crescere morbidezza

Questa volta è stato particolarmente duro venire via da Assisi. Non erano i soliti capricci, che mi piace la natura, che la città alla lunga mi porta fuori di me…

A colazione sentivo un tale legame d’amore con tutto quello che è cresciuto in questi anni e con le persone con cui ho condiviso i passi, che è stato un vero strappo allontanarmi. Ho capito che dopo un po’ in questi luoghi mi ammorbidisco, non vivo più con una corazza tesa per proteggermi dai colpi, per rispondere alle attese, e che solo da questa pelle più morbida può sbucare l’anima.

Un tempo vedevo persino il cammino spirituale come qualcosa che dovevo ‘fare’, un impegno in cui riuscivo anche a tendermi ancora, ora ho capito che si tratta solo di togliere, di fidarsi ed affidarsi, di aprire, che c’è già tutto dentro. Si tratta di permettere alla vita di scorrere. Di leggere i segni con cui ci guida. Ecco, questo respiro interiore non lo voglio più perdere dietro l’epidermide delle paure di una vita di fretta.

ancora sui colli

sui colli di Assisi, autunno

Da due giorni qui c’è una tempesta di vento, a volte anche tempesta e basta. Ed è un’esperienza sempre intensa mettersi nel mezzo di un bosco, tra i colli, guancia a guancia con il creato. E’ come se all’improvviso scadessero tutte le priorità che ho inseguito fino ad ora, protetta nel cemento di una città murata alla vita, o dove la vita passa dai cavi.

Mi pare di sentire la scorza e la sensibilità che hanno cresciuto gli alberi per resistere, per flettersi, e anche l’accettazione se è invece impossibile fare altro che spezzarsi. E tutti gli animali che cercano riparo, e cibo, e sono felici dentro il primo raggio di sole che vince le nuvole.

Credo che la natura sia la migliore maestra per ridimensionare la nostra tracotanza: la natura ti rimette al tuo posto, ti fa capire istantaneamente quanto sei piccola. E lo stesso che hai un’unica chance: muoverti con lei, non contro di lei. Il mondo non lo puoi cambiare, e in questo istante in tanti luoghi tanta vita sta resistendo, si sta flettendo, forse spezzando. Ma quello che puoi fare è sempre avere cura del pezzo di mondo che ti ospita, del presente che vivi, dello spazio in cui cammini e di chi lo abita con te.

Non puoi fermare una guerra, ma costruire un piccolo riparo per un fiore, un gatto, un ramo spezzato che ha ancora la vita dentro, quello lo puoi fare sempre, se impari di nuovo a vedere e a sentire. Ed è il compito più grande che abbiamo: amare quel che c’è, sentire che la vita è una, dentro ogni cosa.

visita medica 2

Forza e compassione

Lei non può comportarsi così: non viene ai controlli, non ritira i referti. Si rifiuta di prendere le medicine. Non può vivere come avesse sempre vent’anni…

Dottoressa, è proprio perché mi sono lasciata da tanto dietro i vent’anni che accolgo il mio corpo com’è, con i segni del viaggio. Non ho nessuna intenzione di averne un altro, nuovo di zecca. Di mandarlo in carrozzeria, di cambiare i pezzi.

Lo so perché ho quella ferita che sanguina e cresce dentro la pancia: è uno strappo, mi ricorda il tempo in cui non volevo sentire il suo pianto. Prima di rompersi mi ha parlato in tanti modi: è stata tristezza, è stata richiesta di rispetto, è stata implorazione d’amore.

Non ho ascoltato, non ho preso la strada a cui mi chiedeva di credere. Ho cercato di cancellare il dolore portandomi di peso da un’altra parte. Scappando, le parti più fragili si sono rotte. Non è nient’altro quello che lei oggi vede e mi indica sul suo schermo in chiaroscuri.

E cosa dovrei fare allora adesso: un’altra volta non esserci, tagliare, non attendere cosa c’è da comprendere dentro quel dolore? Sa, quello che ho imparato facendo la strada è che guardare la sofferenza negli occhi è l’unica soluzione al soffrire. Solo così respira, riposa. Si acquieta. Non cancellandola.

Ho adeguato la mia nuova vita al camminare tenendola per mano, per non dimenticarmi più della scelleratezza di non essermi accolta, abbracciata, amata abbastanza. E perché non dovrei anche avere un po’ di dolore per questo? Non voglio essere perfetta, voglio accogliere completamente le mie imperfezioni.

Oggi credo nell’esattezza della vita, e ringrazio tutti i passi e i dolori che servono per andare dalla terra al cielo. E questi, la assicuro, sono regali che non scambierei mai con i miei vent’anni.

 

 

Affidamento

Sono diventata più tollerante? No, non credo si tratti di questo. Se non me la prendo più quando la vita devia, quando qualcuno non corrisponde a quel che attendevo, o se una cosa che desideravo non può essere perché se ne presenta un’altra che non avevo immaginato, non credo sia perché accolgo anche quel che non amo, ma perché amo di più.

Perché è finalmente cresciuta in me una fiducia immensa in un ordine perfetto che sta dietro ogni cosa. Ed è quando mi oppongo al corso naturale che tutto diventa sforzo e fatica. Ma se dico invece di sì a quello che la vita apparecchia in ogni momento, allora sono leggera, e cammino sul palmo della mano dell’universo.

spiragli d’anima

Inizio d’autunno

L’autunno inizia di nascosto quest’anno. Fa convivere aria ancora estiva con la natura che si colora e segue il proprio corso. Mi sento sempre strana quando una stagione entra nell’altra. Ogni anno credo di essere pronta, invece c’è un momento in cui vorrei trattenere il lembo di vita che se ne sta andando, mettermi davanti a quello che sta per entrare, sbarrargli la strada e chiedergli di aspettare un attimo. Dirgli che non sono pronta, che mi fa disperare lasciar sempre andare via ogni cosa così, con velocità. Che ho bisogno di fermarmi: di sedermi, di pensare a cosa è successo.

Non è nostalgia. Ma le cose mi restano dentro a lungo, e solo con calma fanno venire a galla il loro senso. In questi giorni c’era dentro il petto una grande costipazione. Non riuscivo a scrivere, non riuscivo a sciogliere in significati chiari il groviglio che mi tratteneva dal sentire. Oggi all’improvviso qualcosa si è sciolto: mi sono permessa di piangere. Ho trovato sotto la calotta forte, luminosa, che ho cresciuto con tutta la determinazione che ho potuto, della tristezza che avevo dimenticato. L’avevo chiusa dentro uno spazio inaccessibile persino a me.

Sotto il rigido, il teso, il forte, questa parte oggi ha trovato un pertugio ed è uscita. Mi ha raccontato vecchie cose nuove. Mi ha fatto comprendere quanto quello che chiamiamo mondo non sia in fondo altro che l’angolo vitale in cui ci siamo rifugiati, a lato dei grumi di macerie di tutto quello che ci ha fatto male e a cui abbiamo chiuso la porta. E come sia impossibile da questa prospettiva piccola incontrare davvero qualcosa, qualcuno. Altri mondi nati da altre storie. Quanto ci illudiamo a questi piani di amare e quanto lavoro di libertà ci sia sempre ancora da fare, prima di far realmente scorrere la vita.

Ecco, per un attimo ho visto il puntino luminoso della mia anima pulsare sotto strati e strati di controllo, di sforzi e di fatiche. Chiedeva cose semplici, silenziose: chiedeva di respirare, di dargli una possibilità di essere quella che è. Anche fragile e triste a volte. Mi chiedeva di fidarmi di lei. Di lasciare la presa, di smettere di fare tutto quello che faccio per poca fiducia nella vita. Di provare di nuovo a vedere la magia che tiene insieme le cose, e che non devo fare tutto da sola. Ma, finché continuerò a farlo, non potrò mai sentire il supporto dell’universo che sa perché siamo qui, dove dobbiamo andare.

Mi sono fatta pena, credo, per questo ho pianto. Sono stata brava a fare, oggi pensavo, ma non a ricevere. Non lascio aperti spazi perché ho paura che non entri nulla. Non chiedo perché ho paura che non mi venga dato. E non mi affido perché temo che nessuno potrebbe prendersi un po’ del mio peso, quando sono stanca. Ma quello che oggi ho visto chiaro è che da soli si può arrivare solo fino ad un certo punto. E non c’è nessun eroismo in questa resistenza.

Credevo di aver fatto un pezzo di strada. Oggi mi sono rivista ancora ai piedi della montagna. Ma forse già vedere la montagna è un grande privilegio. Un nuovo punto da cui partire.

 

Morbidezza

Tramonto a Manarola

Un tempo attendevo un Grande Interlocutore. Un luogo umano esterno a me in cui ci fosse aria di casa e si potesse respirare, riposare, perché ogni parte si sarebbe sentita accolta e compresa, senza bisogno di dirsi troppo. Per fortuna ora non faccio portare a nessuno questa responsabilità o il carico di essermi traguardo.

In questo modo ho imparato ad apprezzare anche quando la vita mi mette a confronto con uno specchio di una o di alcune parti di me, senza che le altre si sentano tradite e abbandonate. E non ho il bisogno di giudicare neppure nell’altro le parti che vanno per un cammino diverso, dove non sento passare la mia strada.
La cosa bella è che così la vita ha moltiplicato le occasioni di meraviglia, e dentro è cresciuta una nuova morbidezza, una nuova capacità di amare le cose senza volerle cambiare a mio modo, semplicemente perché non le devo possedere: ma solo far scorrere dentro i giorni che restano ben tenuti al mio centro interiore.
Qualcosa così credo sia la libertà che dobbiamo dare a noi stessi, per concederla anche a tutti gli altri.

ancora sull’idea di Libertà

Pensieri di settembre

Sbaglio spesso allo stesso modo quando cerco di aiutare qualcuno. Credo dipenda dal fatto che voglio portare una persona ad un’idea di bene mio, riducendo ogni possibile mondo al mio mondo. In questo modo interrompo anche l’esperienza che l’altro stava facendo, e che forse doveva passare proprio dal dolore o da una difficoltà. E quando questo accade, prima o poi la verità interviene, anche in modo eclatante, a rompere ogni ordine, per riportare le cose al loro corso naturale.

Penso sia molto difficile aiutare davvero un altro, e per farlo bisogna avere sviscerato a fondo il significato di libertà. Ho capito ad esempio che libertà non è mettere una persona in una posizione più comoda, per farle osservare meglio la vita: è avere raggiunto un’elevazione tale da non voler nessun controllo e non nutrire nessun senso di possesso rispetto a questa persona, con cui forse uno scambio di esperienze era segnato nel destino, come un’appuntamento fissato dall’anima non si sa in quale tempo lontano.

E ho capito che per accogliere questa libertà sono necessarie due cose: coraggio e morbidezza. Coraggio per non tremare affidandosi completamente al flusso delle cose, che è quello che scorre quando si lascia andare il controllo, sapendo che dopo questo cancello ogni istante sarà nuovo e non certo, e morbidezza affinché la vita possa davvero attraversarti, scandirsi in istanti perfetti, completi di quello che serve ad ogni tuo passo.

Accedere a queste altezze non è facile. Finora, mi rendo conto, avevo cercato di bussare alla porta della libertà armata solo del coraggio, sicura di avere forze sufficienti a guardare in faccia ogni cosa. In questo periodo allora la vita è venuta ad insegnarmi una grande nuova lezione: che il coraggio, se utilizzato in maniera sconsiderata, indurisce e tende le vie attraverso cui le esperienze dovrebbero scorrere, e quindi consente di raggiungere molti traguardi lontani, ma di perdersi la presenza reale nelle cose.

Per questa ci vuole morbidezza, serve la capacità di guardare le proprie certezze messe in disordine, di affrontare un mattino pigro in cui non fai quello che ad ogni risveglio ti eri disciplinata a fare. E fa bene anche accettare certi giorni vuoti, che solo con sforzo potresti riempire per paura di non perdonarti la sera, per averli semplicemente osservati impallidire piano fuori dalla finestra. Ci sto provando un pochino al giorno a deludermi, a non essere il progetto perfetto di me, a permettere di non esserlo anche agli altri.

 

Esercizi d’amore

tra colori e spine, cardi

Per un momento ce l’ho fatta a stare completamente dentro lo spazio del cuore, dietro le ferite, oltre le paure e le cose fatte di pelle e di memorie in cui siamo lontani. Ho visto la bellezza che c’è in tutto in quel che vive, quanto sia possibile partire in ogni momento per un viaggio d’amore, non importa neppure quale sia il pezzo del creato che ci è stato dato da tenere vicino. Ho sentito quanto è grande e potente quella forza, quanto lo è in ognuno, e quanto lì sia sempre facile trovarsi, essere tutti uguali.

E’ stato un attimo mentre mi parlavi, mentre ti ascoltavo, mentre muovevi le mani nell’aria. Mentre disegnavi una linea perfetta tra le labbra. Eri qui e mi mancavi. Ho ricapito il perché di tutte quelle coperte che ho messo alla mia vita, la forza che ho cresciuto da sola, per non veder più partire nessuno. Ma tutto questo coraggio ora era buono e mi serviva: mi era chiaro che non eri tu, che ti avrei restituito presto alla vita. Non erano più cose e persone, era uno stato dell’anima, l’unico da cui è possibile dare un senso all’essere vivi.

Ho compreso la gloria e il pericolo di quella porta spalancata su ciò che si muove, senza certezze, se non che è sempre perfetto quel che arriva, quel che se ne va. Poi mi sono di nuovo spaventata, sono ritornata indietro. Ho di nuovo protetto il sentire. Quella vulnerabilità con cui ho attraversato già tanto dolore. Ma qualcosa è rimasto chiaro, in luce, come una direzione verso cui camminare. Da allora faccio ogni giorno, come posso, i miei esercizi d’amore.

Quando mi sveglio cerco di essere morbida con il tuo dormire. Accosto la porta, faccio un poco più piccolo il mio mattino. Apparecchio per pranzo i colori che ami, li preparo con calma, cerco di non pensare al tempo che fugge, che ho riempito di tutto, per anni, per non cadere. Piego piano la sera i resti della giornata, mi faccio da parte nel sonno, perché ci sia posto anche per il tuo sognare. Non è facile, e non sempre mi riesce, ma so che sei arrivato ad insegnarmi questo, e non voglio mancare.

Sai, è stata una lunga prova, una lunga attraversata, appoggiare solo su di me ogni cosa. Ora aspettami se puoi: un po’ alla volta imparerò, restando in me, ad appoggiare anche su di te, un lato del mio cuore.

 

 

 

“Apri il tuo cuore e mi prenderò cura della tua vita”

Il tempio della gioia, Ananda Assisi

In questo mese di agosto mi è cresciuto il cuore. Non è ancora grande come vorrei, ma qualcosa di nuovo sta nascendo, si sta facendo spazio. E’ successo come accadono i fiori e i frutti quando è la stagione. Ed è successo sopra i colli di Assisi, nella comunità spirituale di Ananda, dove i giorni hanno un senso pieno, un esito sorprendente e giusto.

Ad Ananda ogni giovedì viene fatta una speciale cerimonia di ‘purificazione’: scriviamo in un bigliettino le cose da lasciar andare e le bruciamo in una fiamma liberatrice. Ma i pesi non bruciano da soli: prima bisogna dare un vero assenso a questa libertà, ovvero l’assenso a ricevere, a mettersi nelle mani di chi sa la strada. In ginocchio, a cuore aperto, riceviamo dunque queste parole: “Apri il tuo cuore, Io entrerò e mi prenderò cura della tua vita”. Sono parole di Yogananda, la porta dell’eternità per i devoti di Ananda.

E ogni volta, ad occhi chiusi, seduta sulle ginocchia, mi capita la stessa cosa: al termine di queste parole sento una grande voglia di piangere, di rivolgere al Maestro una preghiera profonda, di scongiurarlo di prendersi i miei pesi. E sento le spalle pesanti, sovraccariche di stanchezze, ma non so come aprire veramente il cuore, come consegnargli la mia vita. Sto imparando ad offrire il mio servizio, a condividere il mio fare, ma non riesco ancora ad aprire la porta per ricevere, ad abbandonarmi totalmente tra le sue braccia.

In questo mese però è successo qualcosa. Ero arrivata alla fine del lavoro più stanca e più tesa che mai. E cercavo di controllare tutto, di convogliare ogni cosa nelle direzioni che attendevo. La tensione era arrivata ad un punto che non potevo più stringere ancora. In un giorno di dolore forte ho capito che ero al muro, che dovevo mollare. Ho sentito il cuore andare in pezzi. E la cosa incredibile era che, mentre cedevo, il dolore guariva, diventava accettabile, poteva scorrere nelle vene come un balsamo che portava via resistenze e paure. Una nuova sensazione di ampiezza, di respiro, di amore prendeva il suo posto.

Ho capito che non è davvero facile fare un vero spazio nel cuore. Spesso chiamiamo amore una forza che ci porta fuori di noi, che ci fa aggrappare a qualcosa, a qualcuno. Ma questa è una via finta, facile, e non era quello che mi stava succedendo, e neppure quello che mi era richiesto di fare. La mia espansione iniziava da un ritirarmi, da un farmi da parte. Come liberare alcuni cassetti, fare a metà dell’armadio, per far davvero entrare una forza nuova che porterà via tutto quello che prima tenevamo in un ordine inflessibile e teso. Proprio per la paura che potesse davvero entrare qualcuno.

Ora la porta non è ancora del tutto aperta, ma tengo tra le dita la maniglia, l’ho vista, e ho percepito per un istante la vastità su cui potrebbe spalancarsi. Non so quanto tempo mi servirà ancora per smettere di tendermi, di spaventarmi, di temere che dentro quello spazio privato alla fine finiscano tutti per farmi del male, ma so che davvero devo provarci e devo farlo adesso. Che senza questo amore la vita non è nulla, e ogni azione, anche bellissima, resta dentro i piccoli limiti dei miei muscoli stanchi.

 

 

 

purificazioni interiori

nitori interiori

Osservo ogni giorno i miei gesti diventare stranieri sul tuo viso. Non sei tu che ti stai allontanando da me: sono io. Ogni mia stanchezza, paura, attaccamento, impazienza escono e si irritano nello specchio dei tuoi lineamenti.

Sto imparando a conoscere così parti segrete, rifiutate, putrefatte di me, che erano nascoste sotto il tappeto di un lunghissimo silenzio. E’ un esercizio terribile e necessario per pronunciare ogni futura possibile parola nella luce.
Siamo l’una per l’altro gli atleti di una purificazione di tossine antichissime, che era tempo di vedere, di lasciar andare.
Ogni mattino affrontiamo la battaglia, fino al rosso del tramonto che arriva con un po’ di pace, e allora stringiamo in un abbraccio quel che resta di noi: un po’ più pulito, un po’ meno carico di pesi.
Bisogna essersi compagni perfetti per queste operazioni di chirurgia interiore, avere raggiunto una vicinanza e una confidenza esatte, per farsi male. Accettare anche di odiarsi, di disgustarsi, per crescere l’amore.
Ma noi ora siamo nel mezzo dei passi, quelli in cui il futuro non è giusto chiederlo: possiamo solo fargli spazio, affinché possa entrare.