Messaggi da lontano

Messaggi da lontano

Ad un certo punto ieri ho pensato di non farcela, di non reggere il tuo peso appoggiato sul cuore. Ho avuto paura che mi schiacciassi il respiro, che non potesse più scorrere quieto il sentire. Ho desiderato di liberarmi di te, di liberarmi di tutto, di camminare leggera, con la mia vita che già spesso mi sovrasta.

Ma è stato solo un attimo, solo un silenzio mentre ti scrivevo, mentre ti attendevo. Poi ti ho risaputo. Ho rivisto la fantasia della vita, il ponte che unisce due vite straniere. E l’amicizia più vera: quella che non possiede, che non desidera, che cresce aiutando a crescere. Così siamo noi, amico lontano.

 

LETTERE A FRANCESCA

Lettere a Francesca

A tutti coloro che vedono
creature fantastiche nelle nuvole,
fiori che volano, nelle ali delle farfalle

L’idea di questo piccolo libro è nata all’improvviso, a Londra, un giorno di settembre. Avevo accompagnato la mia nipotina, allora di 5 anni, al suo primo giorno di scuola. Avevamo attraversato insieme i ponti e i prati di un quartiere a sud della città: lei dentro la sua divisa a quadretti rossi, io dentro l’imbarazzo del mondo troppo adulto che avevo abitato da sempre. Ad un certo punto il suo nome era stato chiamato da una voce forte dentro un megafono, ed era sparita in una fila di bambini che salivano le scale.

Dietro l’ultima vetrata in cui l’avevo vista, prima che prendesse una svolta dell’infanzia, aveva alzato la mano insieme a tutti gli altri. Con il contatto dell’aria tra i palmi forse volevano portare nell’ignoto un pezzetto delle madri. Francesca non sapeva se doveva salutare anche lei, che aveva una zia a cercarla con gli occhi nel mucchietto di corpi. Era rimasta un po’ con il braccio alzato e fermo. Poi mi ha mirato con lo sguardo, ha sventolato tutte le dita a sinistra e a destra, per non essere diversa, sorridendo con la bocca, ma con gli occhi ancora incerti. Quindi la fila l’ha portata via. Quando sono ritornata nell’aula per riprenderla era un’altra. Qualcosa era finito per sempre.

Quel giorno ho capito in quanti istanti casuali dell’infanzia si consuma la nostra innocenza. Ho sentito il dolore e il coraggio che richiede diventare adulti. Ho avuto voglia di proteggerla, di attraversare io le sue sfide, e non si può.
Allora le ho dedicato un libro. A lei e a tutti i bambini che vivono ancora, inascoltati, feriti, con gioie e speranze e favole che attendono di venire a galla, dentro ognuno di noi.

L’ho scritto anche per me bambina, per quello che succedeva e non capivo mentre diventavo la donna che sono. Avessi avuto l’esperienza che ho oggi, a quella bambina avrei detto queste parole.

incontro al termine della notte

liberazione

No, non potevamo incontrarci prima. Dovevamo fare ancora un pezzo di viaggio nella notte. Dovevamo assicurarci di non aggrapparci l’un l’altra con le sporgenze del dolore. Di diventare canali aperti, dove si sciacqua la vita, senza far cadere le stoviglie del cuore.

Ci avevamo già provato di fretta, sperando di ingannare in velocità il destino. Che non si accorgesse che avevamo paura di aspettare, di perderci, di essere scoperti a tremare. Per un attimo avevamo sperato che ci venisse scontata la polvere che restava negli angoli del passato. Ma non era così, non per noi.

E siamo caduti, rotolati ai due lati opposti del monte che stavamo risalendo per trovarci, a pochi metri della cima. Io aggrovigliata alle mie pene, alle preghiere con cui ti imploravo di dissolverle, che non ne portassi di nuove. Tu parlando a voce alta un coraggio che non copriva il bisbiglio della disistima, con cui ti eri cancellato alla vita.

Da allora io ho fatto il mio viaggio ai due lati del cuore, l’ho attraversato tutto, dalla pioggia al sole. E ho capito che non sarà mai qualcuno o qualcosa a riparare quello che ha rotto il passato: ora guarire potrà solo essere un vivere con la porta aperta, tenendomi alla maniglia interna, senza più lo spavento che possa entrare il male.

Tu il tuo viaggio lo stai facendo ora. Sul sedile di un treno che ha finestrini sul buio con le stelle. Una strada a ritroso, da dove sei scappato. Dove ci sono persone con le vite che ci si aspettava, a cui non senti più di dover dare giustificazione della tua, adesso che ne sai il valore.

Alla fine della tua notte e della mia inizierà un nuovo giorno. La vita è così: ti rimette sulle strade senza uscita in cui ti eri perso, finché trovi il varco, ti liberi dalle tue catene.

 

Ama il prossimo come te stesso

girasoli, in viaggio
Tratta il prossimo come te stesso, se hai imparato ad amarti, se hai compreso di essere una goccia dell’oceano divino: e che lo è ogni altro, ogni cosa, con te. Comportati con gli altri come faresti con Dio – il Cielo, la Primavera, non importa come lo chiami, come lo preghi – e poi non attaccarti alle risposte, alle reazioni del mondo: sono solo onde sulla pelle della vita, e non possono in nulla toccare la tua luce. La tua storia d’amore con l’infinito.

pensieri tersi 2

Monte Subasio, Assisi

Sono serviti tutti questi giorni per riuscire a sgretolare la scorza dei pensieri. Erano diventati un abito così stretto, così spesso, che respiravo a fatica. E anche tutto il corpo era in sofferenza. Ho dovuto addolcirli, rassicurarli, ammorbidirli. E un po’ alla volta hanno ceduto, hanno allargato le maglie, dalle fessure sta iniziando a risplendere l’anima.

Mi è sempre più chiaro che tutto quello che chiamiamo “Io” sono in realtà pensieri. Sono le nostre preferenze, le nostre simpatie. Sono le nostre memorie passate. Sono le proiezioni e i desideri per il futuro. Sono le identificazioni del presente: sono una moglie, una madre, una figlia. Sono una giornalista, un’insegnante, una viaggiatrice.

Stiamo aggrappati a queste forme per paura di scomparire. Affolliamo il nostro tempo e il nostro spazio, per timore di quello che potrebbe apparire nel silenzio, nel vuoto. Eppure non abbiamo altro da fare nella vita che riuscire un po’ alla volta a liberarci di questi confini. Come una bolla di sapone, a far scoppiare la pellicola, per far uscire lo spazio che c’è dentro.

Ecco, questo a tratti, nella convivenza intima con la natura, nell’esposizione alle sue leggi di luce e buio, sto iniziando ora a sperimentare: che la mia vera essenza può manifestarsi solo quando mi sono almeno un po’ svestita di questa coperta di pensieri. Quando sento il respiro battere in uno spazio sconfinato che cresce dal centro spostando i limiti delle forme fino a dissolverle.

Allora lì divento pura esistenza, e intuisco che non c’è nessuna differenza in questo spazio dentro di me e dentro tutto ciò che esiste. E lì regnano pace e pienezza. E vedo bene dove inizia tutto quel che stringeva, che mi preoccupava, che difendevo, che avevo paura di perdere: ma da quel centro non può più nulla, e nulla mi può più perdere. Lì non sono più “Io”.

Così ritorno in forze nella vita, facendo l’occhiolino alla commedia in corso, facendo al meglio la mia parte, ma con gli occhi rivolti al paesaggio più grande, interiore, della verità.

 

 

 

pienezza

papaveri giugno

Mi chiedevo al risveglio cosa rendesse questo momento il momento pieno che è. E l’ho capito. Capisco infatti quando sono davvero dentro di me, quella che sono veramente, se intorno a me appaiono persone che nel tempo ho chiamato ‘interlocutori’. Persone con cui posso solo essere, con cui non devo cambiare nulla. Mettere nulla a posto, in posa.

Lo capisco dalla libertà con cui ci si incontra. Dalle poche parole necessarie a capirsi. Da come ogni giorno diventi un giorno di crescita. Magari con impegno, ma mai con pesantezza. Riconosco le mie persone da come riesco a riderci insieme. Ad essere leggera senza paura di perdere profondità. E queste persone arrivano quando questo patto di verità, di libertà, lo mantengo innanzi tutto con me stessa.

E quando invece sento qualcosa di sbagliato con qualcuno, qualcosa che non scorre: è perché effettivamente c’è qualcosa di sbagliato, qualcosa di non mio.

Non serve neppure stabilire di chi sia la colpa e tanto meno auto-processarmi, perché dovrei volere il bene di tutti: serve prenderne atto e capire che non è tutto il mondo sbagliato, e neppure sono un’anima incompresa: sono solo in un angolo non giusto del mondo per me, e quindi forse in un momento di non armonia con me stessa.

Va ristabilito allora l’ordine dentro di me, non fuori. E questo non esclude per nulla di continuare a irradiare bene a tutti.

 

 

 

 

 

Lezioni d’amore

rose di giugno

Lo so, l’ho capito che sei arrivato ora, per insegnarmi una forma più alta dell’amore. Quella che davvero guarirà il mio cuore.

Vedi, per tanto tempo mi ero immaginata come sarebbe stato. Mi ero creata dei sogni su misura che avrebbero invertito il dolore che c’è stato, che avrebbero chiuso per sempre i buchi del passato. Ci credo profondamente: di qui bisogna andarsene con più parti possibili riparate. Che poi non c’è più tempo, e si deve ritornare, chissà tra quanto, ricominciare daccapo.

Ma pensavo che il male trasmutato in bene fosse un regalo con il fiocco da scartare. Invece questa sarebbe stata un’altra resa, un finto luogo di riposo. E mi è chiesto di più: di trasformare i tagli del dolore non di chiuderli. Di farli diventare strade aperte, dove possa scorrere libera la vita. Lì, in questo mondo fluido, mi stai portando un poco al giorno. Strappando parti piccolissime di quei lembi che hanno patito. Non consolandoli o avendone pietà.

Di là di questi strappi ci sono luoghi in cui si arriva senza mappe, solo per la voglia di conoscere, di camminare. E lì tu mi chiedi di non aver paura. Di non chiederti di rassicurarmi, di non farlo io con te. Di non darti appuntamento, di non chiedertelo. Eppure, senza essercelo detto, ogni sera ci troviamo nello stesso posto, alla stessa ora, a stupirci che sia successo ancora.

Mi chiedi di imparare ogni volta un amore fresco di giornata, che non cerchi giustificazioni nelle ferite andate, e che non voglia fissare date future. Che non sia un appendiabiti a cui attaccare la propria pena. Che sia il presente della gioia, che faccia di ogni istante un’alba, senza fermare i passi che verranno. Ogni possibile passo, anche quelli in cui potremmo perderci, andare lontano.

All’inizio non capivo, ti chiedevo di non aggiungere male al male. Ora comincio a farlo: so che si tratta di guardare davvero in faccia la vita. Di fidarsi. Che nessuno ti può portare via quello che è tuo, e nessuno può darti quello che tuo non è. E questo deve bastare e non serve scriverlo in alcun contratto. Si tratta solo di essere, di fare di ogni respiro un momento pieno di verità.

Una sola cosa mi hai detto dal primo momento: che mi avresti insegnato a riposare. Mi chiedevo perché queste parole, quando avremmo potuto rinnovare la passione, quando avremmo potuto stringere insieme le nostre vite. Ora so che questo amore alto è in realtà il riposo più vero. E tutto il tenersi, l’aggrapparsi, l’appoggiarsi paiono dare requie, ma sono la radice di dolore e delusioni a venire.

Così, da quando non ho più paura di perderti, per la prima volta ho iniziato a dormire. E se un giorno non ci dovessimo trovare, se una sera arrivassi ancora al solito posto alla solita ora e tu non ci fossi, non sarebbe più la fine: perché in questo luogo si arriva per festeggiare un amore che si è trovato, non per chiederne, non per mendicare quello che un altro può portare.

Saprei che sei felice dove sei. Imparerei ad esserlo anche io. Accadrà forse quando non riusciremo più a ridere insieme, a riconoscerci, da lontano, vicinissimi. E sarebbe l’inizio di una nuova verità. Che verità sia, sempre.

risveglio

Subasio, Assisi

Constato sempre più che fare del bene produce nuovo bene. E restituisce del bene. Non importa se nessuno l’ha visto, se nessuno lo sa. Se il seme dovrà restare per tanto tempo sotto la terra, se per lunghe stagioni ti faranno credere di essere dalla parte del torto: quel seme sta attendendo il momento giusto per germogliare, per crescere. Ma non ci sono dubbi che questo avverrà, è una legge spirituale: quello che semini raccogli.

E se avrai tenuto duro, se non avrai ceduto nonostante tutto andasse in direzione contraria, un giorno ti giri e vedi che la tua vita è circondata da un prato di fiori meravigliosi, da una foresta di bellezza. Di bellezza vera.

Il racconto del passato

dissolvenze della vita

E così è arrivato anche il giorno dell’operazione. Un pezzetto di passato aveva fatto radici dentro il mio corpo, e non mi permetteva di procedere leggera. Va bene, tagliamo. Avevo detto infine alla dottoressa, mentre in testa ritornavano chiare le immagini di quando tutto questo aveva messo il seme. Il momento in cui il colpo era andato così a fondo che mi ero sentita mancare. Forse avevo dovuto creare questo contrappeso dentro di me per appoggiarmi, per non cadere. Concentrare il dolore in una piccola appendice di carne, per non farlo circolare, per non lasciarmi avvelenare.

In questi anni sono seguite tante cose iniziate in quel momento. Eppure ogni volta che il racconto ritornava lì, le parole venivano come inghiottite in un buco e finivo in una tristezza antica. Ho costruito a morsi, poi a passi determinati, poi a colpi d’ali tanta luce da allora, ma questo foro restava aperto dentro come un monito verso cui potevo ancora sempre ricadere, ripiangere, rifarmi pena ogni volta che qualcosa andava male. Ogni volta che mi pareva di essere ancora abbandonata dalla vita.

“Abbandono” è la parola che ho sventolato come una minaccia a chi mi chiedeva perché non mi potessi mai fermare, mai credere in qualcosa al di fuori di quello che c’è dentro di me, perché non potessi mai appartenere a nulla, a nessuno. E questo racconto concentrato in una parola credevo che mi sarei portata questa mattina all’ospedale. Mi chiedevo quando avrei pianto. Forse quando piegavo la camicia bianca ricamata che era stata della nonna nella borsa, forse quando chiudevo a chiave la porta di casa. Forse quando avrei salito da sola le scale del reparto.

Non ho pianto. Intorno a me c’erano tante altre donne, ognuna con la propria storia, ognuna con un colpo finito dentro la pancia in forma di un peso di carne da tagliare. Mi sono stesa sul letto. La mia compagna di stanza si chiamava Roberta, si era informata e diceva che solo un istante ci avrebbero fatto un po’ male. Poi sarebbe passato tutto. Anni di ostinazione intorno alla stessa sofferenza che se ne andavano. Roberta aveva un sorriso sottile, scompariva dentro le labbra strette. Aveva un figlio che gli chiedeva quando tornava a casa.

Hanno chiamato me per prima. Quando il ferro ha iniziato a muoversi dentro la pancia le lacrime sono uscite senza sentimento. Non era un pianto, era una forza che era cresciuta e che poteva resistere. Qualcosa in me stava stretto al respiro, al centro, alla luce che vedevo espandersi al posto del buio che era stato attaccato. Poi quel momento di male annunciato, la vita come una luce intermittente che ho riportato a riva, che ho riscelto, a cui sono tornata con una spinta leggera.

non è solo fortuna

Sul letto, poi, mentre il taglio pulsava, e l’appendice di carne era un mucchietto scuro dentro una provetta, ho capito che quel buco era solo un racconto passato, un’abitudine, ma da tanto tempo non era più il mio corpo. Da tanto tempo non ero più quella paura. Da molto non ero più in pericolo di perdere la mia verità per le cose che vengono e vanno nella vita.

Ho percepito quanto profonda si fosse fatta la libertà, la possibilità di lasciar scorrere ogni cosa, ogni incontro. Della parola “abbandono” non ho più bisogno. Ho lasciato la presa, non cerco certezze da chi entra nei miei giorni, per una stagione o per fermarsi per sempre. E’ nato un altro amore, l’amore che ama quello che c’è in ogni istante della vita.

cavaliere rosso

All’uscita mi aspettava il cavaliere rosso, l’affetto di un’amica. Nel telefono pulsavano i cuori di tante persone che facevano il tifo perché tornassi leggera in questa sera piena della luce di maggio. Ho tutto intorno l’amore che solo un cuore libero, pulito avrebbe potuto crescere.

 

 

 

le cose grandi e le cose piccole

alberi e grano, maggio

Mi è successo in questi giorni molto spesso di sentirmi tra una cosa grande e una cosa piccola. Un grande impegno che mi prende il tempo, i pensieri, le idee, e una cosa che giudicavo piccola e su cui discutevo con un amico che la viveva invece come una cosa grande. E a volte anche mi annoiava, pensavo.
Ieri però ad un certo punto la cosa grande era cresciuta al punto di darmi un senso di soffocamento. Allora sono uscita e ho iniziato a camminare. A camminare. A camminare ancora.

Ho camminato finché mi sono accorta che la cosa grande e la cosa piccola erano lo stessa cosa, o meglio che non esiste grande e piccolo: esiste solo come tu reagisci ad ogni situazione e se sei capace di utilizzarla come opportunità di crescita.

Mancare di ascolto, di rispetto, di compassione in una cosa che mi pareva mi facesse perdere tempo non era compensato dal fatto che stessi mettendo tutto il mio impegno in una cosa più visibile nel mondo.

E questa cosa grande e visibile che si era presa tirannicamente la mia vita invece andava ridimensionata. E’ una cosa né grande né piccola: è un passo della vita in cui vedere a che punto sono, come posso migliorare. Come tutte le altre.