Morti e rinascite

margherite, nuove nate

Quante volte bisogna morire e rinascere, caricarsi la propria croce e risorgere! Ci pensavo in questo giorno sacro, nella comunità spirituale di Ananda, ad Assisi. E mentre ci pensavo, mi ritrovavo a commuovermi sempre e ancora per gli stessi temi. Perché a me è stato chiesto un passo così pesante e teso? Perché non riesco ancora a lasciar andare tutto questo sforzo che mi contrae i lati del viso e ad abbandonarmi completamente nel Cielo? Ovvero, avere fiducia che io non sono queste piccole oscurità che mi stringono la mente: sono luce e potrei invece splendere, se lo credessi veramente.

In realtà non è così facile. E’ semplice, una volta che si arriva all’altezza della propria verità, ma non facile. Non è facile per nessuno, ognuno per la propria croce. E’ come se fossimo tutti venuti qui sulla Terra, in questo giro di vita, con una sfida precisa. Un pezzetto di oscurità che ci riguarda, e tutto quello che dovremmo fare nel cammino è scioglierla: renderla un canale libero, in cui può scorrere senza intoppi la vita. Un luogo, cioè, in cui ci sentivamo piccoli e umani e dove alla fine ci ritroviamo eterni, ricordando la nostra vera natura. Per alcuni è la sfiducia di poter essere amati, per altri di poter riuscire nei propri sogni, o la paura persino del successo e della felicità. Sfide per ogni gusto.

Ma spesso questa sfida è stata scavata chissà in quanta vita, in quante vite: ed è un solco profondo in cui non si può guarire in una sola volta. Non finché lo sforzo è solo tensione. Finché non diventa accoglienza, amore, perdono, speranza. Cioè finché non nasce un vero Sì al cambiamento. Prima bisogna passare e ripassare più volte la stessa ferita. Rivisitarla in tutte le opportunità con cui la vita ci fa sentire quanto punge: e ogni volta ci dà la possibilità di scegliere di stendere un po’ di terra nuova a limare l’abisso. Prima bisogna preparare il terreno, perché sarebbe assurdo pensare che basti dire ad un precipizio: diventa un giardino di fiori, e chiudere gli occhi in attesa.

Quando invece tante volte saremo caduti e ci saremo rialzati, e avremo un po’ alla volta iniziato a vedere che nessuno ce l’ha con noi se ci ritroviamo ad inciampare sempre nella stessa sofferenza, ma è proprio l’occasione, l’unica possibile, per guarire che ci riporta ancora e ancora lì, allora vedremo che il buco si fa un po’ alla volta meno aspro, più fertile a nuovi propositi. Sarà tempo allora di livellare bene e di posare nuovi semi. Semi che con pazienza germoglieranno, oppure ancora si spaventeranno e dovremmo con pazienza rimettere. Rifarlo finché non saranno germogli e poi piante forti. Non c’è fretta: siamo venuti qui solo per questo. Perché, come dice al termine della Bhagavad Gita Krishna ad Arjuna: “Non ho dubbi che tu mi raggiungerai, poiché mi sei molto caro”.

Buona Pasqua, buona resurrezione.

abitudini e verità

voglia di rinascita

Se vuoi davvero la verità, ogni tanto devi metterla alla prova. Ad esempio provando a spostare qualcosa o qualcuno dalla tua area di certezze quotidiane. All’inizio non vedrai altro che lo spazio vuoto lasciato da questa consuetudine messa a riposo. L’assenza. Sentirai il silenzio dove c’era una voce. Una porta chiusa dove era automatico bussare. E tutta una costellazione di parole e di gesti che si sbriciolano davanti all’automatismo che ti porterebbe a ripeterli.

Prendiamo il caso in cui questa prova la stessi sostenendo con una persona. Per scelta tua, dell’altro, o perché è la cosa giusta da fare a detta di entrambi. Nei primi tempi c’è un mondo intero che ti pare venga a mancare, se si trattava di una presenza quotidiana. Ci saranno continui angoli della giornata che non puoi riempire con altro se non con quello che non sta accadendo più. E allora ti parrà anche che questa presenza fosse necessaria alla tua vita. E magari punterai l’attenzione verso un termine auspicato del silenzio.

Ma attenzione: è proprio così che si comportano le abitudini, le cose su cui appoggiamo la nostra routine per il terrore che incute l’essere ogni giorno nuovi. Se, dunque, vuoi fare davvero la prova, devi cercare di andare oltre questo primo cedimento e vedere cosa succede dopo, di là della piccola dipendenza che si è spezzata. E lì, in quella terra vuota, iniziano ad accadere le cose vere. Delle cose che stavano sotto il comfort di non doversi occupare da tempo di quel piccolo pezzo della tua terra interiore.

Innanzi tutto cominciano a manifestarsi nuove letture dei fatti. Quindi sentimenti nuovi, meno sporcati dalla paura di perdere quell’abitudine. Vengono fuori rabbie nascoste sotto il tappeto ed attaccamenti. Poi emergono le ragioni sul perché l’abitudine ad una certa presenza si sia radicata nella tua vita. E infine il dolore o il bisogno che è venuta a placare. Qui inizi ad essere vicina alla verità. Vicina a comprendere se si tratti di un’abitudine necessaria, una verità, oppure di un tappo messo a un vuoto, per non affrontarlo. Per non sentirlo più.

Quello che devi cercare di non fare in tutto questo tempo è chiederti se stia passando troppo tempo. Se nel frattempo non ci sarà mai più una seconda occasione. Se questa presenza si stia allontanando troppo dalla tua vita, mentre lasci depositare quello che non è vero. Non chiedertelo: fa anche questo parte della prova. E se alla fine dovessi scoprire che si trattava di una cosa giusta, vitale, puoi stare certa che sarà sempre lì, per te. Perché quello è il luogo naturale in cui deve stare.

Ma se così non fosse, sarà giusto che, a poco a poco, tu riprenda coraggio. Ad ogni costo che tu stia totalmente nel vuoto e che lasci scorrere di nuovo la vita dove l’avevi messa dentro le reti, affinché quello che è tuo e ti sta aspettando trovi lo spazio che serve per entrare.

 

 

Avanzamenti d’amore

Onde e lasciti

Ho messo su quella canzone per piangere, sennò non ci riuscivo. Ricordi? È la canzone del giorno in cui ero tornata dall’ospedale, con una piccola appendice di carne in meno. In quell’agglomerato di cellule che era stato prelevato dal mio ventre io avevo visto il precipitato di un antico dolore. Un antico abbandono. Aveva preso quella forma dentro di me, ma non ne avevo più bisogno. Ero guarita ed era tempo di alleggerirsi. E se ora devo pensare a cosa hai portato alla mia vita, ritorno subito indietro a quel giorno. A quell’ingombro che se ne andava dal corpo, a quell’abbandono che se ne andava dall’anima.

Piango, ma non sono davvero triste, sento che questo addio che abbiamo appena celebrato non è un addio. E non importa neppure se ci vedremo ancora oppure no. Sento che quello che è successo oggi, quel saluto che non lasciava un seguito, che non aveva facce ridenti che indicavano il mattino, era la cosa giusta, la cosa più vicina alla verità. Andare avanti per noi oggi, amarci di più, significa lasciarci andare. Lasciarti andare. Perché c’è qualcosa della tua vita che ancora non hai trovato, e il rumore delle parole e delle attese di qualcuno vicino fanno buio alla strada in cui lo stai cercando. Serve il completo silenzio, la luce che dal silenzio si sprigiona.

E questo sentirmi libera di fare il tifo perché la tua esistenza si compia, senza rivendicare proprietà, senza premere il dito sulla nostalgia delle cose che abbiamo fatto e pensato insieme, dei momenti in cui siamo scoppiati a ridere per nulla e delle parole speciali con cui ci capivamo, credo sia il segno di quanto abbia fatto bene il tuo passaggio nella mia vita. Quanto tu abbia mantenuto quello che avevi promesso: insegnarmi a riposare, liberarmi i canali del cuore, dove si impigliavano l’ansia, la paura di essere ferita, di essere abbandonata ancora.

Io non sono stata altrettanto brava con le mie promesse, temo. E questa è l’unica cosa che ora mi fa male. Gli altri dolori, quell’immagine che ritorna dello spazio esatto tra la palpebra e il sopracciglio mentre dormi, il tuo sorriso di profilo mentre fingo di dormire io: quelli sono dolori da poco, che ho superato tante volte e lo farò ancora. Ma io avevo fatto tra me e me la promessa che ti avrei salvato, che ti avrei fatto rientrare dentro la vita a cui parevi arreso. Ho creduto di fare tante cose per farti del bene, invece forse le facevo per fare del bene a me, per farti diventare come credevo dovessi essere.

Tu lavoravi sulle mie ferite e le mie ferite invece lavoravano per farti diventare come me. Questo non lo capivo allora, lo realizzo, all’improvviso, solo ora, mentre sei un colore che si stinge all’orizzonte. Ho fatto davvero tutto con il cuore, ma con un cuore ancora ingombrato e pesante. E se anche tu oggi stessi pensando queste cose, spero mi possa perdonare. Ora, mentre stai ritornando indietro, esattamente nel punto in cui ti avevo trovato, dove finiva la tua strada ed iniziava la mia. Dove ti eri perso. In quello stesso punto tornerò anch’io ogni mattino con una preghiera, per chiedere protezione, per chiedere verità ai passi che per te verranno.

O forse non è vero, e proprio questo addio è il successo del mio passaggio nella tua vita: la consapevolezza che hai un cammino da fare, e non per forza con me. Allora quello di oggi non è un addio. Oggi non si celebra un allontanamento: si celebra una doppia guarigione. La mia e la tua. Un più alto colore dell’amore.

inclusione

Kerala, India

Ieri mi è arrivata la storia di un musicista che rompe lo strumento durante un’importante esecuzione. Per un attimo si ferma tutto. Ci si attende che chieda un nuovo violino: invece lui fa segno all’orchestra di proseguire e esegue una musica meravigliosa con le corde che gli sono rimaste.

Era proprio la storia che aspettavo per definire una cosa che mi sta succedendo: credo di aver imparato ad amare le mie ferite. Ad includerle nelle mie giornate. A fare programmi che ne tengano conto. E da quando questo accade stanno molto meglio, e sto molto meglio anche io. Sta molto meglio il ginocchio lievemente incrinato. E anche il cuore, che ha smesso di mettere nel mezzo del presente le cose del passato.

Un tempo mi pareva di dover sempre attendere che le cose fossero completamente a posto prima di iniziare a fare sul serio. Ora invece so che tutto quello che c’è in questo momento è perfetto per la musica che devo suonare ora. Anche le cose fragili che mi fanno procedere un po’ di sghembo sono importanti e portano un colore unico, che non ci sarebbe senza di loro.

Chiamo questa inclusione amore, porta guarigione e rende piena la vita.

La guarigione parte dai pensieri

Giovane del Kerala, Monti Ghats

Qualche mese fa, mentre stavo correndo senza limiti, ho iniziato a sentire un dolorino nella parte interna delle ginocchia. All’inizio mi è parsa una seccatura, un ostacolo da saltare per poter continuare la mia corsa. Però più il tempo passava e più questo disagio si metteva tra me e la vita che stavo facendo. Ad un certo punto non è stato più possibile ignorarlo, e la mia mente si è messa in ascolto. In particolare l’orecchio era teso all’interno del ginocchio destro, che improvvisamente, sotto lo zoom dei pensieri, ha iniziato a peggiorare, a peggiorare, e a peggiorare. E più mi sentivo carica mentalmente, e mi infastidivo per l’impaccio fisico, più questo carico gravava sul dolore.

Poi la puntura è diventata uno scricchiolio molto evidente e seccante, quando insegnavo yoga. E poi anche lo scricchiolio è passato ed è diventato solo un dolore acido e rigido, il mio ginocchio si era trasformato in un luogo estraneo che non mi seguiva più, che non obbediva più ai miei ordini, che voleva darne di suoi. Decidendo cosa potevo fare e cosa no. Ancora non ho voluto cedere e ho cercato di fare la vita di prima, tamponando il dolore con tutori e con balsami. Ma in realtà niente era più come prima, e questa separazione dal mio corpo stava creando altre divisioni e disarmonie nelle mie giornate. Non c’è stata più altra scelta: ho dovuto rallentare, poi fermarmi. Iniziare il viaggio a ritroso. La diagnosi intanto si era fatta chiara: lesione al menisco. Soluzioni: operazione al ginocchio.

A quel punto, appena mi hanno confermato che stavo male, ho iniziato davvero a stare male. Sono precipitata in fondo a siti su casi simili, dove si finiva sempre con le stampelle ad attendere la ripresa. E più facevo incetta di questi casi d’altri che dovevano per forza raccontare anche il mio, e più il ginocchio si bloccava, doleva e faceva il malato grave. Sapevo che non era una cosa rara o grave in realtà: ma per me che faccio e insegno yoga, che  non prendo mai neppure medicine, era difficile da accettare. Intanto, però, avevo un biglietto in mano per l’India, ed era troppo tardi per cancellare. Con il mio tutore, con un kit di anti infiammatori, una serie di preghiere e speranze, mi sono dunque messa sull’aereo.

Come ho raccontato, la meta era un ashram ayurvedico, dove in generale speravo di guarire uno stato complessivo di stress, di cui il ginocchio era stata l’ultima goccia. Ma naturalmente pensavo che, come mi avevano detto all’ospedale, la prima cosa che avrei dovuto fare al rientro, sarebbe stata comunque quella di fissare la fatidica data dell’operazione. Invece lì è iniziato il viaggio vero, diverso da quello dell’immaginazione. E per prima cosa ho visto con una chiarezza nuova che prima del danno nel corpo il danno era stato nella mente. Lì mi sono caricata di pensieri pesanti, e al corpo non è rimasta altra scelta che di manifestarli. E che se volevo guarire, dovevo cambiare quei pensieri.  

Quello che è successo durante le cure l’ho raccontato in altri pezzi, qui, mentre lo vivevo. Ma quanto questo viaggio interiore fosse la vera cura l’ho constatato poi al ritorno. Sono andata all’ospedale e la dottoressa stentava a credere al mio ginocchio ritornato mobile e felice. Certo, sempre con la piccola lesione al menisco, ma con un’armonia nuova che includeva anche questo piccolo urlo del mio corpo dentro al mio nuovo stile di vita. Più calmo, più attento ad ogni passo ed ad ogni gesto. “Per ora non si opera. Aspettiamo ancora tre mesi e vediamo se continua a migliorare, se un po’ alla volta la natura ripristina da sola, limando e adattando, un equilibrio”. Mi ha detto l’ortopedica, al congedo.

Ora non sono più quella che ero, quella che andava di corsa e costringeva il corpo a starle dietro. Sono comunque una persona che, prima di muoversi, deve consultarsi anche con le proprie ginocchia. Ma, da quando sono dentro ai miei programmi, non vivo più questo come un ostacolo. Ma come un messaggio disperato che era arrivato fino a me, per farmi rallentare. Ho capito che è un discorso tra me e loro, che non può finire sui siti medici e i rimedi generali. Ed anzi proprio quella piccola puntura, che a volte si fa sentire più forte, ora la tengo molto cara: come una bussola per comprendere se sto procedendo con amore e con rispetto per me stessa.

La luce che è nata

Payyambalam beach, Kannur

Ti chiedo scusa se oggi, per un momento, avrei voluto dimenticare quello che ho imparato, quello che mi hai insegnato. Se avrei voluto cedere semplicemente alla nostalgia. A memorie di sole, di mare, di balconi aperti alle palme, e al vento, e all’infinito. A parole in cui mi sono sentita a casa. Al nostro modo di sorridere dentro un mondo inventato. Cedere persino a più luce di quella che c’è stata. Di appoggiarmi a te, di pensare che sia quel tuo lontano il luogo in cui riposare quando la vita qui è al freddo e al buio.

Credevo infatti che fossero ancora fissi lì, sulla tua fronte, gli occhi che non trovo più nello specchio. E’ un fenomeno strano che mi capita in certi istanti di grazia: il marrone se ne va dalle pupille e lascia emergere un bulbo quasi trasparente, che sembra sporgere direttamente dall’origine di ogni luce. Credevo anche che fosse ancora lì, con te, la parte del mio cuore che ora è calma, aperta, fiorita. Con te anche la pace del sonno, la morbidezza dei risvegli. La lentezza dei gesti che seguono ogni dettaglio del giorno.

E allora ti ho cercato, per sapere se anche una parte di te era rimasta seduta sotto l’ombra del grande albero, dove mi aspettavi mentre io entravo nel mare. Per fortuna che tu hai capito subito quello che stava accadendo e mi hai ricordato la libertà che ci siamo regalati. Così ho ritratto la presa, sono tornata a me, e ho visto che non si spegneva il trasparente dagli occhi. Che non è qualcosa o qualcuno a intingerlo di luce, ma lo scorrere della vita stessa, quando in me c’è fiducia, apertura, amore abbastanza per stare con tutto ciò che mi porta. E per sapere che il flusso delle cose buone e giuste non è finito con la felicità che c’è stata.

Ho ripensato allora a quell’augurio pazzo che ci siamo scambiati prima di partire. A te che imponevi le mani sui miei occhi da cui già un po’ di pupilla si era trasformata in luce, e pensavi a tutto il bene che poteva farmi crescere, e non ti mettevi tra le cose del mio futuro. Poi è stato il mio turno e anche io ho trovato più forte la voglia di cose vere, rispetto al possesso che non te le lascerebbe incontrare: “ti auguro che arrivino ogni cosa e ogni persona che compiono il tuo cammino”, ho concluso, e non è finito il mondo e non è scesa un’ombra dal cuore. Ho sentito di camminare in uno strano, perfetto equilibrio: se avessi fatto solo un passo maldestro ti avrei stretto di nuovo dentro i palmi delle mani, per non lasciarti andare.

Invece ci siamo salutati un’altra volta così, senza una data nel futuro. Perché me lo hai insegnato tu, e quella conoscenza più alta che tutti e due più di ogni altra cosa cerchiamo, che nessuno può portarti via quello che è tuo. Che in nessun modo al mondo puoi trattenere quello che tuo non è.

Diario ayurvedico 4 – esiti di libertà

Kovalam – pescatori nell’azzurro

E così si conclude oggi anche questo pezzo di cammino, anche se mi resta un po’ di vita indiana nei giorni a venire. L’incontro con l’ayurveda nella sua madre terra è stato più profondo ancora di quello che mi aspettassi. Dopo 21 giorni, il corpo di sicuro ne esce più pulito, strizzato di tutto quello che non ero io, ma questo non è nulla rispetto a quello che è accaduto all’anima. Sento che è successo qualcosa da cui non posso più tornare indietro, che ho visto paesaggi interiori e meccanismi della mente di cui non voglio più cadere vittima. Ho riletto la mia vita alla luce di un punto di vista nuovo, che ora spero mi guiderà nel futuro.

Ho sentito per la prima volta non astrattamente che quello che noi chiamiamo Io è solo una verità mascherata. E che per raggiungere il vero sé e necessario diventare osservatori del proprio corpo e ancora di più della propria mente, in modo quasi impersonale. Riconoscere i propri pensieri, le proprie emozioni, i propri sentimenti, rispettarne l’intensità, le cause che li hanno generati, ma poi anche diventare consapevoli che non siamo tutto questo chiacchierare che ci impedisce di sentire la musica del nostro silenzio, della nostra pace, della nostra gioia interiore. E che, se si arriva lì, si è veramente in salvo.

In certi momenti, quando la notte virava al rosa del mattino, mentre si risvegliavano gli uccelli esotici con canti che mi sono diventati amici, mentre il vento tra le palme portava via quello che restava dell’oscurità, per brevi istanti ho visto chiaro. Come se tutte le terapie avessero pulito i vetri della vista interiore. Per qualche pausa di grazia ho potuto distanziarmi da un’idea fissa e mentale su me stessa, e anche portare grande rispetto e amore per quella me che ha camminato finora legata ai condizionamenti della mente, spesso nati da dolori molto antichi, che forse ora sono in grado di lasciar andare.

Si tratta ancora una volta di un problema di libertà. Quando si deve decidere cosa di noi va cresciuto e da cosa invece è bene preparare il distacco, la domanda che dovremmo farci è infatti sempre la stessa: tutto ciò mi avvicina o mi allontana dalla libertà? E se ci accorgiamo che ci sono in noi tracciati che pensiamo di governare ma che invece tirano i nostri fili come burattini, allora bisogna prepararsi al taglio. Se è la vera libertà quella che cerchiamo in questa attraversata di vita. Se è, infine, la verità, la cosa che desideriamo più di ogni altra cosa.

Quanto a me, voglio provarci a smettere vecchi spaventi, vecchie definizioni, cambiare occhi e parole quando mi penso, provarci anche a non tendermi più per resistere alla vita: ad arrendermi, ma con fiducia e verso l’alto, al suo abbraccio perfetto.

Diario ayurvedico 3 – strati di sé (verso il centro)

Mar Arabico, Trivandrum


Sono arrivata in Kerala con la mente sovraccarica di pensieri, ora me ne rendo proprio conto. Come una foresta fitta fitta, che crea una copertura alla luce, e a cui ad un certo punto ti abitui e credi sia tutta la luce possibile. E ora quello che sta accadendo, un poco al giorno, è che il lavoro sul corpo, sta in realtà ripulendo la mente. Panchakarma si chiama la sequenza delle 5 fasi di purificazione con cui l’ayurveda elimina il disequilibrio e le tossine, per riportare a galla la vera natura.

Ma questo si traduce anche in un viaggio profondissimo dentro gli strati di sé, sotto alle coperte della mente, fino al punto più dolente dell’essere, quello che fa da centro a tutte le abitudini, le strategie, le posture distorte, con cui hai adattato il tuo dolore al mondo, per stare in piedi. E che ha creato in questo modo quasi un altro sé, che finiamo per prendere per vero. Disinnescare il meccanismo non è semplice: richiede la volontà ferma di guardare in faccia ogni cosa che voglia emergere, metterla alla prova del giorno per vedere se regga, o se si tratti di un altro strato di illusione da dissolvere per andare ancora più a fondo.

Così, appena arrivata qui, mi tormentavano dei pensieri ronzanti, come degli insetti che impedivano la chiarezza della visione e la possibilità di darmi un punto di vista diverso, ma erano solo fumo appoggiato sul groviglio cresciuto intorno alla mia verità, ho capito. Ripulendomi, ho incontrato infatti varie altre famiglie di pensieri, a varie profondità. E mi pare di aver capito che la geografia della mente sia più o meno fatta così: ci sono in superficie questi pensieri molesti, che sono rabbie, rancori, perdoni non completati, frustrazioni per il fatto di sentire sbilanciata la giustizia a nostro sfavore in qualche cosa, e sono spesso dovuti a fatti recenti, o meglio agli esiti più vicini del modo in cui si è costruita la nostra visione del mondo. E determinano il nostro umore e il colore dei nostri giorni.

Accanto a questi, con radici più lunghe che si aggrappano anche alla salute, ci sono i pensieri sul futuro e sul passato. I primi sono essenzialmente legati all’ansia, ovvero alle insicurezze dell’ignoto. Al tentativo di controllarlo, alle contrazioni della paura che cerca di trattenere quello che conosce già e fa stringere il morso sul già stato. Gli altri, più a fondo, sono i pensieri nati dai traumi vissuti, per lo più legati ad un’energia bassa, depressa, che ci mette delle idee fisse su come vadano inevitabilmente le cose, e quindi agiscono anche sui primi. Questi dolori sono identificati con fatti, memorie, persone della nostra esperienza in questa vita, ma, quando vengono a galla, senti spesso che il dolore e i volti dei ricordi non collimano più, e non bastano più a riempire quell’emozione incisa nei nervi.

Se riesci a tenere la rotta, perché a questo punto tutto inizia a fare male, avvicinandosi le stanze vere del dolore, arriva infatti anche la sensazione forte che quella sofferenza fosse già in te, e che semplicemente in questo attraversamento del mondo hai creato le situazioni e hai attirato le persone per riviverla, forse per chiuderla, ma non sempre ce l’hai fatta, soprattutto quando sei arrivata alle matrici del tuo sentire, o alla ferita madre, che ha originato poi tutto. Poiché il suo contatto brucia e potresti sempre restare folgorata. Ma è solo lì che può avvenire la vera guarigione, che può iniziare un’altra vita: la tua vera vita.

Proprio questo è ciò che succede ora, un po’ alla volta, se non cedi. E questo è ciò che sto sperimentando, mentre dall’ampolla penzola sopra la mia testa e cola il liquido medicato sulla mia fronte. Negli ultimi giorni, un po’ alla volta ho sentito dissolversi, strato dopo strato, molta illusione. Come uno svaporare che libera il cielo.  Quello che però non prevedevo era di trovarmi ad un certo punto dentro una stanza di tristezza profondissima, che a fatica potevo tollerare. Non pensavo neppure che una tale tristezza ci fosse in me. E più volte sono crollata in ginocchio, chiedendo la clemenza della morbidezza, chiedendo una tregua, di poter fuggire. Ma non era più possibile, ormai ero faccia a faccia con il mio dolore originale.

Altre volte gli ero arrivata vicina, ma alla fine avevo implorato una gioia per poterlo tollerare e si era allontanato. E allora avevo dato credito agli strati più affrontabili: a tutta la commedia di stanchezza, di resistenza, di coraggio che avevo messo in piedi come idea di me, e che invece nasceva dal nucleo dolente, come sua conseguenza. Questa volta, allora, non voglio perdere l’occasione: voglio andare fino in fondo, disinnescarlo, cercare di capire chi sono io senza i condizionamenti che da questa radice si sono diramati. In visione mi appare sempre la stessa scena: ad un certo punto prendo le mie cose e devo scappare. Perché sono stata cacciata, perché non mi hanno voluta. Lì mi morde una contrazione al cuore fortissima. Una voce da implorazione. E divento debole e mendico sicurezze a chi mi vive intorno, indebolendomi ancora di più.

Una mattina, il peso sul petto si era fatto così forte che ho compreso di avere un solo modo per sostenerlo: diventare solo corpo. Il corpo e il respiro che avveniva dentro. Lasciar andare ogni altro controllo. E come spesso fa con me, la verità mi prende per stanchezza: finalmente ho pianto. Poi ho finalmente disteso anche i nervi e ho riposato, e sono riemersa alle mie parti più luminose. Ora so che dentro di me c’è anche questo urlo. Che richiede la cura dell’amore, dell’attenzione. Che l’adulto che è cresciuto a lato di quella ferita, dovrà un po’ alla volta accogliere, abbracciare, finire di attraversare il tunnel. Di là c’è la luce e tutta la mia vita, quella che forse non ho ancora mai vissuto.

Intanto sono fioriti alcuni dei semi gettati in quei momenti disperati: avevo chiesto un regalo al cielo, un segno che non ero abbandonata. E’ stato così che per caso, se il caso esistesse, il giorno dopo ero tra le braccia di Amma, uno dei più grandi canali viventi dell’amore incondizionato, che è la terra a cui far approdare al suo termine ogni soffrire. Il resto lascerò che sia. Ora la pelle è finalmente distesa, aperta, può attraversarla la vita.

Diario ayurvedico 2 – Un indovino mi disse

Visioni naturali, Kerala

Oggi ho salito una rampa di scale sopra la mia camera nell’ashram e si è aperto questo spazio di vento, di sole, di vastità. Ho sentito che la mia guarigione inizierà da qui. “Julia, no operation, I promise”, mi ripete ogni giorno Lakshmi, un’indiana piccola e rotonda, che ha un viso fatto quasi solo di sorriso, mentre mi spalma olio lungo le gambe e bisbiglia parole in sanscrito dentro il mio ginocchio. Lakshmi significa fortuna, e ho deciso di crederle. Di fidarmi. Ho deciso che fiducia e buoni pensieri non potranno far fallire le sue cure.

Ogni tanto lo prendo anche io tra le mani il mio ginocchio, e mi scuso con lui per averlo costretto a sorreggere pensieri troppo pesanti. Perché sono certa che è stato proprio così. Ad un certo punto ho talmente riempito la mia mente di affermazioni di fatica, di paure di non farcela a fare tutto, di fretta, di abitudini a prendermi anche carichi di altri, di illusione, anche, che nessuno mi possa aiutare incondizionatamente, che la parola ‘sovraccarico’ ha dovuto manifestarsi dentro il mio corpo, spezzettando qualche cosa all’interno del ginocchio destro. E ora sono qui a curare quei pensieri, innanzi tutto, per riavere così di nuovo la salute.

Questo processo di sfiducia è iniziato circa 15 anni fa, lo ricordo bene. Me ne andavo da un luogo in cui mi ero lasciata riposare, mi ero aperta e affidata. Tutta la vita dentro un’auto, uno zaino. Sull’altro sedile il mio amato cane Artù. Ripartivo da lì. C’era una lezione importante da imparare: tutto quel che ci serve è dentro di noi, e non si trova mai appoggiandosi a qualcuno. Ma in qualche modo mentre la mia anima cercava di espandersi nel nuovo insegnamento, un’altra parte di me si contraeva. Stringere i denti, fare tutto da sola, resistere. Questo mi ripetevo mentre procedevo solo avanti, senza sapere dove dovevo arrivare.

Questo pensiero ha creato un solco, che è diventato un’abitudine, che ho creduto di essere io. In fondo alla pianta di questa prova di resistenza ci sono tante radici. Parole come ‘abbandono’, ‘dolore’, ‘paura di affidarsi ancora’, ‘nessuno si può prendere cura di me’, ‘se non sono la più brava non mi amano’. Resistenza in cose piccole e in cose grandi, che si raccolgono nell’idea di non poter mai ricevere un regalo non meritato con fatiche, anche se tantissime volte la vita ha dimostrato di volermene dare a mani piene, ed è pure riuscita spesso a consegnarmeli, quando ero abbastanza distratta da non opporle il mio coraggio a denti stretti. In questa parte del cammino, ho conosciuto la mia forza, ho imparato tante cose di cui sono grata: ma ora è tempo di andare oltre. Di riaprirsi alla fiducia.

“Entusiasmo, forza di volontà, determinazione”, indicava con un dito magro, rigato da pelle divenuta antica, un astrologo vedico che ho incontrato qui, mentre tracciava la mia mappa. In India l’astrologia, la ‘jotisha’, è una scienza pratica, una delle scienze contenute nei Veda: racconta il punto da cui ripartiamo in questa incarnazione, ovvero quello in cui avevamo lasciato il mondo materiale nell’ultima vita. Lì ci sono, nei pianeti, nei cicli che attraverseremo, nei doni che abbiamo coltivato in passato e nelle sfide che abbiamo lasciato in sospeso, le tracce per capire come fare buon uso del nostro cammino. “Ma di tutti i talenti che ti sono stati dati puoi fare due usi: sollevarli o farti precipitare. Questa è la battaglia della vita”, mi spiegava, cercando di invitarmi a non rimproverarmi troppo se mi ero sfinita, si trattava, per lui, solo di cambiare la polarità a quell’energia e farne un altrettanto grande servizio: “E ti dico che ce la farai”.

E questo credo sia proprio quello che tutti qui siamo venuti a fare: conoscerci, capire quali sono le tonalità irripetibili che l’universo ha donato ad ognuno, per poi espanderle, sollevarle, usarle per crescere la luce nel mondo. E non abbatterci se spesso negli stessi punti di noi da cui può salire la gioia e il compimento possa aprirsi anche il precipizio in cui cadere, lo sconforto che ci fa augurare di essere diversi da noi, uguali ad altri. E’ perché proprio lì il Cielo ha premuto forte le sue impronte che i nostri punti di forza sono anche le nostre possibili debolezze. Dipende dal verso in cui li indirizziamo: verso l’alto o verso il basso. Quanto a me, ho deciso di volere bene a tutto quello che ora duole, di volerne anche a me, di perdonarmi: ho fatto solo il meglio che ho potuto, per quello che sapevo allora. E nulla andrà perduto, nel grande viaggio di conoscenza che è la vita.

Diario ayurvedico, 1 – esercizi di fiducia

Esercizi di devozione

Eccomi in un’India ancora nuova, e anche in nuovi luoghi di me. È stato quest’estate, in un giorno che ricordo con dettagli, che mi è nato dentro un sì pieno, l’assenso per un regalo di cure, di tempo lungo, di silenzio, nel Paese dove l’anima respira e ritorna a casa. Ero stanchissima. Sdraiarmi a riposare non bastava: tra le costole c’era come un rompersi di ghiacci che ferivano i punti molli tra le tensioni su cui stavo resistendo. Serviva quello che non avevo ancora mai fatto: prendermi veramente e profondamente cura di me.

E non è stata vera bontà quella che ho usato finora, mettendo sempre gli altri davanti, ho capito ora con chiarezza. Prima aprendo le sorgenti della compassione nei luoghi più dolenti del mondo, come reporter, poi praticandola come una sterzata per non guardare dritto: aiutare gli altri per dare voce a tutto quello che doleva in me. Come un grido di aiuto, che è diventato una cattiva abitudine fino a sfinirmi. Quindi era tempo di fare il punto, di estirpare queste radici sofferenti, perché solo così possono esserci nuovi passi di un bene fatto meglio.

Sono anzi ora davvero convinta che bisogna arrivare a questo, se si vuole seminare intorno vera bellezza: crescere in sé così tanto amore, così tanta luce, da sprigionarli e liberarli poi naturalmente anche per molti altri. E fino a quel momento il bene più grande che possiamo fare per curare il mondo è quello di migliorare noi stessi, di accendere in noi la luce della consapevolezza e metterla come una lanterna a disposizione di chi riesca a vederla e la stia cercando. Questa è la vera pace che possiamo portare qui tra gli uomini. Il resto del male non è purtroppo nelle nostre mani.

Così sono arrivata qui, in un piccolo ashram nella punta meridionale del Kerala, in un ritiro in mezzo ad una distesa di palme e di erbe mediche che si affaccia da lontano sul Mar Arabico. Il vento diffonde tra le foglie schegge di sole e profumi che riconosci con nuovi sensi. Insieme a pochissime altre persone, riunite qui da tutto il mondo, ciascuna con la propria storia, ci svegliamo alle 5 del mattino per sederci in silenzio 45 minuti davanti ad un antico maestro di yoga. Poi iniziamo la sessione di mantra, di meditazione, di asana, di respirazione, per sdraiarci infine e vedere quello che è venuto fuori dal corpo, e lasciarlo un po’ alla volta andare.

Per pochi minuti scambiamo qualche parola davanti ad una colazione fatta di sapori esotici, preparati con lentezza, prima di ritornare nelle nostre camere ed attendere di essere chiamati per i trattamenti di Ayurveda, l’antica scienza della longevità indiana, già documentata nelle scritture dei Veda 5000 anni fa. Secondo questa tradizione medica, ciascuno viene al mondo con una natura, o ‘dosha’, e ogni volta che la tradiamo, andiamo fuori equilibrio e così si manifesta quella che chiamiamo malattia. Questo non significa non cambiare, non muoversi da uno stato di partenza: ma bisogna farlo seguendo il binario in cui è giusto per ognuno scorrere.

Perciò curarsi significa anche ritrovarsi, capire come ferite passate, di questa e di altre vite, si siano insinuate in noi fino a diventare un’altra versione di noi che ci costringe a comportarci come dei burattini. Ogni malattia è dunque un messaggio d’amore che il nostro corpo ci sta inviando per farci ritrovare la strada. Ed è molto importante fidarsi, tra noi tutti qui, accoglierci nei momenti alti e in quelli bassi, perché verrà fuori prima o poi, se il cammino è sincero, il volto nudo della nostra anima, e anche gli scarti di cui ci stiamo liberando.

Infatti ogni giorno, poco prima che il sole diventi una palla di fuoco che affonda lentamente nel mare, ciascuno ha avuto dal mattino l’occasione di togliersi uno strato, un velo che copre la bellezza di cui tutti siamo fatti dentro. E qualche volta è più facile, qualche volta è più difficile strapparlo di dosso, e succede che dentro l’olio che scende dal corpo, tra i fluidi medicati con cui i terapeuti colpiscono alcuni punti energetici del nostro essere sottile, scendano anche molte lacrime, che non sentiamo neppure più di dover nascondere. Ma non è sempre facile, a volte il buio ha la meglio e prima di essere scoperto ha un ultimo ruggito di forza.

Appena arrivata, dopo una lunga attraversata in aereo, dentro un mondo ancora veloce e che mi pareva così indifferente a tutto quello che sarei venuta ad affrontare, un giovane uomo indiano dalle labbra carnose mi ha accolto e mi ha spiegato le regole dell’ashram, mi ha invitato ad indossare un camicione e mi ha messo sotto le mani dolci di Lakshmi, una piccola donna con delle dita magiche che vedono sotto la pelle. Quindi c’è stato l’incontro con il dottore senior, che ogni sera monitora i nostri progressi. Un signore apparentemente distratto che gode in realtà di grande fama, di cui non si prevedono mai i pensieri e le prescrizioni che nasceranno sotto i baffi brizzolati.

Ma a quel primo incontro ero arrivata molto stanca, con una notte di sonno persa tra i continenti, e avrei voluto che lui capisse anche quello che non dicevo. Che mi prendesse tra le braccia e mi dicesse che comprendeva benissimo quanto avessi lottato e quanto fosse stata dura arrivare a quella lista di cose inceppate del mio corpo che gli stavo enumerando. Che il mio ginocchio si era rotto dentro perché mi ero messa troppi pesi sulle spalle e che lui li avrebbe sollevati. Che dentro la mia pancia continuavano a crescere pezzi non sani di carne perché lì erano andati a morire tutti i pensieri disperati che avevo avuto quando mi avevano rotto il cuore. Invece compilava una cartella e taceva.

Più tardi, davanti alla prima notte di questo viaggio, cercando una quiete che non trovavo sul letto grande, in mezzo a rumori nuovi, ci sono cascata e ho ritirato la fiducia. Ho pensato che non mi avrebbero decodificato e che avrei dovuto dirgli meglio e dirlo io di cosa avevo bisogno. Che forse avevo sbagliato tutto e che stavo sprecando l’unico tempo libero che avevo. Per fortuna dal fondo delle lacrime è venuto a galla il primo specchio in cui guardarmi: ho capito che uno dei problemi da curare qui è proprio questa mia difficoltà a mettermi nelle mani di qualcuno, a farmi aiutare, accettare un supporto. Ed è certo una delle radici di tanta stanchezza. Non importa neppure perché questo cammino teso sia iniziato e chi mi abbia deluso quando era rimasta l’unica strada possibile. Ormai è passato e non posso più andare avanti così. Il mio corpo sta gridando per farmelo capire.

Mi sono ritrovata in ginocchio con la testa tra le mani, a sorridere con il cielo che si era fatto scuro e pieno di stelle, per questa incapacità di lasciarmi andare. Per la presunzione e la cecità che non mi permettono di vedere che ogni persona e ogni situazione non sono altro che le braccia con cui Dio cerca di prendersi cura di me, se glielo permetto, e che non affidarmi ai suoi strumenti significa alla fine non fidarmi di Lui. Vivere anche il sentiero verso il Cielo come una  prova  che devo compiere da sola, ancora a  denti stretti, anziché come un viaggio in cui sono accompagnata ad ogni passo.  A quel punto anche la notte è diventata più leggera e avvolgente e mi ha accolto nel sonno.

E oggi, mentre da una grande ampolla un flusso continuo di latte ed erbe mediche scorreva sulla fronte, ho sentito che tanti pensieri venivano cancellati, come vecchi software di cui ero prigioniera e che limitavano l’ampiezza dello sguardo. Al termine del trattamento ho rimesso il mio camicione e sono entrata nella stanza come una bambina carica di una nuova innocenza. Non la bambina che sono stata, che era sempre gioiosa perché non aveva ancora mai conosciuto il male. Una bambina diversa, che viene dopo quel male. Perché non ha più bisogno di trattenerlo.