirebbe per voler lenire le punture appoggiandosi a quello che era stato un tempo certezza di gioia e di unione, e ciò non porterebbe ad un risultato vero.

Vedi, si tratta alla fine di familiarizzare con il fatto che quello che di noi prima era intimo e vicino è diventato all’improvviso straniero e lontano. Cioè quello che succede sempre quando nel mezzo di un incontro arrivano nuove persone, nuovi occhi, nuove energie. Allora, una mano che conoscevi a memoria assomiglia ancora a quella mano ma non è più per nulla la stessa. E lo spazio di un sopracciglio, la fossetta sotto una spalla: ci sarebbe da impazzire a cercarci ancora il passato. Bisogna farsi forza e andare avanti. Questo è quello che ora, con maturità, dobbiamo affrontare. Che ogni mattino, al risveglio, quando la mente partirebbe in automatico con i modi soliti di pensarci, ci dobbiamo di nuovo daccapo ricordare.

E sottolineo il fatto che dobbiamo essere maturi, perché non è la prima volta, né per me né per te, che ci troviamo ad affrontare nella vita questa situazione. Ma se ora questo capita tra me e te, è perché troviamo un finale originale, che non sia solo un salvarci, ma che ci faccia fare un passo più vicino al cielo. E anche questo richiede silenzio e pazienza. Giorni e giorni in cui la storia della Terra non sappia nulla di noi, che invece la nostra storia l’abbiamo scritta non per questi tempi, ma per eternità.

 

 

 

 

 

Riprendersi il proprio potere

All’improvviso ieri mi è stato chiaro quello che cercavo di dire da tanti giorni e quello che stava succedendo dentro di me: ero riuscita a riprendere il mio potere. Avevo riunito dentro al mio centro la capacità di scegliere, di decidere, di rispettarmi, e vedevo di nuovo chiara anche la strada da fare. Prima, invece, era tutto disordinato in una serie di vortici che cercavano come dita disperate risposte fuori di me, e questo mi aveva reso molto fragile.

Ho capito che in realtà io ho sempre considerato il potere come una cosa pericolosa, mentre è una meravigliosa e innata qualità dell’anima, dovuta alla sua natura divina. Solo del potere nelle mani dell’ego c’è da aver paura, perché può continuamente oscillare da una posizione di debolezza ad una di prepotenza. Ma ad un livello più alto, in quanto frutti della stessa sorgente creatrice, noi siamo potenti e a nostra volta creatori, e nulla sarebbe peggio che mortificare questa discendenza.

Per ignoranza, molto spesso, in una situazione che mi metteva in difficoltà, ho preferito fare la parte della buona: ovvero piuttosto ricevere un po’ di male anziché farlo. Forse perché ho una natura forte, e temo che se la usassi potrei ferire e per me è insopportabile sapere che qualcuno soffre per colpa mia. Ma all’improvviso ora ho compreso che questo non è un circuito virtuoso ma è un altro trabocchetto dell’ego e soprattutto non è verità.

Finché giochi nei ruoli di vittima o di carnefice, di mendicante o di superiore, non importa da che parte stai, sei comunque nell’illusione che spezza ogni cosa in polarità, e che ci lega l’un l’altra con una rete di catene che creano dipendenze. Solo al di là di questa dualità si può veramente fare il bene, cioè essere veri in quanto liberi. E questo accade se rimetti tutte le attese, la fiducia, l’ascolto, le azioni per proseguire nel tuo centro, nello yoga si direbbe nella spina dorsale.

Il risultato è che quando tu hai liberato te stesso dalle catene, liberi anche chi era incatenato nel gioco con te. Perciò questo potere alto è benefico ed è l’unica vera soluzione. Soluzione vera. Quando ti pare di non sapere più come uscire da una situazione, allora devi fermarti, respirare, pazientare finché tutta la tua attenzione non sia stata staccata da ciò che accade fuori, con la vera intenzione di capire ciò che invece è accaduto dentro di te. Allora arrivano le risposte e ogni momento e ogni sfida possono portare crescita.